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L’omicidio Genna, un giallo nella Santa Ninfa dell’Ottocento

L’elzeviro. Fu ucciso nel 1876 a colpi di fucile nelle campagne di Salemi. La clamorosa scoperta storica su chi fu l’assassino

di Vincenzo Di Stefano

La contrada Baronia che segna il confine tra i comuni di Salemi e Santa Ninfa, lambendo l’abitato della nuova Gibellina, si trova in una vallata incassata tra le contrade Bovarella (ad ovest) e Rosignolo (ad est), delimitata dai fiumi Grande (che nasce dalle fonti dei monti San Giuseppe, Calemici e di Pietralunga, nel territorio di Vita) e Freddo (che origina da una sorgente nei pressi di Calatafimi). È in questa zona agricola, una volta coltivata prevalentemente a grano, punteggiata di casolari sparsi, che nell’ottobre 1876 viene ucciso a fucilate tale Pietro Genna. Apparentemente uno dei tanti omicidi che venivano commessi nelle campagne del vallo di Mazara durante l’Ottocento e per buona parte del Novecento, in un territorio dove frequenti erano i regolamenti di conti con modalità spicciative. Quello di Genna, però, come vedremo, non è un omicidio qualsiasi.

Una coppia di fondacai

Genna è un fondacaio. Possiede e gestisce un fondaco (un edificio che serviva da magazzino e all’occorrenza poteva fungere da locanda) con annesso servizio di stallatico (ossia faceva da stalla e ricovero anche temporaneo per animali) nella Santa Ninfa della seconda metà dell’Ottocento. Tra i suoi clienti ci sono sia compaesani che viandanti forestieri; questi ultimi provenienti soprattutto dall’entroterra belicino (Gibellina, Salaparuta, Poggioreale) e che utilizzavano le nuove strade carrabili la cui costruzione era iniziata sotto il governo borbonico. Il fondaco si trovava nella attuale via Giovanni Di Stefano Perez, all’angolo con la via Roma, di fronte il palazzo Patti, ed era raggiungibile, per chi arrivava dalla via Gibellina, percorrendo in salita l’odierna via Crispi. Genna è sposato con Maria Tataminna Colletti, una giovane appena ventenne originaria di Caltabellotta (vi era nata nel 1855).

Dalle scarne notizie sopravvissute al tempo sappiamo che il fondacaio ha frequentazioni ambigue, metodi sbrigativi, qualche guaio con la giustizia. Ma non ha probabilmente il tempo per accrescere il suo status malavitoso poiché appunto nell’autunno del 1876 viene assassinato a schioppettate

nelle campagne di Salemi, a Baronia sottana per l’appunto. Sul delitto si tornerà più avanti.

La vedova Genna, senza figli, una volta smesso il lutto, mostra d’essere donna di carattere. Porta infatti avanti da sola l’attività del fondaco, che peraltro accresce i guadagni grazie alla costruzione della vicina linea ferroviaria per Castelvetrano. Lavori che impiegano centinaia di operai, molti dei quali provenienti appositamente dalla Calabria. Con uno di questi operai, Giovanni Giuseppe Morrone, nato nel 1857 a Rovito (in provincia di Cosenza), Maria Tataminna Colletti si risposa nel 1882. Lei ha 27 anni, lui due in meno, 25. Dalla coppia nascono ben otto figli (sei maschi e due femmine): il primo nello stesso anno del matrimonio, l’ultimo nel 1900. Quasi tutti emigreranno, nei primi decenni del Novecento, negli Stati uniti. Maria Tataminna Colletti muore a Santa Ninfa nel 1935, il marito la segue due anni dopo. Dei discendenti diretti, presenti e residenti oggi in Italia, come precisa lo storico Vito Spina (cui si deve la ricostruzione dell’albero genealogico della famiglia), alcuni Morrone in Toscana «testimoniano residuali contatti e legami memoriali-affettivi con i parenti nel paese». L’ultimo Morrone vissuto a Santa Ninfa, Pietro, vi è deceduto nel 1984.

