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RossoBia

‘Na  Sramera – di Bia Cusumano

A mia nonna

Volevo scrivere. Erano giorni che avevo deciso di rimettermi al pc e dare parola ai pensieri che si erano accampati nella mia testa e non mi davano tregua. Mio padre era uscito a sbrigare commissioni e un silenzio quasi surreale avvolgeva Villa dei Limoni. Pioveva senza sosta in un novembre che volgeva al termine. Un novembre in cui erano accadute così tante cose che a volte il petto mi faceva quasi male a volerle contenere tutte. I libri però si accatastavano sulla grande scrivania e parevano guardarmi scettici che riuscissi a leggerli tutti. Con sguardo quasi sardonico forse speravano che non ce la facessi?

“Figghia bedda, quantu tempu è chi un nni verumu?”

Alzai gli occhi dal pc, frastornata. Mia nonna era seduta davanti la scrivania con una tazza di porcellana in mano, colma di chicchi di melagrana.

“Nonna – dissi – e tu che ci fai qua? E’ quasi un anno che non mi vieni a trovare! Sto scrivendo. Sai, l’ultimo capitolo e poi affido tutto all’editor. Questo libro lo devo mettere al mondo! Ma vieni sempre quando papà non c’è? Lu fa apposta?”

“Ti purtavu lu ranatu spicchiatu, ti ricordi che quando eri picciridda te lo preparavo sempre?”

“Certo, era un rito. Io dopo la scuola ti venivo a salutare e tu mi facevi trovare i chicchi di melagrana dentro una ciotola di porcellana. Mi porgevi un cucchiaino ed io iniziavo ad assaporare quei chicchi rossi un po’ aciduli e un po’ dolciastri. Non ho mai ben capito in effetti quale sia veramente il sapore della melagrana.”

“Picchì è come la vita, un pocu duci e un pocu amara, fighia bedda!   Ma c’ha fattu? Je sacciu ca’ cuminato ‘na sramera!”

“Nonna, ma che dici? Ho lavorato tantissimo, ho scritto ma non è una novità, ho conosciuto tante persone, ho messo su un progetto culturale … Lo sai, una di quelle mie idee. Come quando ero piccola e avevo le visioni ma lo raccontavo solo a te. Così ho mescolato poesia, musica, danza, coreografie ed è nato Pegaso. Ma sapessi che fatica! Sugnu stanca morta! Mi sento le ossa rotte. Infatti fra pochi giorni parto. Mi hanno coinvolto in una manifestazione poetica e di impulso, senza manco pensarci su ho detto sì. Mi hai trovato per miracolo qua a Villa dei Limoni. Mi sono fermata in santa pace perché tò figghiu niscì.”

Mia nonna si mise a ridere, una di quelle risate che fin dalla mia infanzia siglava la nostra complicità. Due donne con la stessa anima. Solo che a lei la vita aveva impedito di studiare, scrivere e diventare maestra o forse chissà, magari docente come ero diventata io. La ricordo sempre con la penna in mano. Si alzava nel cuore della notte e davanti piatti colmi di cubetti di ghiaccio, (solo a pensarci mi vengono i brividi), si metteva a scrivere. Diceva che l’ispirazione le veniva la notte, quando era tutto buio e mio nonno dormiva, così nessuno la disturbava. Il silenzio era come uno scialle per lei e quei cubetti di ghiaccio servivano per stemperale la testa cavura di idee. Si metteva in cucina, seduta al tavolo e con una miriade di fogli davanti, iniziava a concepire frasi che sembravano profezie. Forse era una scrittrice, una poetessa o una visionaria. Forse era tante cose insieme, ma soprattutto mia nonna era una sognatrice, una donna appassionata e idealista, forte e volitiva. E poi, diciamo la verità, incantava il mondo quando parlava. Quei suoi grandi occhi marrone profondi e sensibili, sprizzavano luce, nonostante le brutalità della vita, come due fari. Donna di grande fascino, quando passava per le vie del paesino in cui viveva, tutti si giravano a guardarla o per invidia o per ammirazione. Io ero orgogliosa che fosse mia nonna. L’essere umano più simile a me. In effetti quando nacqui mio padre ci tenne a sottolineare questa appartenenza dandomi in eredità il suo nome. Non sapeva che questo mi sarebbe costato caro. Eppure pagavo il prezzo ben volentieri, ricordandomi i suoi vezzi, le sue stranezze, il suo amore spasmodico per la vita. La cura per il suo corpo slanciato e prosperoso e poi il dono delle parole che possedeva. Forse eravamo davvero così simili che più che mia nonna sarebbe potuta essere mia madre, ovvero la madre che avrei desiderato avere.

