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RossoBia

Dalla stessa parte – di Bia Cusumano

 Il Giudice

Quella mattina Raffaella era terribilmente in ritardo. Un caffè al volo e se solo fosse riuscita ad entrare nei pantaloni verdi appena acquistati, finalmente sarebbe potuta uscire di casa. Eh sì, le cure ormonali di quegli ultimi mesi, le avevano fatto prendere un po’ di chili di troppo. Lei abituata ad avere un corpicino esile, si sentiva davvero a disagio e si vedeva brutta ogni volta che si specchiava. Ma la voglia di avere un figlio con Giuseppe era più forte e disperata del suo volersi sentire bella.

“Che brutta! … – sbuffò stizzita – davanti lo specchio della cabina armadio.”

“Ma che brutta!” … una voce la raggiunse dal bagno di servizio, quello principale dell’appartamento nuovo, ovviamente era il regno di Raffaella. “Ma che brutta – replicò Giuseppe – allacciando scarpe e cercando solidarietà per un nodo alla cravatta, io non potrei mai desiderare un figlio da una donna brutta! Sorrise, la guardò teneramente e poi dritto sulla sua bocca le stampò un bacio da lasciarla senza fiato. Appena qualche chilo in più, amore, – aggiunse – colpa degli ormoni! Dopo che avremo il nostro bimbo, tornerai più sexy ed in forma di prima, abbi fede!”

Raffaella e la sua smania di perfezione si sedarono e i pantaloni pur con fatica furono indossati. Dopo essersi rimessa il rossetto e guardata una ultima volta allo specchio, era pronta per andare. L’attendeva una lunga giornata in tribunale. Giudice divorzista, affermata professionista, bella, intelligente, elegante ma con la disperata voglia a più di 45 anni suonati di diventare mamma!

“Un’ultima cosa – urlò giù dalle scale Giuseppe – mi sono dimenticato … la posta, la prendi tu dalla cassetta? Io, amore, sono davvero in ritardo, mannaggia! Il Dirigente mi licenzia questa volta e sorrise sornione.”

“Il Dirigente sei tu! – rispose sbuffando Raffaella – licenziati allora! Sarebbe anche meglio, visto tutte quelle giovani professorine neoassunte che ti gironzolano sempre intorno!” Ma Giuseppe aveva già chiuso il portone della hall alle sue spalle. Di quelle parole portò con sé solo il sapore delle risate complici che a sera, al rientro, si sarebbe fatto con Raffaella. A dire il vero, lei era parecchio gelosa ma più per il desiderio di voler essere sempre la più bella agli occhi del suo uomo, di certo no, perché Giuseppe gliene desse motivo, anzi tutt’altro. Uomo dolcissimo, paziente, premuroso, nonostante la mole infinita di lavoro che aveva sempre addosso, innamorato della sua Raffaella, alla follia. Giuseppe l’aveva sempre considerata fin dal primo sguardo che si erano scambiati, una donna attraente e seducente come poche e sarebbe bastato soltanto il modo in cui   Raffaella gesticolava o giocava con i capelli, figuriamoci tutto il resto, per dirle sempre che lei era non solo bella ma l’unica donna che avesse mai amato e desiderato sul serio. Insomma, la posta, chiusa la porta blindata dell’appartamento, toccava a lei ritirarla. E proprio quella mattina, iniziata storta con quei pantaloni stretti addosso per via dei chili in più, proprio non ci voleva, ma pazienza! Raccattò velocemente il malloppo di buste e come un furetto si diresse verso la macchina, rimuginando che quegli ormoni la stavano rovinando, aveva perfino le caviglie gonfie. Le buste le avrebbe guardate al rientro dal tribunale, anche se immaginava già. La rata del mutuo, le bollette esorbitanti di luce e metano, il condominio e forse qualche altra cavolata da pagare, visto i finanziamenti del marito per acquistare costantemente libri su libri. Ma non era ora di fare un po’ di economia e iniziare ad arredare la stanza del futuro nascituro? E se poi nonostante tutte quelle cure massive non fosse rimasta incinta?… La assalirono tristi pensieri, in effetti l’orologio biologico segnava già da un pezzo il countdown. Perché non avevano deciso prima di fare un figlio? Certo, se solo non avesse buttato nel cesso quei lunghi 8 anni con Damiano, il suo ex storico e avesse incontrato prima il suo Giuseppe, adesso sarebbe già mamma! Solo a pronunciare quel nome Damiano le salì un conato di rabbia e di vomito. O erano gli ormoni? Damiano … chissà che fine avesse fatto, di sicuro era a rovinare qualche altra! Si sedette sul sedile dell’auto, chiuse la portiera e gettò le buste in malo modo sul lato passeggero. Le buste sparpagliate come biglie erano diverse e incredibile a dirsi ve ne era proprio una che recava impresso il nome di Damiano Restio.

Lo aveva detto lei che era una mattinata storta. Erano anni che Damiano era letteralmente scomparso. E poi nell’era del digitale, una lettera? Non sarebbe bastata una mail? Si sa, la curiosità è donna. E se pure fosse mostruosamente in ritardo, aprì la borsa, prese il cellulare e inviò un messaggio velocemente al collega: “Imprevisto con la macchina. Inizia la prima udienza, ti raggiungo in corso d’opera. R.”

No, non poteva cominciare la giornataccia senza aver prima soddisfatto la curiosità di leggere.

Si prese il tempo necessario, fece un bel respiro e aprì la busta di una filigrana molto preziosa.

