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L’ascensore – di Bia Cusumano

“Marcello, Giorgia ha avuto un incidente! Marcello, mi senti? Sono Serena! Giorgia ha avuto un incidente d’auto e l’hanno portata in ospedale!” Dall’altra parte del cellulare si sentì solo il guaito del cane di Marcello. Niente altro. Poi un silenzio assoluto tanto che Serena dovette ripeterglielo più volte che Giorgia, estratta dalla sua macchina accartocciata come una scatoletta di tonno, era stata portata in ospedale e che, no, non si sapeva come stesse. Non ancora. L’aveva chiamata il padre e lei si era precipitata sul luogo dell’incidente ma quando era arrivata lì, a parte la macchina completamente distrutta, la pattuglia dei vigili e un grande caos di persone accorse, non aveva trovato altro. Il padre di Giorgia era salito in ambulanza con la figlia, ma prima aveva chiamato lei, Serena. Marcello sembrò svegliarsi dall’incubo nel quale all’improvviso era piombato e disse: “Ma quando? Dove è successo? Come sta Giorgia?” “Marcello – rispose Serena –, cavolo! Non lo so come, quando e perché e non so neanche come sta! Mi ha chiamato suo padre in lacrime e mi ha detto: ‘Sono in ambulanza con Giorgia. Ha avuto un terribile incidente d’auto. Stiamo andando in ospedale’. Sono corsa subito all’ospedale, al Pronto Soccorso. Giovanni è qui. So che l’hanno ricoverata d’urgenza. Non so altro”. Marcello chiuse bruscamente la chiamata e ripiombò indietro nel tempo. Disse al suo cane che doveva fare il bravo e di non piangere più; che lo aveva capito che guaiva per avvisarlo che a Giorgia era accaduto qualcosa di brutto. Prese giusto le sigarette, una bottiglietta d’acqua, corse in macchina e volò verso l’ospedale. Non so quanti pensieri lo attraversarono in quei lunghi interminabili chilometri (in realtà, pochi, pochissimi), ma la percezione del tempo è relativa nella vita e dipende da quanto siamo disperati o felici. Pochi attimi possono sembrare un’eternità o viceversa. Ecco, Marcello era disperato e gli sembrò che quella strada non fosse stata mai così lunga, nonostante l’avesse percorsa milioni di volte. Rivide Giorgia, il suo sorriso sempre luminoso, il suo modo di accarezzarsi il naso, i suoi lunghi capelli rossi e ricci sempre scomposti. Rivide i suoi occhi magnetici e il loro primo bacio. Rivide la loro prima cena a lume di candela e le loro mani avide di un contatto. Poi frenò di colpo, a momenti si sarebbe schiantato sulla macchina che lo precedeva! Aveva corso come un folle ed era arrivato in ospedale, ma il terrore di scendere dall’auto e di sapere cosa realmente fosse successo a Giorgia lo paralizzò. Le gambe si fecero così pesanti che dalla macchina non riuscì a scendere. Le lacrime gli annebbiarono la vista e uno stato di agitazione e di tachicardia crescente lo assalì. Il suo cane aveva guaito per tutto il pomeriggio e lui, Oscar, non lo faceva mai. Era un cane trovatello a cui avevano mozzato la coda, tutto nero e sempre spaventato e diffidente; chissà cosa aveva dovuto subire dagli uomini o dagli altri cani del branco. Oscar era un cagnolino piccolo e buono, non si lamentava mai, non abbaiava mai, forse perché aveva dovuto abbaiare fin troppo nella sua vita per difendersi dalla cattiveria del mondo. E ora, che era al sicuro con Marcello, non emetteva mai un suono. L’unica cosa che faceva era rotolarsi per terra quando Marcello la sera lo faceva entrare in appartamento, dopo una giornata di lavoro in banca e avere avuto numeri e conti ovunque nella testa. Oscar lo aspettava in silenzio tutto il giorno, tanto sapeva che ogni sera puntualmente il suo padrone sarebbe tornato. Ma quel pomeriggio aveva guaito per tutto il