Del resto si sposò così giovinetta che con mio padre vi erano appena 16 anni di differenza. Ci ritrovavamo spesso tutti e tre a Villa dei Limoni a parlare di sogni e di bellezza mentre il tempo si sospendeva all’improvviso e si animava un altro mondo, il nostro. Fatto solo di parole che prendevano vita, tra i gatti che nonna adorava, i giornali che mio padre leggeva sotto la frescura degli alberi e i mei giochi di bimba e poi di ragazzina. Nella villa di nonna ogni cosa aveva un’anima e tutto poteva misteriosamente parlare. Ma il miracolo durava solo il tempo delle visite, con mio padre a Villa dei Limoni. Appena rientravo nell’altra casa, così come la chiamavo io, tutto diventava pesante. E quella leggerezza, quelle parole che danzavano, quei sogni che prendevano forma, insomma quel mondo in cui tutto era possibile, diventava improvvisamente il mondo dei doveri. Il bagno caldo da fare a conclusione di ogni giornata con la biancheria pulita da indossare perché a scuola si va lindi e profumati, (così diceva sempre l’altra mia nonna). I compiti da svolgere con massima precisione e poi, divenendo una ragazza, le materie da studiare per sostenere gli esami universitari. E poco si poteva sbagliare o trenta o trenta e lode. Così diceva venendomi incontro mio nonno: “Soccu fu stà vota? Trenta o trenta e lode?”

Amavo studiare eppure ogni esame mi costava almeno tre confezioni di iniezioni. Avevo il sedere ridotto come un colabrodo. Ai tempi non si sapeva che patologia subdola mi covasse dentro.

Nell’altra casa, la notte mi svegliavo spesso per i singhiozzi di mia madre e i suoi strani pianti notturni. Ricordo quell’aria di dolore come una nebbia fitta che avvolgeva ogni stanza. Ricordo l’infelicità cronica di mio padre a vivere così congestionato tra tutti quei ruoli di responsabilità e i costanti capricci di mia sorella che non risparmiava mai lagne se avevo qualche attenzione in più. E poi perché le avrei dovute avere? Solo perché somigliavo in tutto a nonna paterna? solo perché ero cagionevole di salute? O solo perché avevo ereditato da lei il dono delle parole?

Piuttosto ero folle come lei (così diceva sempre mia madre) e prima o poi la punizione sarebbe giunta anche per me!

“In questo mondo bisogna essere equilibrati, responsabili e normali”

Se ne usciva sempre con queste riflessioni da guru mia sorella. Lei era la sorella saggia, io la folle. A dire il vero io non avevo mai visto nulla di anormale nella mia capacità di creare mondi paralleli e magici con la parola. Le Parole per me erano tutto. Erano la mia famiglia. Erano madre, sorelle, amiche. Dopo la morte della mia amata nonna, con chi avrei potuto condividere questa mia appartenenza assoluta al mondo delle parole? Dovevo nascondere il mio segreto come fosse una colpa.

Una volta intrapresa la via della scrittura, si sa, indietro non si torna più. Così iniziai a scrivere e da allora non mi sono mai fermata. Scrivere all’inizio era come pregare. Poi divenne come respirare. Poi fu vivere. Poi sentirmi amata da chi non aveva voluto o saputo farlo. Mio padre rivedeva in me sua madre. Ero bella anche io? Me lo chiedevo spesso. Non certo quanto mia nonna, mi rispondevo, eppure nel mio volto vi era qualcosa di irrimediabilmente suo. Avevo i suoi occhi. Avevo la sua prospettiva strampalata sul mondo. La sua visionarietà.

