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Gabriel, l’angelo venuto da lontano – di Bia Cusumano

A tutti i bimbi dell’Ucraina

Non dimenticherò mai Gabriel. Quando le assistenti sociali, due signore dall’aspetto alquanto rassicurante, lo portarono al mio appartamento, sul pianerottolo di casa riuscii appena a scorgere la sagoma di un bambino pallido, emaciato, con gli occhi azzurro cielo completamente persi nel vuoto. E poi un anonimo zainetto, riempito con poche cose. Ma forse Gabriel di quello zainetto era ancora più anonimo e assente. Compilai in fretta i documenti che le donne mi consegnarono: un mare di firme che alla fine, un po’ per l’ansia che mi assalì, mi vennero tutte sbilenche. Poche settimane, mi promisero. Il tempo di “trasferirlo” in una casa di accoglienza per minori orfani di guerra. Un passaggio transitorio. Questo dissero, assicurandomi che si sarebbero fatte vive al più presto. E poi quel giorno c’erano altri bimbi da consegnare.  Mi colpì molto il loro modo di parlare. Manco si trattasse di merce e non di bambini. Come se la burocrazia fosse la cosa più importante, e tanti saluti a quegli occhi svuotati di vita.

    Mi ritrovai completamente sola con un bimbo che a stento aveva varcato la soglia di casa. Lentamente Gabriel si accucciò ai piedi del termosifone e, con gli occhi bassi, non pronunciò nemmeno una parola. Avrà avuto sette o otto anni, ma il suo corpicino intirizzito a causa del freddo pungente e tremendamente esile forse ne dimostrava cinque. Non conosceva nemmeno una parola della mia lingua e io a stento ne ricordavo qualcuna della sua, essendo stata per un paio di mesi in Ucraina quand’ero una giovane studentessa universitaria. Tempi lontani. Volevo abbracciarlo. Dirgli che, se avesse voluto, avrebbe potuto alzarsi, andare in bagno e ristorarsi un po’ nella vasca con i sali alla lavanda. Gli avrei dato gli indumenti puliti e un bel pigiamino con uno dei tanti supereroi che piacciono tanto ai bambini della sua età: Spider-Man. Avevo preparato il letto per lui, con le lenzuola che sapevano di mughetto, avevo pulito e rassettato la sua stanza con cura, eliminando le eventuali tracce femminili. Poi ci saremmo seduti a tavola e avremmo cenato. Cotolette di pollo panato e patatine fritte; i bambini le adorano.

    Questo avrei voluto fare. Ma riuscii solo ad accucciarmi accanto a lui, con la schiena appoggiata al termosifone. Afferrai due cuscini, uno per me e uno per lui. Ma Gabriel nemmeno il cuscino prese. Seduto sul pavimento, il capo chino. Nemmeno un gesto. Improvvisamente quella che doveva essere un’emozione immensa, accogliere in casa un pargoletto dopo anni ed anni che non ce n’erano più stati, si mischiò a un senso di angoscia e impotenza.

    Presi il cellulare e chiamai Bruno. Una coltre di silenzio e di freddo scese sull’appartamento nonostante il termostato segnasse 25 gradi. Bruno, l’uomo con cui avevo condiviso tante cose, belle e brutte, forse perfino feroci.

    «Sono Gabriella, è arrivato il piccolo. Sai, quello di cui ti avevo parlato. Ti prego, vieni, non so che fare. Non parla, non si muove, ha gli occhi persi non so dove, il capo chino, non dice una parola, vieni, ti prego, fai presto!»

    Quello, dall’altra parte della cornetta, mi gelò:

    «E che ti aspettavi, Gabriella? Un bimbo vivace, pimpante e gioioso? Hai appena accolto un piccolo orfano di guerra: è normale che non parli e non si muova. Si chiama sindrome post traumatica da stress Gabry, ma che te lo dico a fare. Tu sai sempre tutto! E poi per ora sono in reparto, appena finisco il turno passo e gli controllo i parametri vitali. Io dico, ma che cavolo di idee ti vengono in mente, Gabriella? Quando la finirai di voler sempre salvare tutti e tutto a ogni costo? Questa sindrome della crocerossina ancora non l’hai superata! Ti saluto, a dopo!»