tempo, emettendo come un lamento di dolore e manifestando una strana irrequietezza che Marcello non era riuscito a placare nemmeno con coccole e carezze. Oscar era un cane che aveva conosciuto il dolore, quindi lo percepiva nell’aria prima che giungesse, proprio come una nube nera prima dello scoppio improvviso di un temporale. Marcello non riusciva a scendere dalla macchina e se non fosse stato per Serena, che entrava e usciva come una matta dal Pronto Soccorso per vedere quando arrivasse e gli fosse andata incontro, non so se vi sarebbe mai riuscito. Appena lo vide, gli urlò: “Che fai? Muoviti! Oh, Marcello, sbrigati! Ma mi senti? Apri questa cavolo di portiera! Andiamo!” Serena era la migliore amica di Giorgia da sempre; una sorella. C’era stata quando Giorgia frequentava l’asilo e giocava con la borsetta colore oro atteggiandosi a gran dama dell’Ottocento; c’era stata all’esame di Quinta Elementare (quando ancora si facevano) e poi a quelli della Scuola Media; c’era stata alla festa di Maturità, al diciottesimo festeggiato in pompa magna, come premio perché Giorgia era andata a scuola a quattro anni e dieci mesi (un vero prodigio, tutti dicevano)! Perché lei all’asilo si annoiava e un giorno aveva detto a suo padre: “Papà, qua i bimbi sono piccoli, portami nella scuola dei grandi! I miei compagni non fanno altro che giocare, io mi annoio, voglio scrivere!” Così suo padre l’aveva iscritta a scuola quando ancora era una papuzzana, così la chiamava, la sua Giorgia, Giovanni. Serena c’era stata poi alla Laurea di Giorgia, con tanto di menzione e pubblicazione della tesi, e quindi al matrimonio infernale, durato così poco che: “Nemmeno per tutti i soldi che mi hai fatto spendere per trucco, capelli e abito da damigella!”, aveva sempre rinfacciato all’amica, ironizzando come sempre su tutto. Insomma, Serena e Giorgia erano davvero due sorelle. E non era necessario nessun DNA per esserlo. Nessuna invidia mai fra le due, nessuna competizione o rivalità. Entrambe belle, affermate, con talenti e passioni diverse. E mai nessuna stupida lite, in più di trentacinque anni di amicizia. Forse, pensava sempre Giorgia, il Cielo aveva visto la sua vita così tanto dolorosa, lei orfana di madre fin da piccina, rimasta con il padre che se l’era cresciuta da solo, senza mai volersi risposare con nessuna altra donna (e il perché poi non si era mai realmente capito: se per il troppo amore verso la moglie defunta o per la consapevolezza che nessuna più sarebbe mai potuta essere una madre per la sua Giorgia); e così il Cielo le aveva mandato lei, Serena, la sua sorella d’anima. Serena c’era sempre stata, sì, durante i pianti di Giorgia quando nel cuore della notte la chiamava per dirle che non era giusto tutto quello che aveva dovuto vivere e sopportare nella sua vita. Senza mai la presenza e il conforto di una madre, senza mai un abbraccio e una carezza quando da bimba aveva avuto la febbre alta o era caduta dalla bicicletta e si era sbucciata entrambe le ginocchia, senza mai potere fare shopping insieme alla sua mamma, senza mai una confessione intima tra “donne” diventando adulta, senza mai potersi ricordare il suo moto di orgoglio per i suoi splendidi voti a scuola e poi per i suoi traguardi professionali, senza mai una notte trascorsa nel lettone insieme, senza mai un regalo a sorpresa o una passeggiata al faro, senza mai potere andare insieme al cinema o a teatro. E senza che ci potesse essere mentre varcava la soglia della Chiesa e si sposava, bella e piena di sogni romantici sull’Amore Eterno. Senza che mai potesse poi comprendere il dolore segreto e intimo che le aveva inflitto quel “marito” anaffettivo e arido. Insomma