Da quando avevo scoperto che Mario mi tradiva e il mio matrimonio ero crollato miseramente come un castello di fango malfatto sul margine di una pozzanghera che invece avevo creduto mare immenso come i suoi occhi, quando mi guardavano, stare da sola nel mio appartamento in città, mi pesava terribilmente. Per cui valigia fatta in fretta e furia e scappavo a Villa dei Limoni in cui ormai viveva soltanto mio padre con i suoi gatti, alberi e libri. Appena varcavo la soglia della villa, il mondo e il suo dolore irredimibile scomparivano. Scompariva anche Mario e il frastuono assordante che ancora faceva dentro me. Scrivevo fino a tarda notte, avvolta dalle pareti della villa di nonna che adesso erano divenute il mio scialle. Sentivo l’odore degli alberi dei limoni e il silenzio della campagna sconfinata in cui si trovava immersa la villa. Provavo pace. I cocci rotti del mio cuore si ricomponevano. Le ferite smettevano di essudare. Villa dei Limoni era diventata il mio rifugio e il mio piccolo e incontaminato mondo. Mio padre si rintanava nelle sue letture oppure trascorreva il suo tempo tra giardinaggio e gatti che amava come li aveva amati nonna da cui aveva ereditato anche l’abitudine di parlare con loro come fossero esseri umani. Nonna se ne era andata troppo presto. “Poteva restare ancora con noi – ripeteva spesso mio padre – le cose sarebbero andate diversamente anche per te e mi guardava con i suoi grandi occhi verdi.”

“Per me? – dicevo a volte stizzita – forse Mario se nonna era viva mi avrebbe tradito di meno? O forse tu non avresti divorziato? Le cose vanno come devono andare, papà, credimi. E poi tu nonna non la vedi ma lei è ancora qui.”  

Mio padre mi guardava sempre un po’ stralunato quando me ne uscivo con queste sentenze profetiche che certo dovevano fargli ricordare parecchio la madre. Anche mia nonna vedeva cose che gli altri non vedevano. Faceva sogni che poi si realizzavano. E sentiva prima quello che sarebbe accaduto. Mio padre era troppo razionale per comprendere che la realtà materiale e tangibile si mescola ad un’altra indefinita e sinuosa in cui ciò che appare vero non lo è e viceversa. Mio padre e le sue teorie perfette sull’amore. Eppure anche lui era stato tradito e a sua volta mia nonna, perché dunque non sarebbe dovuto capitare a me?

“Le colpe dei padri ricadono sui figli”. Più o meno era questa la frase che mio padre ripeteva spesso quasi a stigmatizzare il destino della nostra famiglia.

All’inizio Mario sembrava l’uomo perfetto, il marito perfetto, il genero perfetto. Forse era il mio angelo custode o il principe che mi avrebbe salvato. Ma da chi o da cosa?

Non avrei mai permesso a nessuno di essere guarita dai mei sogni e dal mio mondo fatto di creature alate. Io vivevo lì, sospesa a mezz’aria, tra terra e cielo e mi piaceva. Insegnavo per passione, scrivevo per ineludibile necessità e avevo sposato Mario per amore non perché mi guarisse da me stessa o dal divorzio dei mei genitori che avevo accettato con serenità, molto più di mia sorella, la saggia. Sapevo che l’amore prima o poi finisce. Finisce o muta forma. Forma ma non destinazione. Ecco con Mario invece non aveva cambiato forma ma solo destinazione. Almeno da parte sua. Per me era inaccettabile. Almeno nella storia di mio padre, l’amore aveva cambiato prima forma e poi destinazione e in quella di mia nonna, a mio modo di vedere, l’amore non aveva avuto né forma né destinazione. Insomma i matrimoni di una volta, quelli fatti perché dovevano farsi. Non il mio di certo. Avevo amato Mario con tutta l’anima e volevo dargli una figlia dai capelli rossi. La figlia non venne mai. Decisi allora di partorire libri. Ma il vero problema era che Mario non sapeva cosa fosse salire su un treno e non scendere più. Vi erano troppi binari nella sua mente convulsa e troppe destinazioni possibili da raggiungere. Per un uomo come lui, era appassionante salire e scendere da diversi treni, alla ricerca incessante del viaggio perfetto. Ma il viaggio perfetto non esisteva come non esisteva l’amore perfetto. Esisteva restare e resistere sullo stesso treno. Si poteva cambiare finestrino, finanche vagone, guardando paesaggi diversi e variegati, a volte arsi e brulli, a volte freschi di erba e odorosi di zagara e scirocco, ma il treno della propria vita era uno solo. Si saliva per desiderio non per dovere.  