Mia cara Raffaella, per me sempre mia dolce Raffy, lo so, di anni ne sono passati tanti e di questo ti chiedo perdono, ma tu sai cosa ci ha legato e cosa nel profondo ci legherà sempre. Lo so, sono scomparso e ti ho fatto soffrire, tanto, tantissimo ma non ero abbastanza maturo per stare con te. Ti ho sempre seguito da lontano in questi anni e so che sei diventata quello che desideravi essere, un giudice affermato, una professionista brillante, ma io non avevo dubbi, talentuosa tu lo sei sempre stata. E poi, permettimi di dirtelo, sei sempre di una bellezza e di una classe, fuori dal comune. Io sto male, malissimo, anzi no sono davvero disperato. Ho sbagliato tutto nella mia vita e mi trovo in una situazione di sofferenza costante, non riesco a liberarmi dal dolore di averti persa, così e in malo modo. Questo dolore mi schiaccia il cuore. A casa, lo sai, è sempre lo stesso inferno. Ti chiedo di aiutarmi, se non avessi davvero bisogno, non te lo chiederei. So che hai una vita appagante e che hai accanto un uomo che ti adora ma io in fondo sono stato il tuo primo amore. Ti ricordi, la nostra intesa e passione? Ti ricordi le nostri notti folli? Ti ricordi che ti dicevo che eri la mia Itaca? Il mio grande, unico e immenso Amore? Ebbene sì, credo sia stato davvero così e nonostante tutti i miei errori ti prego di accettare di incontrarmi il prossimo venerdì sera al nostro solito posto. Lo ricordi ancora? Il ristorante Al Faro, nella stanzetta prive’, quella che si affaccia sul mare. Il nostro mare fatto del nostro amore profondo che resta impinto nelle fibre. Ti prego, non deludermi, sono davvero disperato. Ho bisogno di te. Te ne sarò grato per sempre e ti prego anche di avere massima discrezione. Non dirlo a nessuno. Fallo per me, per noi, per il ricordo del nostro patto segreto d’anime. Tuo, se mi posso permettere, Damiano, perché in fondo io sono rimasto Tuo. Con amore eterno, D.”

Damiano. Da buono scorpione se lo sentiva Raffaella che era davvero una mattinata storta.

Il Medico

Rosa aveva appena impastato e messo in forno la torta per Niccolò, nel frattempo aveva raccattato giocattoli sparsi per il salone e sentiva le urla della madre in giardino, sempre un po’ isterica, perché non trovava le forbici per potare le rose rosse. In tutto questo doveva correre in ospedale perché toccava a lei fare il turno di mattina in reparto e il marito manco farlo a posta l’aveva avvisata che ad accompagnare il loro piccolo al nido doveva andare lei, perché all’Università vi erano ancora esami e l’appello sarebbe continuato fino a pomeriggio inoltrato. Così tanti candidati non si erano mai visti. Effetto della pandemia appena conclusa. Senza mascherina, si sa, si parla meglio. Allora, ricapitolando: torta da sfornare, far fare colazione a Niccolò che intanto di alzarsi non ne voleva proprio sapere, forbici da procurare con urgenza alla madre prima che svegliasse all’alba l’intero vicinato in quella zona residenziale in cui si sentivano a mala pena ronzare le mosche, poi prendere Niccolò e lasciarlo al nido con bacetto sulla fronte e fiondarsi all’ospedale. Meno male che un camice di scorta era sempre nell’armadietto. Quella mattina non vi era tempo neanche per una doccia. Certo, Fabio, avrebbe pure potuto dirglielo un pochino prima che non sarebbe rientrato, mannaggia. Da quando era passato dal Liceo all’Università, il lavoro per Rosa era duplicato. Però poi il suo Fabio sapeva sempre come farsi perdonare. Weekend romantici, lasciando Niccolò da nonna, bracciali di cui lei era letteralmente folle, fiori con biglietti d’amore in cui vi erano versi di poeti davanti i quali a Rosa, una lacrima di commozione scendeva sempre e poi Baci Perugina e altre carinerie che solo gli uomini innamorati sanno compiere. Innamorati o che vogliono farsi perdonare qualcosa … pensò Rosa rabbuiandosi in viso. Ma non era proprio il caso di Fabio. Non vi era tempo per quelle fantasie strampalate e poi suo marito non era il tipo. L’aveva sposata pur potendo addurre la motivazione che il matrimonio era una pagliacciata, una farsa, come le aveva sempre detto il suo ex. Invece con tanto di brillante da non so che cifra esorbitante e tanto di cena romantica tra candele e musica, le aveva fatto la proposta. Si era messo contro la propria famiglia che assolutamente voleva una verginella illibata per il figlio ma Rosa era già bella e divorziata quando aveva incontrato per caso Fabio a conclusione di un corso di aggiornamento su una patologia che le stava parecchio a cuore. Purtroppo ne era affetta la sua migliore amica. E da quella maledetta diagnosi che aveva ricevuto Emma, per Rosa, quella patologia era diventata la sua missione. La Fibromialgia, maledetta bestia, si stava divorando la sua migliore amica, ma Rosa non la lasciava sola un attimo. Emma dolce e presente, la madrina di quel bimbo terribile che era Niccolò, che costantemente faceva i capricci. Così ogni tanto Rosa per strappare all’amica un sorriso le diceva: “Tutto sua madrina, mio figlio è! Del resto si sa, dilli madrini si pigghianu li vini!” Ed Emma accoccolandosi Niccolò al petto, fiatava di vita e di amore. Sorrideva e per un attimo, quella ladra bastarda di vita, non la sentiva addosso. Ma Emma non c’era quella mattina. Rosa era sul punto di chiamarla in lacrime, pensava proprio di non farcela a fare tutto … e poi sua madre! Santa donna continuava a strepitare per delle stupide forbici. Una bella dose di prazene gliela avrebbe messa ben volentieri in mezzo alla sua fetta di torta! Mannaggia al mondo che gira sempre vorticosamente per le donne, la torta stava bruciando in forno. Emma era andata con la sorella, una tipetta mastruna  econ lalingua lunga, a fare l’ennesima risonanza. O almeno così Rosa sapeva. Invece dono del destino buono, la vide comparire dal vialetto del giardino. Nulla di che, risonanza rimandata. Mancava il tecnico radiologo.

“Emma – disse Rosa – ti prego aiutami! Ho Niccolò da portare all’asilo, una torta in forno che brucia, una madre che urla, un marito che non rientra a casa, per un appello di esami prolungato all’Università ed io che vorrei farmi una mezza doccia e correre in ospedale perché sono di turno!”

“Calma, calma – disse Emma – c’è qui, zia Emma! Tu pensa solo a lavarti che in effetti più che una dottoressa sembri una casalinga disperata, al resto penso io. Ovvero alla isterica di tua madre che si è messa in testa di potare le rose, e al mio dolcissimo Niccolò. Oggi per via della risonanza se pur annullata, ho preso un giorno di permesso dal lavoro, per cui resto qui, non ho proprio voglia di rientrare a casa. E poi con mia sorella, per carità … mi dai uno strappo tu questa sera appena rientri? Mi prendo un giorno di pausa se così si può dire, visto il casino che mi lasci … e sorrise complice, guardando l’amica.”