    Se solo mi avesse dato la possibilità di replicare, gli avrei detto che era sempre il solito stronzo. Ma niente. Aveva già riattaccato. Bruno e i suoi parametri vitali. Forse avevo chiamato la persona sbagliata, ma cavolo! Eravamo stati sposati. Certo, in un tempo remoto, remotissimo e per un paio di anni appena. Poi la perdita devastante della nostra bambina, il suo cinismo sempre più accentuato, la sua incapacità di affrontare il dolore, ma soprattutto la sua grande e logorante assenza ci avevano fatti smarrire del tutto. Perché ormai la piccola era morta. Meglio che me ne facessi una ragione e andassi avanti. Me lo ripeteva sempre. Lui aveva fatto così. Una settimana dopo il funerale era tornato al suo lavoro di chirurgo e aveva ripreso i suoi ritmi di lavoro infernali. La verità è che mi aveva lasciata sola, completamente. Aveva scelto la fuga per mettersi in salvo e sopravvivere a modo suo. Io ero rimasta in una bolla di dolore, sospesa tra lacrime e singhiozzi. E ovunque fossi, per quei lunghi e interminabili mesi, nella mia bolla sospesa lui non c’era mai voluto entrare. Si limitava a farmi prendere le medicine, a farmi preparare i pasti e ad affidarmi alle amorevoli cure di mio padre.

    «Tanto so che sarà sempre migliore di me e che tu preferisci la sua perfezione ai miei difetti.»

     Così diceva. Un alibi perfetto per mettere da parte ogni responsabilità e pulirsi la coscienza. Così compresi, mio malgrado, quanto immaturo fosse. E quanto gli costasse mettersi in discussione, accettare i fallimenti, le perdite, i lutti. Bruno non era capace di amare. Adorava il suo lavoro di chirurgo, nient’altro. La morte di nostra figlia era stata il pretesto per liberarsi di me. Iniziai a odiarlo. Avevo perso una figlia, la depressione mi divorava l’anima. Avevo bisogno di amore, perché quella era figlia pure sua. Ma Bruno non ne voleva sapere. Andò un giorno da mio padre e affondò la lama senza troppi giri di parole:

    «Gabriella si rifiuta di guarire. Prenditene cura tu, che sei il padre e l’uomo che lei ama di più al mondo.»

    La conversazione si protrasse a lungo, ma mio padre non mi raccontò mai cosa si erano detti lui e Bruno in quelle ore.

    «Mi fermo a casa tua per un po’, almeno finché non torni a vivere.»

 Disse mio padre, presentandosi di punto in bianco a casa mia con una valigia in mano e lo sguardo severo. Poi rincarò la dose:

    «Francesca non torna più per nessuno. Ma se ora ti lasci morire, avrò due croci nel petto.»

    Qualche settimana dopo arrivarono i documenti della separazione e poi per il divorzio. Firmai in silenzio, di quelle carte nemmeno mi importava. Le aveva lette il mio avvocato, andava bene così. Bruno rivoleva la casa, perché l’aveva comprata di tasca sua. Per fortuna lavoravo ed ero in grado di mantenermi da sola. Lui, da bravo medico mi consigliava di rielaborare il lutto e tornare al più presto a vivere e a lavorare.

    Cominciammo a incontrarci solo davanti alla tomba di nostra figlia per onorare le solite ricorrenze comandate. Qualche volta lo facevamo per caso. Ma almeno avevo ripreso la mia vita in mano, anche se con il cuore a pezzi. Non volevo più vivere pietrificata e sepolta in quell’oceano di ricordi orribili. Poi mi trasferii in un altro appartamento con una meravigliosa vista sulla campagna. La primavera era ogni volta un’esplosione di fiori di campo, girasoli, margherite, zagare e papaveri selvatici. L’antidoto che cercavo contro la morte.

    Tornai a lavorare e a scrivere. Mio padre era il mio porto sicuro. E fui Gabriel anch’io per lunghi mesi, accucciata ai margini della vita, con gli occhi svuotati, il cuore sventrato. E non mi sarei salvata se non fosse stato per l’amore, che imparai a conoscere in tutte le sue sfaccettature. Per questo, quando le assistenti sociali mi proposero di accogliere per qualche settimana Gabriel, dissi subito di sì. In fondo ero una sopravvissuta. Reduce di guerra, orfana di madre fin da piccola, e poi orfana di figlia. Anche la mia vita era stata segnata dalle bombe, ma non erano come quelle che avevano devastato il paese di Gabriel. Mi erano state sganciate dentro l’anima. Sì, potevo solo accucciarmi con un cuscino accanto a lui.

    Suonarono al citofono, ma Gabriel non lo sentì. E si presentarono entrambi. Ex suocero ed ex marito. Ebbi solo il tempo di guardarli.

    «Il bambino è qui, seduto da ore per terra. Non parla, non si muove, non alza il capo, nulla… non so cosa fare!»