senza mai l’Amore di una madre. E senza quello di un fratello o di una sorella. Solo il padre, il suo unico centro di gravità permanente. Ma Serena le aveva sempre detto: “Per questo ci sono io, stellina mia; perché il Cielo lo sa che sei una creatura speciale, che la vita ti ha tolto tanto e, così, ti ha dato me e un padre che vale per cento! L’uomo migliore che io conosca! Un uomo che, giuro, se non fosse tuo padre e io non mi sentissi pure un po’ sua figlia, me lo sarei sposato io!” E glielo diceva sempre con la sua voce squillante e provocatoria. Puntualmente riusciva sempre a farla passare dalle lacrime più amare alle risate più fragorose. Giorgia, così preziosa e delicata, come un cristallo. Così bella e autentica con un cuore sensibile e profondo da riuscire ad amare intensamente proprio per tutto l’amore che le era mancato lungo i suoi anni. Così diceva sempre a Serena: “Sere, per ogni schiaffo che ho ricevuto, io ho deciso di dare due carezze nella mia vita e per tutto l’amore che mi hanno negato il doppio di amore!” Per queste sue parole dal marito era stata definita sbilanciata sempre in avanti, senza misura, senza argini. “Ma io non ne voglio argini – gli aveva gridato una volta Giorgia buttandolo fuori di casa! -. L’Amore non ha argini e misure! L’amore di cui parli tu, quello moderato, razionale, equilibrato, non è Amore! Non per me, almeno! Io già di amore ne ho avuto poco nella mia vita, crescendo orfana di madre e senza nessuno se non mio padre; tu vorresti che io avessi la bilancia al posto del cuore? Vai a fare l’ingegnere dei sentimenti altrove! Tu, con le tue misure e le squadrette al posto dell’anima! E ora fuori da qui! Fuoriiiiii!” E lo aveva cacciato via da casa sul serio, senza ripensare mai più, per un solo attimo, all’idea o alla possibilità di ritornare con quell’uomo così avaro di sentimenti, così machiavellico nelle sue strategie, così falso e pieno di camicie di forza. Il cuore di Giorgia zampillava di vita, di entusiasmo, di sogni, non poteva restare imbavagliato in quell’inferno di mezze misure e buone ragioni. Serena le aveva dato perfettamente ragione e al padre, che si era messo a dire che ora la figlia sarebbe rimasta sola senza un marito, un giorno con la schiettezza che la contraddistingueva, aveva detto: “Ha ragione, tua figlia, Giovanni; non si può amare a metà. O dentro o fuori. O tutto o niente. Che razza di amore era quello di tuo genero? Meglio sola che con un uomo che vuole rubarti la gioia di vivere, che dice di esserci e sul quale invece non si può fare mai affidamento, che vuole mettere i paletti e tirare il freno a mano a Giorgia! Se lo mettesse lui il freno a mano! Non credere, Giovanni! Tua figlia ha sopportato l’indicibile per amore suo e, per averlo buttato fuori di casa, vuol dire che davvero era un uomo incapace di amare e di esserci. Giorgia non fa mai nulla a cuor leggero. Non perché lei sia la mia migliore amica ma è una donna che non si risparmia mai per nessuno, figuriamoci quindi per quella specie di marito che ha avuto! Ringrazia piuttosto che non ci abbia fatto un figlio con quel tuo genero tutto bilanciato e stracolmo di misure e di ‘buone’ ma false maniere!” Giovanni si era zittito e da allora non l’aveva neanche più pronunciata la parola genero. Non si sa perché a Marcello erano affiorati tutti quei ricordi su Giorgia e sul loro amore nato all’improvviso dopo il divorzio di lei da quel marito che lui aveva sempre segretamente chiamato muflone, forse perché veniva dall’Alto Adige e in montagna, si sa, ci vivono i mufloni. Non si sa; ma il tempo sembrava essersi dilatato e Marcello si era smarrito in qualche meandro oscuro. La notizia dell’incidente