“Sei un tesoro – disse Rosa – riprendendo la speranza che un Dio da qualche parte esistesse sul serio. Grazie di cuore, amica mia. Lo sai, io una sorella non ce l’ho ma tu per me è come se lo fossi. Grazie davvero. Questa sera accompagno te e mi sbarazzo di mia madre, mi sta facendo impazzire, tanto Fabio, dovrebbe rientrare!”

“Prima che entri in doccia, hai posta nella cassetta, mi stavo scordando, dai vai – disse Emma – fai tardi, penso a tutto io.”

Meno male che esistevano le amiche. Diede un bacio velocemente a Niccolò, si infilò in doccia, si vestì in fretta e furia, rassicurò la madre giardiniera provetta che Emma ora le avrebbe portato tutto l’occorrente per sistemare siepe, rose e piante varie, dopo di che aprì velocemente la cassetta della posta, prese le buste e partì a tutto gas verso l’ospedale.

Ritardataria cronica – disse Fabrizio – il collega di turno, sempre sul piede di guerra.”

“Hai ragione – rispose Rosa – non sai che mattinata, ma giuro che ti avevo mandato un vocale per avvisarti del mio ritardo.”

“Sì, sì, ho visto, o meglio ho sentito – replicò – secondo me lo hai inviato al tuo maritino professore illustre!”

“Ma come? – disse Rosa – sinceramente dispiaciuta e fece per cercare il cellulare e dimostrargli la sua buona fede ma la ricerca andò a vuoto. Aveva scordato di sicuro il cellulare in auto. Un attimo solo che corro a prenderlo, ti giuro Fabrizio, davvero ti ho inviato una nota vocale!”

Rosa si chiedeva perché Fabrizio fosse sempre così stizzoso nei suoi confronti. Fosse mica vero quello che si vociferava per i corridoi? Che il dottore giovane e bello avesse una cotta per lei? Non ci voleva neanche pensare, aveva un bimbo meraviglioso, un marito che la amava profondamente e una vita piena, a volte perfino troppo. Però passare per bugiarda no, non le andava giù. Cotta o non cotta, glielo avrebbe fatto vedere al collega stizzoso che lei diceva sempre la verità, pure se il prezzo da pagare fosse alto. Era fatta così. Determinata, volitiva, intensa, forse testarda ma corretta e fedele e con l’ossessione per la verità dopo tutte le bugie che si era dovuta inghiottire nell’ultima storia, prima di incontrare e sposare Fabio. Bugie senza ritegno e omissioni vergognose, stile storia di Pinocchio che raccontava ogni sera a suo figlio. Il cellulare doveva esserle caduto sotto il sedile, forse quando aveva gettato la posta in auto in maniera confusa e disordinata. Arrivò trafelata all’auto nel parcheggio, aprì la portiera e si infilò dentro come fosse una archeologa alla ricerca del reperto perduto. Eccolo! sommerso dalle buste. Nel tentativo maldestro di afferrarlo, gli occhi le caddero istintivamente su una busta dalla filigrana dorata, molto preziosa. Scritto con caratteri curati campeggiava il nome di Damiano Restio.

Cosa? Il suo ex storico che riaffiorava dai meandri del tempo? Sì quel Damiano che aveva lasciato la precedente fidanzata per lei. Poi l’amore li aveva travolti in un vortice assoluto ma da un mese all’altro, dopo anni intensi che sembravano non dovessero finire mai, era sparito senza alcuna spiegazione logica. Cinque anni, a fare bene i conti, di amore folle. Lei lo aveva considerato addirittura l’uomo della sua vita. Damiano Restio. Bello, colto e col cuore in un limbo eterno. Era scomparso. Di lui si erano perse le tracce.  E Rosa dopo avere cercato di capire e aver capito fin troppo, aveva deciso di svoltare drasticamente pagina. Si era dedicata ferocemente agli studi di medicina, specializzandosi con il massimo dei voti e poi per caso, Fabio, Niccolò e tutto il resto.

Il cellulare suonò, era Fabrizio. “Allora, rientri in servizio o questa mattina non hai proprio voglia di lavorare? Qua i pazienti si accumulano!”

“Senti, collega – disse Rosa – sul serio infastidita e parecchio turbata da quella lettera che le parve una sorta di pugno allo stomaco, ho una emergenza al posteggio. Dieci minuti e sono in reparto, poi però parliamo, io e te! E riattaccò.”

La lettera, che diceva la lettera? Il resto poteva aspettare.

 “Mia cara Rosa, per me sempre mia dolce Rosy, lo so, di anni ne sono passati tanti e di questo ti chiedo perdono, ma tu sai cosa ci ha legato e cosa nel profondo ci legherà sempre. Lo so, sono scomparso e ti ho fatto soffrire, tanto, tantissimo ma non ero abbastanza maturo per stare con te. Ti ho sempre seguito da lontano in questi anni e so che sei diventata quello che desideravi essere, una dottoressa affermata, una professionista brillante, ma io non avevo dubbi, talentuosa tu lo sei sempre stata. E poi, permettimi di dirtelo, sei sempre di una bellezza e di una classe, fuori dal comune. Io sto male, malissimo, anzi no sono davvero disperato. Ho sbagliato tutto nella mia vita e mi trovo in una situazione di sofferenza costante, non riesco a liberarmi dal dolore di averti persa, così e in malo modo. Questo dolore mi schiaccia il cuore. A casa, lo sai, è sempre lo stesso inferno. Ti chiedo di aiutarmi, se non avessi davvero bisogno, non te lo chiederei. So che hai una vita appagante e che hai accanto un uomo che ti adora ma io in fondo sono stato il tuo grande amore. Ti ricordi, la nostra intesa e passione? Ti ricordi le nostri notti folli? Ti ricordi che ti dicevo che eri la mia Itaca? Il mio unico e immenso Amore? Ebbene sì, credo sia stato davvero così e nonostante tutti i miei errori ti prego di accettare di incontrarmi il prossimo venerdì sera al nostro solito posto. Lo ricordi ancora? Il ristorante Al Faro, nella stanzetta prive’, quella che si affaccia sul mare. Il nostro mare fatto del nostro amore profondo che resta impinto nelle fibre. Ti prego, non deludermi, sono davvero disperato. Ho bisogno di te. Te ne sarò grato per sempre e ti prego anche di avere massima discrezione. Non dirlo a nessuno. Fallo per me, per noi, per il ricordo del nostro patto segreto d’anime. Tuo, se mi posso permettere, Damiano, perché in fondo io sono rimasto Tuo. Con amore eterno, D.”

