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«Una cosa rarissima e una normalissima in un weekend a Roma». “Soccattrova”, episodio 2, di Riccardo Oliva

7 nov, 20:02

Chissà come sarà l’incontro con Capa, mi chiedevo.
È stato un momento di crescita.
«Michele, volevo chiederti: ma per te, il tuo senso della vita qual è?»
Michele Salvemini strabuzza gli occhi per un istante, continuando a guardare il cofanetto da firmare. Ci pensa per un attimo, quindi risponde, con la sua voce inconfondibile, rilassata ma spezzata; testuali parole:
«Eh! Ehhh… vivere», quindi mi guarda e continua: «Non c’è un senso». Io annuisco, pensando che sono le stesse parole di Osho; ero sicurissimo che mi avrebbe dato questa risposta, infatti annuisco sorridendo, pensando: «Lo sapevooo!». Capa continua:
«Nella sua mancanza di senso, c’è un senso. Abbiamo una vita, ci dobbiamo…», ci abbracciamo, dunque. Non capisco cosa dice alla fine, ma è un’esortazione a buttarsi, a organizzarsi, a cogliere quel che c’è.
Questo il momento clou. Ho incontrato Caparezza. Un po’ come quando ho incontrato il papa qualche settimana fa. Solo che Caparezza è meglio; molto meglio. Foss’anche perché non si intromette nella mia sfera sessuale. Ma più che incontrare Caparezza, è stato bello aspettare in fila. Davvero, perché ero con altri fan come me. Non è roba di tutti i giorni incontrare un sacco di altri fan tutti insieme. Eravamo stipati come mirtilli nella vaschetta. Il cielo plumbeo, le dieci di mattina e ci sono già cinquanta persone. Il firmacopie è alle 16. Sei ore di anticipo e comunque non sono il primo. Quelli davanti a me sono ancora più invasati. Ma quanti di loro hanno comprato tredici biglietti per tredici date? Credo solo io in tutta Italia.
C’è imbarazzo in me nello stare in piedi in fila; arrivo, qualcuno mi vede, non parlo con nessuno. «Che palle», penso, «non posso mica sprecarmi in silenzio così. Mo’ mi metto a parlare con qualcuno». Tempo due minuti e arrivano due tizi, con uno che parla a voce parecchio alta, tanto che varia gente si gira a guardarlo. Dopo dieci minuti sto giocando a briscola con altre tre persone, ascoltando la musica dalla JBL. Ovviamente Capa.
Abbiamo parlato delle canzoni, di Capa, delle interpretazioni. La gente davanti gridava le canzoni. Un operatore Rai ci avvicina, microfono in mano e collega con la telecamera:
«Siete maggiorenni?»
«Bro ma in che senso?!», gli chiedo. Un uomo di 40 anni che mi fa una domanda così a bruciapelo senza contesto m’ha fatto spaccare.
«Perché volevo farvi fare una cosa, ma solo maggiorenni, fare un po’ di casino.»
«Eh!?»
Non saprò mai che voleva. Un’altra operatrice ci riprende giocare e in quel momento stavamo cantando Vengo Dalla Luna, e quindi daje a cantare per la telecamera. Uno di noi accenna anche un “Free Palestine”, che rimane schiacciato, perso l’attimo. Comunque Palestina libera. Mentre continuiamo a parlare scopriamo che la ressa è così grande che fa il giro dell’isolato e sale pure sul piano di sopra. Almeno mille persone.
Quando finiamo davanti all’entrata, non fanno entrare uno di noi perché non ha il braccialetto blu. Era con suo fratello che l’aveva. Per ottenerlo, dovevi comprare l’album.
«Ma se viene una famiglia devono comprare album pure per ognuno dei figli?», chiede intelligentemente uno di noi. Nessuna risposta. Ecco lo schifo del capitalismo, sotto cui manco Caparezza riesce (o vuole) a fare qualcosa. Vabbè.
Incontrare Capa è stato incredibile. Tipo che fino a che non me lo sono trovato davanti ero tranquillo e poi ho iniziato a tremare.