di Giorgia lo aveva sconvolto. Serena riuscì finalmente ad aprire la portiera dell’auto di Marcello e a forza lo trascinò fuori. “Cavolo! – urlò disperata -. Andiamo!” Corsero verso il Pronto Soccorso e videro Giovanni seduto solo, in silenzio. Serena si gettò su Giovanni, abbracciandolo teneramente e furono solo lacrime tra i due, mentre Marcello si mise a dare pugni e calci alle sedie accanto. Intervennero gli infermieri per calmarlo. Poi addirittura un medico che, con voce irritata, disse: “Guardate che siamo in un ospedale qui, non in un manicomio! Che sono questi pugni e calci! Guardi – e si rivolse a Marcello – che, se non si calma, le faccio un sedativo o la butto fuori! Ci lasci lavorare in pace, ché noi qua salviamo vite!” Salviamo vite. Quella frase, così secca e tagliente, volteggiò nell’aria della sala di attesa e ancora una volta il tempo si fermò. Marcello si sedette composto e in un attimo fu il luglio di tanti anni prima. Aveva avuto un incidente in moto e aveva chiamato Giorgia. Due mesi di stare immobile con la gamba sfracellata, tra letto e divano, nel caldo torrido dell’estate e Giorgia era stata lì, sempre al suo fianco. Gli aveva portato la spesa, preparato i pranzi e le cene, fatto venire la signora delle pulizie per pulirgli l’appartamento, si era presa cura di Nerone, il primo cane di Marcello, gli aveva fatto compagnia durante le sere estive a guardare le stelle e ad accendere lanterne per poi farle volare in alto nel cielo fino alla sua mamma che non c’era più, così Marcello sarebbe guarito prima, e poi gli aveva steso il bucato, comprato i farmaci, aiutato a farsi la doccia. Insomma, era stata la sua infermiera, la sua amica, la sua compagna, la sua tata. Poco a Giorgia era importato se non essere accanto a Marcello e al suo dolore. O forse era stata tutto questo insieme (ma l’amore è cura e presenza!), diceva sempre Giorgia. E poi lei che lo aveva sempre desiderato e amato follemente a conclusione proprio di quella estate si era sentita dire: “Io non ti amo come mi ami tu; mi spiace! Tu sei una splendida persona, davvero, forse la migliore che io abbia mai incontrato nella mia vita e che incontrerò, ma forse è proprio tutto questo tuo amore per me che mi spaventa, che mi mette a disagio, quasi in imbarazzo. Io non sono abbastanza per te e forse non ti merito. Non sarò mai alla tua altezza; mi spiace sul serio! Non sei tu il problema; il problema sono io”. Giorgia se ne era andata con il cuore in frantumi e certo, dopo il matrimonio fallito, non era stato proprio quello che ci sarebbe voluto. Aveva trascorso i mesi successivi quasi senza mangiare, dormire, senza neanche alzarsi dal divano o a volte senza neanche farsi una doccia. Aveva fatto di tutto per lui: lo aveva assistito come una infermiera, se ne era preso cura, aveva sopportato con tenacia e pazienza la sua malattia, una estate a stare a casa, aveva dato tutto il suo cuore ancora una volta a un uomo che l’aveva fatta sentire in colpa solo perché lei amava troppo. Sì! Come anni prima le aveva detto il suo ex marito, era troppo sbilanciata in avanti. Anche Marcello cercava un amore equilibrato, misurato, non eccessivo. Del resto era un bancario. La verità amara forse era che né il marito né Marcello l’avevano mai amata davvero o forse l’amare senza limiti e misure di Giorgia faceva sentire gli altri sempre inadeguati, in difetto, sempre mancanti. In una cosa però aveva avuto ragione Marcello: non erano Giorgia e il suo amare senza misura il problema; il problema, se così si può dire, era ed è che ognuno ama a modo proprio e forse, saggiamente, bisogna solo accettare questo. Giorgia finalmente lo aveva capito: Marcello