Meglio chiamare il primario e prendersi un’ora di permesso. Effettivamente la notte precedente non aveva per nulla dormito bene e adesso capiva il perché. Le scoppiava la testa. Le occorreva un caffè e del silenzio.

L’ingegnere

Rita quella mattina, aveva un diavolo per capello. Il capo della azienda di cui era amministratore delegato le aveva appena comunicato che sarebbe dovuta partire da lì a poco per un viaggio molto importante. Trattare un progetto di ampio respiro con degli imprenditori svizzeri molto facoltosi. Da quando si era trasferita nella sua villa al mare, dopo vicende familiari invereconde, trascorreva le sue giornate tra pc, i suoi animali, tablet, libri e telefonino. Mai un attimo di tregua. Ma il lavoro era un ottimo alleato per non pensare e soprattutto per non rimuginare sopra le ferite del suo cuore, che avevano condizionato il suo destino.

Era una donna di un carisma magnetico e chissà perché riusciva sempre a persuadere tutti, della validità delle sue idee. Forse era l’entusiasmo che l’animava, quella forza segreta che non si sapeva da dove giungesse, o forse per la luce che sprigionava dagli occhi color cioccolato. Certo, andare in Svizzera non era male, pensò da un lato. Vi era  una sua cara zia ormai anziana da potere rivedere e riabbracciare nel caro ricordo della  nonna paterna. Eppure durante i weekend non aveva voglia di preparare valigie con tutti gli accessori di cui non riusciva a fare a meno: borse, scarpe, cappelli, gioielli, abiti, trucchi, creme, brillantini. No, almeno il weekend che fosse mare, relax e libri che divorava come faceva con il cioccolato. Ecco un’altra buona ragione per andare in Svizzera. Il cioccolato al latte ripieno di nocciole. Ma voleva dire anche prendere il cellulare e dire a Marco che per quel weekend sarebbero saltati i loro piani romantici. Da quando si era messa a frequentare quel ricco uomo d’affari era tutto un rincorrersi tra aeroporti, valigie, coincidenze e liste d’attesa infinite anche per un pranzo o una cena. Sempre di fretta, con il cronometro pure per farsi una chiacchierata serale. Un po’ le pesava. C’era già stato il suo ex storico a farla sentire un impegno nella sua agenda tra convegni, articoli e saggi da scrivere. Marco sperava fosse un uomo diverso. Ma era spesso latitante. E Rita era stanca di essere un optional. Questa volta voleva essere la priorità assoluta. Inoltre per andare in Svizzera doveva necessariamente fare i conti con i suoi animali domestici, ovvero assicurarsi a chi lasciarli. Era impensabile che Penelope, la gatta aristocratica restasse sola con Ulisse, il labrador che da sempre la guardava snobbandola in quanto proprio felina e fimmina. A Rita piacevano gli ossimori, figuriamoci se non si era andata a prendere una gatta e un cane dai nomi mitologici. Era ossessionata da quelle due figure. Penelope ed Ulisse. Dormiva infatti con una copia dell’Odissea nel lettone, tra fogli, tablet, cellulare e i suoi amici pelosi. E l’idea che pur guardandosi sempre in maniera stizzosa, i due compagni a quattro zampe non riuscissero a stare l’uno senza l’altra accendeva le sue fantasie romantiche. In fondo aveva scelto l’Università di Ingegneria perché voleva essere una manager, una donna in carriera affermata, autonoma e artefice del proprio destino ma il suo cuore batteva di poesia, di arte e letteratura. Si interessava spesso di cultura facendo da sponsor per festival di poesia o arte ma ovviamente non aveva il tempo materiale di dedicarsi alle presentazioni, in prima persona. Le stava bene il dietro le quinte, non aveva bisogno di luci di riflettore addosso. Già Rita brillava palesemente di suo. Era bella, carismatica, ancora una giovane donna, con dei lunghi capelli rossi che le incorniciavano un viso aggraziato e ironico. Con le gote alte e quegli occhioni dal taglio quasi orientale, non aveva nulla da invidiare ad una modella, a parte l’altezza! Ma questo suo carisma sensuale le era costato il pregiudizio aberrante che una bella donna non potesse anche essere capace, intelligente, talentuosa al punto tale da scalare i vertici del potere e della carriera. Invidia e cattiverie inaudite si erano abbattute su di lei. E il primo a mettersi in competizione con lei e a farla sentire perennemente in colpa era stato proprio il suo ex, quello che l’avrebbe voluta docile e remissiva forse come una bestiolina da tenere al guinzaglio. Rita? Al guinzaglio? Lei che si era costruita il suo mondo da sola, senza l’aiuto di nessuno, anzi che aveva pagato lo scotto di una famiglia scomoda, una condanna, peggio di un 41 bis.  Avrebbe avuto bisogno di essere compresa, valorizzata, stimata, sostenuta, non temuta e demonizzata quasi fosse una strega pericolosa, una minaccia. Lei, in fondo vi era sempre per tutti. Non pronunciava mai un no a chi le chiedesse aiuto, collaborazione, ascolto, sostegno ma poi per lei puntualmente vi era solo il suo lavoro con tante, tantissime gratificazioni, i progetti che finanziava in silenzio e i suoi fedeli e inseparabili Ulisse e Penelope. Il padre l’aveva lasciata orfana ben presto ma la dinamica della sua morte non si era mai chiarita del tutto. Forse, la madre guidava in stato di ubriachezza quella notte, dopo l’ennesima lite con il marito, per cui lo schianto era stato inevitabile. Un volo follo in un burrone. La macchina si era accartocciata come una foglia secca. Corrado era morto sul colpo. La madre invece sopravvissuta miracolosamente. La sorella da allora, affetta da una sindrome ossessiva-compulsiva, aveva sviluppato