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La benedetta quotidianità di Tindaro Niosi

Ci sono libri che si fanno leggere e libri che, una volta chiusi, continuano a fare qualcosa dentro di noi. Non necessariamente grandi cose, e forse è proprio questo il punto. Non ci consegnano una verità nuova, non ci risolvono la vita, non ci mettono in mano quella frase definitiva che dovrebbe spiegare il mondo. Più semplicemente, ci spostano di qualche centimetro lo sguardo. E a volte quei pochi centimetri sono sufficienti per accorgersi che ciò che avevamo davanti agli occhi da sempre non lo avevamo mai visto davvero. Benedetta quotidianità di Tindaro Niosi appartiene a questa categoria di libri: non ha l’ambizione rumorosa di cambiare il lettore, ma possiede quella più sottile di cambiare, almeno per un po’, il modo in cui il lettore guarda le cose.
Il titolo, in fondo, dice già quasi tutto, purché lo si prenda sul serio. “Quotidianità” è una parola che abbiamo consumato fino a renderla quasi inoffensiva. La usiamo per indicare ciò che si ripete, ciò che non sorprende, la parte dell’esistenza che resta quando non succede niente. La quotidianità è il territorio delle faccende, delle abitudini, dei gesti automatici, delle giornate che si assomigliano. “Benedetta”, invece, è una parola che arriva da un altro mondo e che accanto a “quotidianità” produce quasi uno scandalo. Perché benedire ciò che è ordinario? Perché attribuire una qualche forma di grazia proprio alle cose che siamo più portati a ignorare?
È da questa contraddizione, credo, che bisogna cominciare per entrare davvero nel libro di Niosi. Perché Benedetta quotidianità non è un libro che racconta una quotidianità diventata improvvisamente felice, pacificata, luminosa. Non c’è quella pericolosa idea, così diffusa nella retorica contemporanea, secondo cui basta cambiare prospettiva e tutto acquista magicamente un senso. La vita resta quella che è: imperfetta, dolorosa, a tratti persino ingiusta. Ci sono le assenze, i lutti, le fragilità, le paure, la solitudine, il tempo che passa e che non restituisce niente. La benedizione, se c’è, non sta dunque nelle cose. Sta nello sguardo con cui le si osserva.
È una differenza enorme.
E anche piuttosto scomoda.
Perché significa che non sempre abbiamo bisogno di una vita diversa; qualche volta abbiamo bisogno di imparare a vedere diversamente quella che abbiamo. Non è una consolazione da calendario, però. È un lavoro. E Niosi (sostenuto dal lavoro di cura di Alexandro Max Cantello) sembra compierlo attraverso la scrittura, portando alla superficie ciò che normalmente rimane sotto: le voci, i ricordi, i piccoli gesti, le persone marginali, i morti che continuano a vivere dentro i vivi, il sacro che non arriva dall’alto con la fanfara ma sembra affiorare dalle crepe della realtà.
È proprio questo “affiorare” a essere importante. Nel mondo di Benedetta quotidianità il sacro non irrompe: si lascia intravedere. Non arriva per mettere ordine, per spiegare il dolore o per chiudere le domande. Sta lì, lateralmente, quasi con pudore. E forse per questo la dimensione religiosa del libro non appare mai come un’aggiunta, una sovrastruttura messa sopra la storia per darle un significato. La fede è piuttosto una lente attraverso cui la realtà viene guardata, una possibilità interpretativa che non elimina il dubbio ma lo attraversa.
È una fede inquieta, e proprio per questo credibile.
La fede tranquilla, in letteratura, rischia spesso di diventare propaganda. La fede che non conosce il dubbio è una faccenda per catechismi, non necessariamente per romanzi. Quella di Niosi, invece, sembra avere le mani sporche della vita. È una fede che conosce la perdita, che convive con l’incertezza, che non pretende di possedere Dio ma continua a cercarlo. Non è una fede trionfante: è una fede che resiste.
E qui il riferimento a Nicodemo diventa tutt’altro che ornamentale. Nicodemo è forse la figura più adatta a rappresentare questo modo di stare davanti al mistero: arriva di notte, non proclama, domanda. È un credente incompiuto, e proprio nell’incompiutezza trova la sua forza. Non è l’uomo che ha capito tutto; è l’uomo che non ha smesso di cercare perché non ha capito tutto.
In un’epoca in cui tutti sembrano avere un’opinione definitiva su ogni cosa, c’è qualcosa di quasi rivoluzionario in un personaggio che accetta di restare nella domanda.
Forse è anche per questo che il Cristo che attraversa queste pagine non ha nulla del Cristo rassicurante che risolve i problemi narrativi come un deus ex machina. È un Cristo laterale, disarmato, che non promette di cancellare il dolore. Rimane. E questa parola — rimane — potrebbe essere una delle parole segrete dell’intero libro.
Rimanere quando sarebbe più facile andarsene. Rimanere davanti a una perdita senza avere una spiegazione. Rimanere accanto a chi è fragile. Rimanere dentro una memoria invece di liberarsene. Rimanere in un luogo anche quando quel luogo è cambiato. Rimanere nella domanda senza trasformarla subito in una risposta.
Anche i morti, in questo libro, rimangono. E non nel senso facile e un po’ prevedibile del fantasma letterario. Sono presenti perché la morte, qui, non sembra avere il potere di mettere davvero fine alle relazioni. I morti continuano a occupare lo spazio dei vivi attraverso le abitudini, le parole, i gesti, gli oggetti, le memorie. Non sono necessariamente apparizioni: sono tracce. E forse le tracce sono la forma più concreta che abbiamo per continuare a stare insieme a qualcuno che non c’è più.
Niosi sembra conoscere bene questo territorio ambiguo in cui vita e morte non sono due stanze perfettamente separate, ma comunicano attraverso porte che nessuno sa chiudere del tutto. Per questo il tempo, nelle sue pagine, perde una parte della propria autorità. Il passato non è davvero passato, perché torna continuamente a modificare il presente. E il presente, a sua volta, non è mai soltanto presente: porta con sé tutto quello che è accaduto prima.
È una concezione della memoria profondamente meridionale, prima ancora che letteraria.
E infatti la Sicilia non è semplicemente l’ambientazione di Benedetta quotidianità. È una delle sue lingue interiori.
Ma bisogna intendersi sulla parola “Sicilia”, perché sarebbe fin troppo facile cadere nella Sicilia da cartolina, quella che la letteratura mediocre ha trasformato in un magazzino di simboli già pronti: il sole, il mare, il dolore, la mafia, i fichi d’India, la nostalgia.

Fabio Bagnasco

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