22:01

Sono al centro sociale.
Davidson ha incontrato Caparezza nel 2008, gli disse: «Stile! Grande!!!» e Caparezza gli diceva qualcosa, ma Danny, brasiliano era appena arrivato in Italia e non capiva nulla, nemmeno con l’amico che traduceva al volo ma malissimo. Non aveva idea di chi fosse: aveva semplicemente incontrato un tizio figo, che poi scoprì essere un cantante famoso.
Il ping pong è dentro l’ufficio interno al centro sociale. Si è giocato a biliardino, tra poco ci sarà la serata techno; io ho l’imbarazzo della scelta, perché posso stare con un’amica conosciuta al bar accanto San Lollo; posso stare a questa serata a Inadatto o andare al Muccassassina con un bono, anzi, due (da definire). Sono un po’ fatto, perché a Roma fai amicizia al volo, e gli amici ti offrono i tiri, e quindi daje, il dolce tepore della maria come quando hai sonno e ti spalmi sul letto con la testa che affonda sul cuscino. L’atmosfera è vivida, ogni muro ha qualcosa, i muri parlano, ci sono foto, bandiere, scritte, manifesti; la gente è presa bene, c’è chi fa giocoleria davanti a chi gioca a biliardino, sotto un manifesto, sotto tre lampade rotonde, basse, che spandono una luce calda e leggermente soffusa. Io seduto sul divano, affondato, con delle persone che conosco, con cui sto facendomi amico; questa è davvero casa, che come ogni casa ha i suoi momenti tesi, perché la vita è movimento, e il movimento è una tensione; solo un corpo morto non ha momenti tesi, è basico, rilassato, inerte. Ogni centimetro cubo di questo ex garage riadibito spande un’energia giovane e comunitaria; non rivoluzionaria, non ribelle, semplicemente giusta, perché è uno spazio gratuito, autogestito, che è anche la sede di un mensile. Ci stavamo due bambini che menavano di brutto: uno biondo e uno moro; tutti pensavamo fossero due bambine, fino a che non parlavano di sé al maschile, e assumevano tutta la loro forma maschile. Che strana sensazione, è come una metamorofosi.

8 nov 25, 08:29

Sto scrivendo con le nocche di anulare e mignolo destri che mi fanno un male cane, e le due dita mi tremano, ma è stato il pugno più soddisfacente che abbia dato dai tempi del ju-jitsu, se escludiamo i pugni al gioco al bar di lunedì scorso: quella stracazzo di macchinetta dei biglietti di Trenitalia si meritava queste e altre legnate. In realtà a meritarsele è la coppia di addetti ferroviari che hanno abdicato all’umanità della figura del ferroviere in nome di 8 euro e 40 centesimi. In breve: sono le 07:50, ho il treno alle otto in punto; mi scordo puntualmente che fare il biglietto a Roma Termini è un parto, c’è sempre una gran fila, i macchinari sono lenti e spesso smettono di funzionare, quindi Roma Termini è come l’aeroporto: devi andarci con largo anticipo se vuoi viaggiare senza rischi.
Una sequela comica della stessa cosa:
Vado in fila, c’è una signora che mi chiede indicazioni per comprare il biglietto:
«Parla inglese?», mi chiede con accento straniero.
«Yes», le rispondo.
«No, italiano», mi risponde.
«Che le serve?»
«Si può fare questo biglietto?», indica una corsa delle 07:50. Sono le 07:49.
«Sì, ma le conviene fare quello dopo.»
«No, io intendo: si può fare per prima?»
«Ma in che senso per prima?»
«Devo fare il biglietto per domani…»
Nella mia testa parte il primo vaffanculo della giornata, che rientra e si traduce in un semplice passo in avanti a bocciarla via:
«Mi scusi, devo fare il biglietto.»
Lei fa un passo indietro con un gesto plateale come a dire «Ecco servito!», infatti dice:
«Vada!»