nevrosi, isterismi vari, attacchi di panico, pianti e singhiozzi da fare uscire tutti pazzi. Inoltre Livia aveva maturato con l’andare del tempo anche disturbi alimentari. Insomma il trauma della madre ubriaca e sopravvissuta e del padre, un uomo dal cuore nobile, morto senza possibilità alcuna di salvezza, aveva devastato la debole personalità di Livia, rendendola finanche cinica, invidiosa e cattiva. Che dire, non era proprio una famiglia facile quella che Rita aveva alle spalle ma non per questo lei si era mai arresa. Anzi, aveva fatto le valigie presto, lasciando la madre e Livia in quel limbo di infelicità cronica e si era dedicata alla sua carriera anima e corpo per cambiare il suo destino. Aveva una figlia bellissima di cui era innamorata come la sua unica vera ragione di vita. Ma a causa della sua famiglia d’origine problematica e del suo essere una manager di successo, sempre in viaggio per i progetti dell’azienda, il suo ex marito con sadica e gratuita cattiveria gliela aveva rubata. Ovviamente in questa vicenda una colpa irreparabile avevano la madre e Livia. Nessuno delle due in tribunale aveva detto una parola in sua difesa. Anzi entrambe invidiose dei successi raggiunti da Rita, avevano dichiarato che una donna così impegnata e sempre fuori per lavoro, non poteva crescere una bambina e che sarebbe stato decisamente meglio per la nipote vivere con il padre. Una vicenda umana che avrebbe ucciso qualunque donna e madre al mondo, non Rita. Lei aveva ingoiato il boccone di fiele e aveva sorriso perfino davanti la cattiveria meschina dei suoi familiari. Un giorno la piccola sarebbe cresciuta e il tempo avrebbe dato le sue risposte. Un giorno. Per questo dopo la vergognosa e triste storia, Rita si era trasferita nella villa al mare insieme ai suoi pelosi, al pc, ai suoi libri e progetti. Non vi era più spazio per nulla. Ovvero ve ne era stato fin troppo di tempo e spazio dedicato a chi aveva amato, il suo ex fidanzato. Aveva creduto di avere incontrato l’uomo della sua vita, una persona che l’amasse sul serio, con cui magari mettere al mondo un’altra bimba dai capelli rossi. Rita amava i bambini e credeva nella famiglia e nel matrimonio, strano a dirsi, per una donna così moderna, emancipata e autonoma. L’amore per lei era il motore di tutto. Aveva ereditato il suo buon cuore dal padre. Purtroppo quell’amore che lei aveva creduto il suo destino e la sua destinazione si era rivelato un inganno sommo, una beffa balorda. L’ennesimo sputo sul suo desiderio di essere una donna felice. Corna e minzogne a tinghitè.  Dopo questa ennesima delusione umana non vi era posto se non ogni weekend per Marco, l’uomo d’affari che però spesso era assente per lavoro e la cosa a Rita non andava proprio giù. In effetti partire per la Svizzera non era poi una così cattiva idea, alla luce di tutte quelle riflessioni. Andare un po’ via per fare chiarezza dopo tutto quello che era accaduto vorticosamente negli ultimi tempi non poteva che farle bene. Si decise a darsi questa possibilità di ulteriore crescita professionale e spazio personale. Doveva solo disdire con Marco il weekend riparatore che lui aveva organizzato in una spa di gran lusso, dopo essere stato lontano da lei per alcune settimane. Chiamò direttamente il suo capo, disse che sarebbe partita e poi inviò un massaggio laconico a Marco: “Motivi di lavoro improrogabili”. La decisione le era costata una intera mattinata ora voleva solo farsi una corsa in spiaggia, poi doccia, pranzo veloce ed azienda. Uscì dalla villa con una aria pacificata, era la scelta giusta. Si era sentita troppo trascurata e non le andava di essere l’appendice o la bambolina di nessun altro uomo. Le era bastato esserlo stata già del suo ex per poi essere ripagata nel peggiore dei modi. Uscendo dalla villa, non dosò bene la forza delle braccia e fece rimbalzare così fortemente il cancello in ferro battuto che rintronò tutta l’inferriata e la cassetta della posta. Già la posta … aspettava l’invito alle nozze di una sua cara amica. Ma ancora le donne credevano di potere incontrare il principe azzurro, tanto da arrivare alla follia insana di sposarsi? Sì, amaramente lo aveva creduto pure lei, per ben due volte. Ex marito ed ex fidanzato. Ma dopo l’ultima storia infarcita di menzogne e tradimenti, (era stata tradita perfino con una sua collega) non credeva potesse ritrovare quell’entusiasmo quasi adolescenziale che la portasse a dire ancora . Ma chissà, la vita rimescola sempre le carte. Lei era una ottimista spudorata. Aprì la cassetta alla ricerca dell’invito alle nozze in programma per il mese successivo, se si ricordava bene. Certo, con tutti gli impegni, per presenziare lo avrebbe dovuto incastrare facendo i salti mortali. Tanto ci era abituata a farli. Ma nessun invito. Gli occhi però le restarono incollati su un’altra busta. Color rosso porpora, elegante e decorata con petali di fiori. Campeggiava in alto un nome. Damiano Restio. No! Non poteva crederci, il suo ex fidanzato! Ne aveva proprio parlato con Marco, uno degli ultimi weekend in cui si erano visti, svelandogli le ultime menzogne di cui era venuta a conoscenza. E lui, per rasserenarla l’aveva portata nella sua cascina in montagna. Effettivamente, Marco, quando voleva, ci sapeva proprio fare. Quella lettera tra le mani le fece uno strano effetto e una strana inquietudine iniziò a serpeggiarle addosso. Era d’obbligo scendere in spiaggia, sedersi e leggerla tutta d’un fiato. Cosa voleva Damiano, dopo tutto il male che le aveva fatto?

Aprì la busta e lesse.