non sapeva amare come lei, tutto qui. Percorsi di vita diversi, famiglie diverse, scelte diverse, carriere diverse. Se ne era fatta una ragione, ma Serena glielo aveva sempre detto che come erano belli loro due insieme mai nessuno. Poi il tempo sistema le cose a suo piacimento (ha sempre più fantasia di noi uomini) e… una sera a una festa i due si erano rincontrati per caso e, come se nulla prima fosse mai accaduto, si erano messi a parlare di tutto e di niente. Alla fine, come fossero diventati amici neanche si sa. Certo era un bel salto avanti o indietro, a seconda delle prospettive. Due ex che adesso erano amici. O forse due che erano sempre stati amici e che avevano provato ad amarsi. Sta di fatto che Giovanni aveva chiamato Serena e Serena aveva chiamato Marcello e ora erano tutti lì in quella sala di ospedale ad aspettare che Giorgia tornasse da loro bella e solare come sempre. Giorgia era stata portata d’urgenza in sala operatoria, aveva subito una operazione complicata, l’avevano intubata e sedata, posta in coma farmacologico con prognosi riservata. Non si sa come sarebbe finita, avevano detto i medici, molto sinceramente. Giorgia lottava tra la vita e la morte e nemmeno si sapeva come fosse andata a schiantarsi da sola contro il muro, in quel maledetto incidente. La dinamica era rimasta oscura a tutti, probabilmente un malore improvviso alla guida. Il buio fitto. Il nulla assoluto. Si sarebbe potuta risvegliare, oppure no. La vita è un ascensore che non si sa mai a quale piano si fermerà e soprattutto quale sia il piano giusto, se poi ce ne sia uno. “Fatemela vedere – disse ad un certo punto Marcello a un dottore che si era avvicinato al padre che a parte piangere in un religioso e composto silenzio non aveva fatto altro -. Fatemela vedere, vi prego! Anche da dietro il vetro, io le devo parlare!” Serena lo aveva fulminato con lo sguardo e si era avvicinato a Marcello per dirgli sottovoce: “Ma ti pare il caso? Forse a vederla dovrebbe essere il padre, non tu! Il padre che rischia di perdere la sua unica figlia, l’unico motivo al mondo per cui continua ancora a vivere!” Giovanni non aveva potuto fare a meno di ascoltare e, dopo ore di silenzio e lacrime, trovò la forza di parlare: “No, Serena, fai andare lui. Io a mia figlia che l’amo l’ho detto ogni giorno della mia vita, lei lo sa; fai salire Marcello a vederla, io andrò dopo”. Marcello guardò Giovanni con gli occhi pieni di riconoscenza infinita, con gli occhi disse grazie e scappò dentro i corridoi labirintici dell’ospedale alla ricerca di Giorgia. A quale piano era la donna a cui non aveva mai detto grazie per tutto l’amore immenso che gli aveva dato? A quale piano era Giorgia che ora lottava tra la vita e la morte? Sarebbe arrivato in tempo per dirglielo? E Giorgia avrebbe potuto sentirlo oppure no? “Infermiere – urlò Marcello – dove è l’ascensore? Dove?” L’infermiere guardò Marcello, come si guardano i matti. “Ma perché urla? L’ascensore è davanti lei, non lo vede?” “No – disse Marcello -. È una vita che cerco l’ascensore giusto e se poi lo trovo è guasto e allora ne prendo un altro e scendo sempre al piano sbagliato!” “Lei è fuori di sé! – disse l’infermiere -. Ma che è la serata dei matti questa?”, e si allontanò stizzito. Vedi, anche ora, non so a quale piano sia Giorgia, pensò Marcello fra sé e sé, ma io devo trovarla e devo dirglielo che sono stato uno stronzo a lasciarla andare quella estate. E poi le devo dire grazie e lei lo deve sapere che io il suo amore per me non l’ho mai scordato. Salì sull’ascensore e pigiò terzo piano. Perché se si sveglia dal coma saremo in tre. Giuro su Dio. 

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