    E mentre mio padre si avvicinava con un borsone pieno di giocattoli e vestitini, tutti rigorosamente nuovi, Bruno tirò fuori frettolosamente dalla sua borsa uno sfigmomanometro, un termometro, un saturimetro, un fonendoscopio, qualche benda e parecchi cerotti. Rivoltò Gabriel come un calzino sotto gli occhi increduli di mio padre, che lo lasciò fare. Poi mi fece cenno di seguirlo in cucina. Mio padre intanto, non potendosi sedere sul pavimento, si sedette su una sedia accanto a Gabriel e iniziò a parlargli in una lingua incomprensibile, ma che sapeva regalargli carezze inattese.

    Fu Bruno a rompere il silenzio:

    «Il piccolo sta bene, ma è sotto shock, del resto è un orfano di guerra. Ha una sindrome post traumatica da stress in corso, e non sappiamo se e quando si rimetterà a parlare. Deve mangiare, bere e assumere queste compresse.»

    Me le diede frettolosamente. Ma non aveva ancora finito.

    «Ti sei proprio messa in un bel casino. Ma non ti bastano già i tuoi guai? Ora scappo, sono reperibile questa notte. In caso, chiamami».

    Il sarcasmo era sempre stato il miglior amico di Bruno. Come la sua impeccabile professionalità.  Però mai un cenno di amore. Nemmeno nei confronti del piccolo che aveva appena visitato. Lo accompagnai alla porta e lo ringraziai, senza strafare. Troppi ricordi amari. Mio padre capì la cosa e mi sorprese alle spalle:

    «Resto con te stanotte. Non voglio lasciarti sola con un bambino piccolo e che tra l’altro sta pure così male. Chissà che atrocità ha subito.»

    «Papà, dimentichi che sono stata, anzi sono una madre anch’io. So badare ai bimbi e so prendermene cura. E poi è stata una mia scelta ospitarlo.»

    «Sei la solita testarda», fece lui. «Ma sei brava, Gabry, sei brava come tuo padre.»

    Sorrise. Poi regalò una carezza anche a Gabriel, che nel frattempo era rimasto impassibile di fronte ai giocattoli ammonticchiati sul pavimento, e si avviò verso la porta. Sul pianerottolo, aggiunse:

    «Lascio il cellulare acceso tutta la notte, se succede qualcosa a Gabriele, chiamami.»

    Non so se lo fece perché il suo nome era stato pronunciato in italiano. Ma fatto sta che Gabriel improvvisamente alzò il capo e incollò i suoi occhioni azzurri sui miei. E per un istante riabbracciai gli occhi neri di Francesca.

    Ci sdraiammo per terra. Due corpi sopravvissuti alla guerra, la piccola manina di Gabriel nella mia. Passammo quella notte tra le bombe. Gabriel le sentiva esplodere nel suo cuore, io dentro l’anima. E fu quell’esile e sottile filo d’amore che ci permise di comunicare durante tutte quelle settimane, che sembravano non finire più.

    Alla fine vennero a riprenderselo. Gabriel non aveva mai parlato, ma non ce n’era stato bisogno. Dal pavimento eravamo passati al divano, dal divano al lettone, dalle vitamine al cibo, preparato con lo stesso amore che avevo dedicato a mia figlia. Avevamo iniziato a guardare i cartoni alla Tivù, adesso a Gabriel piaceva fare il bagno caldo nella vasca, con i sali alla lavanda. Aveva anche iniziato a prendere in mano qualche giocattolo, aveva imparato ad amare il cioccolato. Sulle sue guance era comparso l’abbozzo di un sorriso. Parole però mai.

    Tutte le notti gli accarezzavo i capelli rossi e profumati:

    «Chissà che voce ha il mio Angelo, del resto sai che Gabriel è il nome di un angelo importante, l’angelo dell’Annunciazione, quello che ha parlato direttamente con Maria, la mamma di Gesù.»

Glielo dicevo con dolcezza. Lui si lasciava accarezzare e si addormentava così, tra le carezze e le mie parole.

    Ma poi vennero le due signore. Di nuovo la solita odiosa procedura:

    «Firmi qui, e ancora qui e poi qui.»

    Avevano trovato un altro Gabriel e me lo fecero notare:

    «Gli ha fatto fare una cura ingrassante e ricostituente? Glielo abbiamo consegnato gracile, emaciato, piccolo come un topolino e ora ce lo stiamo riprendendo che sembra un pinguino!»

    Non risposi. L’unica parola che mi colpì dritta al cuore fu quella pronunciata da Gabriel:

    «Grazie, mamà.»

    Non so se lo disse davvero. Forse fu il mio cuore a mettere le ali su quella voce d’angelo. Il grazie più bello della mia vita. Era pure il grazie di Francesca.

    E vidi Gabriel entrare nell’auto delle assistenti sociali. Mentre la sua sagoma si rimpiccioliva, milioni di pensieri mi frullavano in testa. Non dissi nulla. Le lacrime parlavano per me, come avevano già fatto le carezze.  

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