Insomma non andò così tra me e Mario. Per me lasciarlo, scoperti tutti gli inganni, le menzogne e i binari molteplici che conducevano in tante ramificate destinazioni fu naturale come scrivere. Scrivere mi aveva sempre restituito a me stessa. Mi aveva sempre sanato dalle ferite del mondo e salvato dai suoi orrori. Dopo il divorzio, scrivere mi restituì anche a mia nonna che era sempre rimasta a Villa dei Limoni. Finché ero sposata non si era mai palesata, ma io avevo sempre avvertito la sua presenza leggera tra le stanze della villa. Durante quell’anno mi venne a trovare ben due volte e si fece vedere in tutta la sua bellezza. Si svelò in una freddissima notte di gennaio, la prima volta. Avevo appena iniziato a scrivere il mio ultimo libro e mi portò limoni freschi il cui odore ancora sento nelle narici. Poi venne quella sera di novembre, portandomi la melagrana a chicchi. Adoravo quei chicchi. Erano rossi come i mei capelli. Parlavano di me, della mia infanzia, dei miei giochi con lei, delle nostre interminabili chiacchierate, delle nostre confidenze, dei nostri riti. Tutto il nostro mondo racchiuso in una tazza di porcellana. Nonna era casa, e insieme a mio padre, era le mie radici. Mario ben presto si fece vedere in giro con la sua nuova fiamma bionda, una ragazzina del paesino in cui lui era tornato a vivere che nulla aveva a che fare con l’uomo che era, se non soltanto il fatto di essere una ragazzina. Un altro treno su cui salire con l’ebbrezza di un nuovo viaggio da compiere alla ricerca di altre destinazioni possibili. Io portavo l’anello al dito di un altro uomo che aveva conquistato il mio cuore senza mai nulla pretendere.  Lo aveva fatto con la sua dolcezza infinita, la sua pazienza, la sua intelligenza e le sue mani innamorate delle mie. Le cercava come si cercano i punti cardinali per orientarsi e non smarrirsi in mare aperto. Strana la vita. Accadde tutto in un anno. Sì, una vera sramera. Aveva ragione mia nonna. Un divorzio lampo dopo un lungo matrimonio, un ultimo libro da consegnare a breve alla casa editrice, un Festival di letteratura, interviste, proposte di collaborazioni cinematografiche per cortometraggi, incontri, viaggi, amici nuovi e altri riemersi dalla palude in cui ero piombata subito dopo il divorzio. L’insegnamento al Liceo con mille soddisfazioni, gli alunni che mi inabissavano di affetto e stima, mio padre sempre presente ad ogni mio evento e mia nonna a Villa dei Limoni che mi faceva dono delle sue sortite improvvise. Non mi sentivo più sola ma avvolta da una valanga di amore ed energia. Se poi erano spariti la sorella lagnosa, la madre sempre assente e il marito fedifrago, che potevo farci? La vita toglie, la vita dà. Tutto alla fine si equilibra. Trova la sua giusta dimensione. Io a Villa dei Limoni avevo trovato la mia. Quel novembre era stato davvero incredibile. Sapevo che sarebbero successe ancora tante cose ma ero pronta ad accoglierle con consapevolezza e gratitudine.   

“Nonna chi fa? Ti ‘ni isti? – dissi – alzando gli occhi dal pc e non vedendola più seduta di fronte a me. Vidi solo la ciotola con i chicchi di melagrana, rossi e luminosi come tanti rubini. Sì forse i chicchi della melagrana erano i rubini dei poveri.”

Mia nonna era in piedi vicino la porta a vetri dello studio e mi guardava scrivere le ultime parole del capitolo, sorridendo compiaciuta. Il libro era ultimato. Prima che mio padre tornasse a casa, con un guizzo luminoso mi ripetè: “Mih, nna’ sramera cuminasti st’annu, figghia bedda. Accura! Vazzi chi ti fermi!

Tò patri stà turnannu! Ti lassu lu ranatu, manciatillu tuttu chi si fatta troppu sicca!”

Sembrava che si dessero i turni. Mio padre, mia nonna, le parole. A turno nella grande giostra della mia vita, fatta di scrittura, alunni, lezioni di letteratura, visioni, sogni, ferite, tradimenti, amori franti e amori appena nati. Ma che importava?

Eravamo stati concepiti per fluire, per evolvere, per mutare, custodendo nelle viscere del cuore, in gran segreto, la via di casa. Non potevamo essere fuggitivi eterni, nomadi senza mai fissa dimora. Salire e scendere da mille treni diversi senza mai giungere ad una destinazione che sentissimo la nostra. Il segreto forse era viaggiare sapendo appartenere. Non come oggetti ma come chicchi di melagrana. Eravamo tutti diversi e uguali, tutti separati e uniti in un unico meraviglioso frutto duci e amaru proprio come era la vita.

Così venne a dirmi quella notte mia nonna. La vera sramera era stata rinascere come donna. Partorirmi nuova e intera. Rimettere insieme le tanti parti, come i chicchi della melagrana e sapere dove fosse casa.

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