Ignoro il suo delirio, faccio ‘sto biglietto. Inserisco una carta: transazione rifiutata. Inserisco l’altra: chiede il pin; lo inserisco: transazione rifiutata. I soldi nelle carte ci sono, ma non vanno. Tento di comprare il biglietto online: stessa cosa, transazioni rifiutate. Non ho soldi liquidi. Sono le 07:54. Non posso perdere il treno e quindi mettermi nei guai col volontariato per otto euro di merda che non riesco a pagare. Faccio il trick: mi metto dietro a una che entra col biglietto, et voilà, sono entrato anch’io, come si fa in metro. Se non fosse che c’è poca gente a entrare, quindi l’addetta ferroviaria mi punta immediatamente e mi chiede il biglietto.
«Posso vedere il biglietto?»
Io mi abbandono a un accesso d’ira isterica con la voce spezzatissima, dovuta anche ai sessanta miseri minuti di sonno, che quella di Michele di ieri a confronto era Paul Anka, faccio gesti ampi e grotteschi:
«Non riesco a comprarlo! Le carte non vanno!»
«Per entrare qui serve il biglietto», mi rispondono con lo sguardo assente ma la fronte corrucciata.
«Ma non mi fa pagare! Mi faccia la multa, ma devo prendere questo treno.
«Per entrare sul treno le serve il biglietto.»
«Devo andare a… adesso!»
«C’è un treno per… ogni venti minuti». Cosa non vera: è uno all’ora.
«Devo andare a lavorare!»
«Anche noi stiamo lavorando.»
Questa risposta me le fa vedere per quello che sono: addetti che obbediscono agli ordini. Obbedire agli ordini è l’origine di tutti i mali del mondo. Come ieri sera, che il buttafuori del centro sociale dov’ero andato ha interrotto l’inizio di una partita di biliardino fra me e tre amici dicendo che dovevamo comprare il biglietto, quindi uscire e rientrare, e che comunque c’era la serata in corso, una sequela di cose prive di senso, che quando gli ho chiesto perché, ha detto: «Non dipende da me, sono le cose che devo fare rispettare».
Avrei voluto chiedere alle addette ferroviarie se volessero che il controllore si comporti così fiscalmente se fossero loro a non riuscire a prendere lo stracazzo di mezzo di trasporto per lavorare. Ma vedendo le loro braccia che indicavano l’uscita, con la loro attitudine da maestrine che avevano beccato l’alunno a fare i dispetti, l’unica cosa che avevo in corpo era la rabbia furiosa di quelle che un altro avrebbe tirato loro un pugno in faccia e avrebbe avuto ragione. Il trasporto è un diritto, non può essere sospeso solo perché uno non ha il biglietto. Il concetto di biglietto per andare a lavorare dovrebbe essere illegale. È fuori di testa di perdere il lavoro solo perché le infrastrutture non vanno. La cosa che mi fa andare ai matti è che il controllore scarica tutto sul passeggero. Cazzo, ma bisognerà trovare un modo per differenziare chi semplicemente non vuole pagare da chi non ci riesce. Ieri stessa cosa dal barbiere: non va il pagamento; ci provo in mille modi, niente; risultato: mi ha chiesto di lasciare un documento. Chi diavolo è?, una poliziotta? Osservo questo irrigidimento generale, segno della decadenza dei corpi, che tutti invecchiano, è un rigor mortis della mente. Scrivo anche per dare un senso a queste cose insensate che mi accadono, il cui vero senso è che il capitale, fossero anche quattro spicci, viene trattato dal sistema come unico motore della società. Mai fu più evidente che davanti a una macchinetta di Trenitalia.
Ritorno quindi alla macchinetta, non prima di aver liberato il mio braccioo in un bel vaffanculo silente e plateale alle due naziste in divisa Trenitalia, pubblici ufficiali dei miei coglioni, da FS a SS è un attimo; «FS» non è altro che «SS» pronunciato da Jovanotti. Roba che uno si mette a sperare nella privatizzazione, che possa essere più umana del servizio pubblico, pur sapendo che è una trappola.
Ci riprovo a fare ‘sti minchia di biglietti: nada. C’è una signora alle mie spalle, quindi mi gioco la carta:
«Potrebbe pagarmi lei il bigliet…»
«Non ho soldi», mi risponde. Vedi? A diventare senzatetto uno ci mette un giorno. È sufficiente che tutto vada storto e nessuno offra il proprio aiuto.
Al quarto tentativo andato a male, libero la mia lingua bestemmiatrice, usando il credito infinito che ho nei confronti della Chiesa cristiana, e non hai idea, o tu fanatico religioso, di che razza di sollievo sia bestemmiare Dio, la Madonna, i santi e Gesù Cristo quando lo Stato si sta accanendo sopra di te che sei solo un corpo che vaga nella ferocia del capitalismo; lo stesso che provi tu quando li preghi e urli al miracolo.