Mia cara Rita, per me sempre mia dolce Rossa, lo so, di anni ne sono passati e di questo ti chiedo perdono, ma tu sai cosa ci ha legato e cosa nel profondo ci legherà sempre. Lo so, sono scomparso e ti ho fatto soffrire, tanto, tantissimo ma non ero abbastanza maturo per stare con te. Ti ho sempre seguito da lontano in questi anni e so che sei diventata quello che desideravi essere, un ingegnere affermata, una professionista brillante, ma io non avevo dubbi, talentuosa tu lo sei sempre stata. E poi, permettimi di dirtelo, sei sempre di una bellezza e di una classe, fuori dal comune. Io sto male, malissimo, anzi no sono davvero disperato. Ho sbagliato tutto nella mia vita e mi trovo in una situazione di sofferenza costante, non riesco a liberarmi dal dolore di averti persa, così e in malo modo. Questo dolore mi schiaccia il cuore. A casa, lo sai, è sempre lo stesso inferno. Ti chiedo di aiutarmi, se non avessi davvero bisogno, non te lo chiederei. So che hai una vita appagante e che hai accanto un uomo facoltoso, folle di te ma io in fondo sono stato il tuo grande amore. Ti ricordi, la nostra intesa e passione? Ti ricordi le nostri notti infinite? Ti ricordi che ti dicevo che eri la mia Itaca? Il mio unico e immenso Amore? Ebbene sì, credo sia stato davvero così e nonostante tutti i miei errori ti prego di accettare di incontrarmi il prossimo venerdì sera al nostro solito posto. Lo ricordi ancora? Il ristorante Al Faro, nella stanzetta prive’, quella che si affaccia sul mare. Il nostro mare fatto del nostro amore profondo che resta impinto nelle fibre. Ti prego, non deludermi, sono davvero disperato. Ho bisogno di te. Te ne sarò grato per sempre e ti prego anche di avere massima discrezione. Non dirlo a nessuno. Fallo per me, per noi, per il ricordo del nostro patto segreto d’anime. Tuo, se mi posso permettere, Damiano, perché in fondo io sono rimasto Tuo. Con amore eterno, D.”

Il Faro era un localino davvero suggestivo. Un ristorantino con una ampia terrazza coperta vista mare e un’altra attrezzata per il periodo estivo che dava direttamente sul porticciolo di una bellissima località balneare che aveva ereditato il fascino della Sicilia antica. Si trovava in un borgo marinaro che aveva un faro, in cui era possibile inerpicandosi per le scale a chiocciola, salire fino all’estremità per contemplare l’immensità del Mediterraneo fino a smarrirsi nel canale di Sicilia, di Malta e Pantelleria. Il prive’ del ristorante era una saletta esclusiva, per coppiette innamorate o per intime cerimonie che non volevano confondersi con il resto degli avventori. Quel venerdì, la prima ad arrivare fu Raffaella, per via degli ormoni che assumeva in attesa trepidante di concepire un figlio, era sempre una scheggia impazzita, sovraeccitata e iperattiva, per cui anche iper-puntuale. Indossava un abito verde smeraldo, che faceva pendant con i suoi occhi verdi. Capelli fluenti sulle spalle, tacchi nonostante le caviglie gonfie, gioielli ben coordinati con l’abito e un trucco mozzafiato. Nonostante i suoi chili in più, era davvero una bellissima donna.  Entrò nel ristorante della sua giovinezza, certo non senza un evidente imbarazzo ma da giudice in carriera, era abituata a mascherarlo benissimo. Ricordava nonostante fosse trascorsa una vita dove fosse la saletta riservata. Con passo deciso e andatura sinuosa, gesticolando come solo lei sapeva fare si diresse verso il prive’, salutando cortesemente i camerieri e dicendo soltanto che era attesa lì. La seconda ad arrivare fu Rita che con una scollatura mozzafiato e i suoi soliti brillantini, capelli rossi acconciati in morbidi boccoli e occhioni languidi da cerbiatta, catalizzò l’attenzione di tutti. Immancabile il suo rossetto rosso che faceva eco con le sue unghie rosse.  Amava quel colore. Il rosso la riportava a suo padre, anche lui chiaro di carnagione e rosso di capelli. Rita, salutando i camerieri e i proprietari del locale si diresse, con piglio deciso e determinato verso il prive’. Aveva il cuore in gola ma da brava manager era abituata a gestire le emozioni, aveva seguito diversi corsi a riguardo. L’ultima a giungere, fu Rosa. Effettivamente con un bimbo piccino, un marito sempre impegnato all’Università e un lavoro sfibrante come quello che svolgeva, il ritardo era d’obbligo. Entrando nel ristorante le risuonarono le parole del collega del reparto, ritardataria cronica. Forse fu un modo per smorzare la tensione ma un sorriso le affiorò sulle labbra. Rosa era la meno appariscente delle tre ma lei era sempre stata così. Una donna che dava poco peso alla sua immagine estetica. Indossava un jeans attillato e un corpetto nero. Aveva un filo di trucco e i capelli lisci che le scivolavano da una acconciatura improvvisata. Ma il suo corpo, nonostante la gravidanza era rimasto quello di una ragazzina. Magro e agile. Forse perché aveva sempre praticato sport ma era davvero una bella donna, non aveva poi bisogno di grandi accessori. Con passo insicuro si fermò pochi secondi sulla soglia del locale, per un attimo pensò anche di andare via ma una volta trovata una scusa con il marito per uscire quella sera, ormai era fatta. Non poteva più tornare indietro. Così entrò e si diresse verso la saletta, dimenticandosi nell’ansia e nell’imbarazzo del momento, di salutare perfino i camerieri. Le tre donne si guardarono con occhi sbigottiti e nonostante gli anni trascorsi, si riconobbero a vicenda. Rita puntò i suoi occhioni sulla dottoressa, ultima arrivata che nella lunga lista delle donne di Damiano doveva essere stata quella da sempre definita la pazza. A sua volta, Raffaella guardò Rita, la donna dei brillantini, quella che, le voci le erano giunte, era stata definita una rossa pericolosa, o ancor meglio la mantide religiosa. Rosa guardò stralunata le sue colleghe di sventura. Insomma cosa era? Una rimpatriata tra ex storiche di Damiano? Una farsa ridicola ordita da lui per prenderle in giro, ancora, dopo anni e anni trascorsi nel silenzio assoluto? E soprattutto lui, dove era? Il gelo cadde tra le tre belle e affermate donne. Neanche il tempo di rivolgersi un saluto di cortesia, era inevitabile a prescindere, entrò una quarta donna. Indossava un abitino rosa attillato, aveva i capelli lunghi scuri e labbra carnose. Insomma, la tipica bellezza mediterranea. Con fare davvero imbarazzato guardò tutte e capendo l’imboscata di cattivo gusto si diresse verso loro ed esordì stizzosa: “Che onore! Le tre ex storiche di Damiano, i suoi grandi amori, tutte riunite dopo anni allo stesso tavolo! Piacere io sono Gabriella e no, non sono stata una delle sue fidanzate storiche, a me è stato riservato il semplice e squallido ruolo di amante a tempo indeterminato. Ma conosco di fama, tutte e tre. Soprattutto te Rita e si rivolse con occhi di brace verso lei!”