A coronare il mio freestyle di bestemmie, al quinto avviso di errore, è il mio pugno al macchinario, a denti stretti e digrignati, tanto che il botto fa spegnere lo schermo, e godo, perché così la signora dovrà aspettare. Vado via sciorinando altre parole sacrosante, e mi dipiace vedere con la coda dell’occhio che il macchinario ha ripreso a funzionare subito. Penso al pugno dato dal gioco in bar e mi dico: «Cazzo, se sei diventato forte!». Cerco di rientrare abusivamente, non ho alternativa. Altro che legalità: è la legge a essere sbagliata, tantissime volte. Il mio carattere in Dungeons&Dragons è del neutrale buono: significa che io sono fondamentalmente buono, ma non sono né contro la legge, né a favore: faccio solo ciò che reputo giusto. Ed è stato giusto infilarmi nella fiumana di gente che, per qualche motivo, stava entrando da un portone di uscita aperto apposta dalla guardia che non controllava; nessuno controllava, e questi chi minchia erano? Tutti impettiti, con la sciarpa da intellettuali, culo a punta, parevano una macchietta. Io col mio giubbotto barbonesco, la faccia da sberle, un vagabondo più che un critico d’arte, riesco a passare, fingendo calma limpida, quindi sempre camminado raggiungo il binario 21, dal 12 dove stavo, e continuo a camminare lento per non farmi rivedere dalle due naziste. Solo che sono le 07:58, il treno parte fra un minuto e mezzo; infine raggiungo ‘sto treno e mi metto a corricchiare appena lo sento fischiare. Sono dentro, adesos, ma non è ancora finita: mo’ tocca sconfiggere l’addetto al controllo biglietti dentro.
Ancora mi fa male la nocca mentre scrivo, mi sa che mi sono fatto qualche bel danno, ma ne è valsa la pena. Certe volte un pugno è tutto ciò di cui si ha bisogno; triste da dire, ma è stata la verità in quel frangente.
Oh, non importa, in fondo: il controllore sul treno era molto più umano. Stavo smanettando al telefono per comprare ‘sto maledetto biglietto sul sito, ma nada, le mie carte sono maledette pure loro. Appena sento il suo «Buongiorno!» detto alla signora dietro di me, mi rizzano le carni, quindi mi focalizzo ancora di più, tanto che quando arriva manco lo saluto. Però è stato un patatone: ha aspettato, non mi ha accompagnato fuori, mi ha assistito paziente, insomma mi ha fatto sentire a mio agio, e ha pure assorbito parte della mia rabbia, perché io sbraitavo e lui restava impassibile. Infine, dato che proprio non c’era modo di pagare ‘sto biglietto, mi ha detto che torna dopo, che pago dopo, ma non l’ho visto. Beato chi se lo sposa! Mi ha trasmesso una bella sensazione. Perché se sei un pubblico ufficiale, come ricorda la voce metallica dell’avviso, allora hai anche il potere di superare un impedimento tecnico chiudendo un occhio. Le autorità che dicono che stanno solo obbedendo agli ordini, in fin dei conti, dicono anche delle gran balle, per questo diffido da ogni divisa.
Tutto ‘sto casino, ma non ho citato minimamente che serata bellissima è stata ieri. Ricorderò il 7 novembre 2025 come una delle più belle della mia vita. L’ultima che ricordo così era una dell’ottobre 2017. Certe giornate sono semplicemente perfette, dove fai mille cose bellissime. Okay Caparezza, ma stare al centro sociale, e poi avere l’imbarazzo della scelta se andare al Mucca con un bono, o alla serata techno del centro sociale, o di andare a San Lollo, la piazza della presa bene, o ancora di andare da una nuova amica a vedere un film e dormire insieme. È bello non sapere cosa si farà date tutte le opportunità. Questa è la cosa che più in assoluto mi manca nella vita, quella cosa che a Marsala non seppi avere: una scelta. Benedico il giorno in cui scesi le scale verso la strada, con le valigie e lo zaino, salutando freddamente mia madre, allontanandomi da lei e dalla casa come ci si allontana da qualcosa di pericoloso, e il distacco, il momento in cui si riempì uno spazio più ampio del solito, quello che sarebbe rimasto per sempre, somiglia tanto al distacco di Caparezza nella sua navicella-roulotte, quando il muso della roulotte si separa, novello shuttle, e lui è da solo nel piccolo abitac0lo, coi pochi comandi essenziali.