Rosa sbottò: “Scusate signore, io ho lasciato un bimbo piccolo a casa per essere qui e mi ritrovo coinvolta in questa rimpatriata a dir poco assurda. Mi permetto di chiedere ma di chi è stata l’iniziativa e a che pro? Avete ricevuto pure voi una lettera da parte di Damiano, in cui diceva di essere disperato? Chi di voi l’ha scritta?”

In sala entrò una quinta donna o meglio dire, giovane donna, insomma rispetto alle altre era in fondo solo una ragazzina. Jeans aderenti strappati, camicetta bianca, capelli castani, viso ovale, pelle così liscia e rosea da sembrare una studentessa universitaria.

“Io ho scritto la lettera – disse – sono l’attuale fidanzata e promessa sposa di Damiano. E questa sera vi ho convocato, se così si può dire, per parlarvi. Sapevo che sareste venute tutte, voi grandi e storici amori di Damiano ed anche tu e si rivolse a Gabriella, con uno sguardo gentile. So che avete amato Damiano tutte fino allo stremo delle vostre forze e so che a tutte voi ha riservato menzogne, tradimenti, umiliazioni e vendette trasversali. In realtà siete state tutte tradite con la donna successiva che poi ha sfoderato come fidanzata e a cui ha ripetuto esattamente le stesse cose che aveva detto alla precedente. Gabriella, so bene che anche io sono stata tradita con te e simultaneamente con Rita, per non dire di tutte le altre che hanno occupato il posto di una notte e via.  Ma non ci sarebbe voluto più un prive’ per convocarle tutte, forse una balera. E sorrise amaramente. Io al cospetto vostro, belle e affermate donne di successo, sono una ragazzina, perché con Damiano ci togliamo davvero tanti anni. Ma non per questo sono una stupida. Volevo guardarvi negli occhi e chiedervi perdono per il male che vi ha fatto. Detto ciò, non voglio e non posso scusarlo. E’ un uomo imperdonabile. Ma volevo sapeste che io non penso nulla di quello che lui va dicendo su ognuna di voi, per alleggerirsi la coscienza e scaricare il fallimento delle sue relazioni su di voi. Voi siete state più fortunate di me, lo avete capito tardi forse ma lo avete capito. Chi attraverso prove indiscutibili e questa volta diresse il suo sguardo su Rita, chi attraverso sospetti, chi attraverso la vecchia storia del non sono pronto, non sono maturo, sono ancora un ragazzino, insomma vi siete messe in salvo.  Siete riuscite a rifarvi una vita e so che Raffaella tenta di avere un bimbo, che Rosa ne ha uno bellissimo e che Rita ha una vita piena e gratificante. Mi spiace per Gabriella che ancora non se ne sia fatta una ragione. So che hai accettato perfino di essere l’amante in contemporanea sia mia che di Rita, devi proprio averlo amato tanto.”

Gabriella, dal tono stizzoso dell’inizio della reunion, scoppiò in lacrime e sentendosi stranamente capita e non giudicata disse: “Vorrei chiedere scusa se mi sono intromessa nella storia tra Damiano e Rita all’inizio e poi nella vostra e guardò la ragazzina che aveva organizzato il tutto con una maturità geniale che aveva lasciato tutte quante spiazzate.”

“Che scusa – disse Raffaella – con gli ormoni impazziti e la tachicardia a mille. Che scusa! Quello ha preso per il culo a tutte e continua a farlo come se nulla fosse, mettendo tutte le donne che seduce e stordisce, l’una contro l’altra!”

“Già – disse Gabriella- divide et impera! Non sapete cosa mi abbia detto su ognuna di voi, forse perché essendo l’amante e non la fidanzata, si sentiva più libero di parlare!”

“Ah, sì? – disse Rita – sentiamo un po’ che diceva il piccolo e indifeso Damiano?”

Licia, abbassò gli occhi, pieni di lacrime. “Posso anche dirlo io. Sai, Gabriella, è vero, rispetto a noi quattro, tu sei stata l’amante ma non credere che a me, non abbia detto peste e corna su ognuna di voi per farmi credere che lui sia la vittima e voi le carnefici.”

Rosa guardava spazientita l’orologio. Ad un certo punto, dopo un lungo respiro disse: “Insomma, sono una dottoressa, forse grazie alle mie competenze mediche e alla psicoterapia che ho dovuto fare, a causa del disastro emotivo che mi ha causato Damiano, posso assicurarvi ragazze, che si tratta di un uomo, definiamolo così, patologico. E’ un narcisista cronico, bugiardo seriale, delusivo e manipolatore. Detto ciò, mi spiace avervi detestato per tutti questi anni a causa sua, pensando che eravate voi le tentatrici, le seduttrici incallite, le poco di buono che a catena avevano compromesso il mio grande amore per lui. E dire che volevo sposarlo e farci un figlio! Come ho potuto solo pensarlo!”

“Gabriella – esclamò Licia – di te, diceva che eri una verginella anoressica! Di te, Rosa che eri una squilibrata incapace ed immatura, di te, Raffaella che eri una donna bulimica di successo con la quale non voleva fare neanche sesso!” Gabriella chinò gli occhi, vergognandosi moltissimo.

“Intanto, da verginella io gli davo una bella razione quotidiana, alle vostre spalle! Di te, Rita, diceva che eri spregiudicata e pensavi solo a te stessa, egoista, seduttrice cronica e Freudessa! Volevi sempre indagare il perché delle cose!  Forse avrò sentito dire le parole più squallide, le peggiori. Che vergogna! Ma il tenore su tutte quante era sempre lo stesso con variazioni poco degne di nota. Insomma o eravate zoccole, o eravate assetate di carriera o pazze o volevate incastrarlo per lustro e soldi in un matrimonio senza futuro. Eppure tutte eravate il Grande Amore. Sì Itaca! E scoppiò in una risata isterica!”

Rita guardò Licia, la ragazzina matura e geniale di quella serata tra il surreale e il tragicomico e le disse: “Che farai?… Apprezzo molto quello che hai saputo magistralmente compiere, io non avrei saputo organizzare di meglio. Tu così giovane e ai nostri occhi così inesperta della vita e forse degli uomini ed invece proprio grazie a te, cinque donne che forse per decenni Damiano è riuscito a mettere in competizione l’una contro l’altra, dicendo di ognuna, le cose più aberranti alla successiva, adesso si ritrovano qui, sedute a questo tavolo, dalla stessa parte. Unite forse dalla cattiva sorte di averlo amato e giustificato sempre, perché troppo giovane, troppo infelice, con una famiglia complicata ed anaffettiva che gli faceva sempre la guerra, mai pronto per legarsi, per appartenere, per costruire. Ma sai, in fondo la colpa è stata nostra. Forse se solo ci fossimo incontrate prima, ad oggi nessuna di noi si sarebbe ritrovata a donargli  così tanti anni, cura, amore, dedizione, fedeltà per averne in cambio  solo corna e menzogne, umiliazioni e sensi di colpa continui. Un vero e proprio massacro psicologico e un inferno di silenzi, blocchi, apparizioni, fughe, chat segrete, sospetti, amanti, ritorni e poi dichiarazioni d’amore eterno in cui tutte puntualmente siamo cascate. Promesse, promesse ma poi il nulla. Noi però in qualche modo siamo sopravvissute. Chi ha marito, chi ha un figlio, chi ci prova, chi ha una carriera affermata e progetti futuri, noi in qualche modo abbiamo capito e siamo andate oltre, non senza ferite e ustioni ma oltre. E tu?”

“Io volevo solo chiedervi perdono per tutto il male che vi ha fatto e l’amore che vi ha negato e dirvi grazie per essere qui, perché avete dimostrato tutte di avergli voluto veramente bene tanto da accettare questo invito. Volevo toccare con mano se le sue parole quando vi definiva carnefici e colpevoli della sua infelicità e del fallimento delle sue relazioni fossero vere o solo alibi perenni per giustificarsi ai miei occhi di essere giunto così avanti negli anni senza una famiglia sua, una macchina sua, una casa sua, un figlio suo. Il fatto che tutte siate venute qui, dimostra che non siete né mostri, né carnefici, né poco di buono. Invece siete belle persone, tanto belle da aver accettato di venire solo perché nella lettera che ho scritto a suo nome, lui vi ha chiesto aiuto.  Questo mi basta per non sposarlo e per capire che anche io devo mettermi in salvo, se no, mi finirà esattamente come voi. Magari potrei essere anche la moglie ma la mia sorte sarebbe segnata da tradimenti, menzogne e inganni. Credo, nonostante la mia giovane età, di meritare di più. Un uomo che mi ami, mi dica la verità, si prenda cura di me e non dica cattiverie insulse sulle sue ex perché la prossima sulla quale le direbbe sono proprio io, usandomi come traghettatrice nel momento in cui ne troverà una più giovane, più bella e più manipolabile di me. La nuova vittima del copione che ripete da decenni sempre uguale.”

Rita disse: “Scusate ma ognuna di voi ha portato con sé la famigerata lettera?”

Tutte, risposero in coro: “Decisamente sì!”

Rita aggiunse: “In ogni lettera si parla di amore unico e profondo, impinto nelle fibre, notti folli e intesa perfetta, Itaca e bla bla bla …?”

Si guardarono allibite, tutte quante. Come faceva a sapere quelle cose la ragazzina? La dolce Licia che aveva organizzato quella serata che manco un regista da premio Oscar?

Licia con uno sguardo triste ma allo stesso tempo consapevole disse: “Ho scritto a tutte voi, la stessa lettera, perché sapevo che ad ognuna di voi aveva detto esattamene le stesse parole che ha detto a me. Ha ragione Rosa, è un uomo da manuale, solo che lo capisci troppo tardi quando ne sei perdutamente innamorata e poi salvarti è davvero difficile. E per salvarti, ci vogliono tenacia, forza e tanto amor proprio per non ricadere più nella sua rete. Lui è eroina in vena. Ti uccide dentro, lentamente, dopo i primi mesi sfavillanti, in cui da buon narcisista ti dona il paradiso. Ti dice di amarti e di non aver mai amato prima, nessuna come te ma che il suo amore non basta da solo. Che lo ferisci, lo vuoi manipolare, lo vuoi usare, lo vuoi costringere a compiere gesti in cui lui non crede. Insomma sei sempre tu quella sbagliata. Invece, non ama nessuno, neanche se stesso. Non ne è capace. Non lo fa nemmeno per cattiveria, ha il cuore bucato.” E sospirò.

Rita guardò Licia con tenerezza quasi materna, quanto capiva profondamente quello che intendeva dire.

“Mah! Già che siamo qui, in questa location di eccezione, che ne dite, se ci fermiamo a cenare dopo tutte queste verità svelate e dopo che finalmente ogni tassello di questo triste e amaro puzzle si è ricomposto? Ma perché non creiamo una chat tutta nostra? Ogni tanto potremmo anche vederci e magari conoscerci meglio e chissà, perché no, diventare amiche, organizzare delle uscite, conoscere i nostri rispettivi mariti, figli, fidanzati, amanti…” E scoppiò a ridere.

“Sì, insomma che da Damiano e dal male che ha fatto ad ognuno di noi, possa nascere qualcosa di buono, io me lo auguro! A cena ultimata, tutte in spiaggia a bruciare sotto il faro le lettere! In fondo se le donne vogliono, sanno essere più forti e unite di quanto si possa pensare e la loro forza è impareggiabile! E se gli uomini sanno essere branco, noi donne sappiamo essere famiglia!”

Gli occhi lucidi di tutte, furono tanti sì. Cominciò la cena nel prive’ del Faro, una cena tra donne forti e coraggiose che avevano compreso sulla loro pelle ustionata che l’amore è prima di tutto, verità, rispetto, fedeltà, appartenenza.Non vi era alcuna Itaca possibile, altrimenti. Cosìatutto fu dato un senso, il cerchio fu chiuso e le donne di Damiano Restio furono tutte dalla stessa parte.

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