11:12

Pure il bus in questo paesino in Terra di Lavoro è una cosa controintuitiva. Il numero che dà Maps è un codice alfanumerico che non corrisponde al numero del bus. Per fortuna un uomo mi aiuta, mi offre pure il biglietto, che al tabacchino costa un euro, mentre sul bus sette (!). Scendo alla fermata giusta, ma scopro appena arrivato che ho sbagliato. Dannazione, il nome era simile. Chiedo alla host la via, e mi dà la sua posizione che corrisponde a un nome di via mai sentito prima. Altri 45 minuti di ritardo. Lei ha smesso di usare le emoji nella nostra chat, mentre continua a usarle nel gruppo con gli altri volontari. Probabilmente tenterà di trattarmi come uno dei suoi cani. Ho osservato che tratta i volontari come suoi segugi: esclama il nome dall’altra stanza, per esempio.

9 nov, 16:11

Mi sono stupito, quando sono tornato, che non è successo nulla. Nessuno mi ha recriminato nulla. È tutto pacifico. Ieri abbiamo lavorato tranquillamente, ho fatto le cose che mi spettavano, ci siamo aiutati a vicenda, insomma, va tutto bene.
«Quando ami qualcosa, detesti chi la deturpa», leggo su un muro al volo mentre sono sul bus.
Poco fa stavo riempiendo le ciotole d’acqua dei cuccioli, e mentre ne abbasso una, sento un «Dong!»: mi giro e vedo il muso di un cagnolino; abbiamo emulato un gong per errore. Non si è fatto nulla, è stato un tocco leggero.
Com’è lavorare in un canile con 60 e più cani? È uno spasso, ecco cos’è. A volte sembra un girone dell’inferno: sentire dieci cani in due metri quadri abbaiare a tutta forza verso qualcosa oltre il cancello mi ricorda l’importanza dei miei Loop Earplugs.

Le 18 ed è già buio. Lisa, Samantha e io osserviamo il cielo già oscurato, mentre parliamo del più e del meno. Alle 19 dobbiamo mettere a nanna i cani. Quindi Lisa mi invita a seguirla. Entriamo in casa e mi passa la torcia da mettere in testa. Già adesso vederla con quella luce bianca puntata addosso mi fa un effetto unico. È molto più sexy, così. C’è un che di illegale nel vederla sotto questa luce. Appena usciti, dunque passando oltre le sedie su cui sedevamo un attimo prima, la vedo diversamente, e mo’ che siamo immersi nel buio, con solo le luci nostre a rischiarare, vedo la sua corporeità ampliata, è più presente, è l’unico corpo che vedo, chiarissimo, in mezzo all’oscurità. Mentre mi parla vedo ogni minimo dettaglio del suo viso, le umane imperfezioni che ci sforziamo di nascondere come fossero una vergogna, sembra che con quella luce aumenti la qualità dell’immagine e il framerate, è qualcosa di insensato, eppure mi eccita. Ed è dal primo giorno che stiamo flirtando, fin dal momento in cui ci siamo visti alla porta. Sai, no, quello zam! appena vedi qualcuno, lo stesso zam! che vedi riflesso nei suoi occhi. Già, ma allora perché sto avendo le vampate gelide nel cuore e nel cervello? Perché la mia anima diventa un vortice e io m’impedisco da solo? La risposta la so: la famiglia e la religione mi hanno insegnato che non devo mai, per nessun motivo, flirtare con una ragazza se non voglio sposarla e fare dei figli assieme. Cresciuto così dagli 8 ai 15 anni, sono stato marchiato. Dopo i 15 anni, invece, a prendere il posto delle due, le miriadi di contenuti e commenti online delle odiatrici di uomini, credendo alle quali mi ritrovo a 26 anni che faccio una fatica erculea a flirtare con le ragazze, tipo che mi sento un idiota a non riuscire a essere chiaro con Lisa; vabbè, questa è una cosa da raccontare con calma.
Prossima settimana ti racconterò una roba bella tosta.

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