Delitto e castigo

Si torni adesso a quel 1876 in cui matura l’omicidio di Pietro Genna. Sono passati sedici anni dall’impresa garibaldina che vide l’adesione della società santaninfese alla causa unitaria: «Il risorgimento si fece anche a Santa Ninfa con il concorso di tutti, borghesi e popolo», rievoca Vito Spina nel suo saggio inedito «Borghesia e popolo a Santa Ninfa dall’Ottocento al Novecento». La disillusione popolare e l’insoddisfazione, in particolare, dei contadini e degli operai, sottolinea Spina nel saggio citato, sfocia nel 1866 in uno sciopero di protesta, «contro le novità amministrative e istituzionali introdotte, mal digerite ancora una volta dal popolo, e per le promesse non mantenute dal nuovo stato italiano, ma fu anche un segno di disubbidienza popolare e di protesta verso la borghesia locale nelle sue veci di classe dirigente». Come non bastasse, a rendere più fosco il quadro, nel 1867 anche Santa Ninfa viene colpita da una nuova epidemia di colera (dopo quelle del 1837 e del 1856). Dinanzi a quella che Spina chiama «delusione per il risorgimento agrario mancato, in cui aveva riposto le sue speranze di giustizia sociale all’arrivo di Garibaldi», il ceto artigiano ed agricolo si organizza da sé, «non però antagonisticamente nei confronti della borghesia, ma cercando un’intesa collaborativa con essa, per realizzare una propria autonoma e indipendente tutela sociale, attuando il principio della mutualità». Un’organizzazione autonoma che nel 1871 porterà alla fondazione del primo nucleo della Società operaia.

In questo clima si trova ad agire Genna, lontano però dalla partecipazione attiva ai fermenti del tempo, più adatto piuttosto a muoversi in un sottobosco di piccoli trafficanti e armeggioni vari. Traffici e armeggi che lo portano a collidere con un prete locale, tale Pietro Maggio, al quale brucia un casolare di campagna. È questo l’innesco degli eventi successivi che porteranno alla sua eliminazione fisica nelle campagne salemitane.

Ma chi ordisce ed esegue l’omicidio di Genna? Qui la storia diventa un enigma, a tratti un giallo. Un giallo che era stato risolto nel 1882, con la condanna definitiva del colpevole all’ergastolo e ai lavori forzati. Eppure di quella sentenza e dello scandalo che certo suscitò nel paese s’era persa ogni traccia e ogni memoria per quasi un secolo e mezzo. Solo oggi sappiamo cosa avvenne e chi fu il colpevole. E lo sappiamo grazie alla scoperta di Enzo Giambalvo. Lo studioso, impegnato da diversi anni nella ricerca storica locale, è infatti venuto in possesso, con la collaborazione di Giuseppe Bivona e di Pasquale Di Prima, delle carte processuali. Che svelano un fatto clamoroso: ad uccidere Genna fu Antonino De Stefani Perez, uno dei più importanti rampolli della borghesia paesana di metà Ottocento, figlio di don Mariano Di Stefano (la variante De Stefani è presumibilmente un vezzo) e di Ippolita Perez (la nobildonna che cucì la bandiera tricolore che fu consegnata a Garibaldi, a Salemi, alla vigilia della battaglia di Calatafimi). Antonino De Stefani Perez sarà peraltro sindaco tra il 1871 e il 1872. Uno dei fratelli, Michele, sarà invece il primo presidente della Società operaia di mutuo soccorso, che contribuirà in modo determinante a fondare. Il nostro uomo ha anche interessi intellettuali: è un cultore di fatti storici, scrive una monografia su Santa Ninfa (pur infarcita di aneddoti dozzinali, è comunque un documento importante), è corrispondente di Giuseppe Pitrè (che in quegli anni lavora alle sue raccolte di storie e tradizioni popolari siciliane). Un uomo di potere e di prestigio, quindi, non a caso soprannominato «il reuccio».

Le carte scomparse

Prima di questo disvelamento, di Antonino De Stefani Perez si sapeva ben poco, a parte il fatto che fosse, così come l’arciprete Mariano Accardi, l’autore di una monografia sul paese. Di lui gli storici locali perdevano le tracce a cavallo dell’unità d’Italia. A causa delle difficoltà nel reperimento di fonti documentarie (molte distrutte o disperse per via del terremoto del 1968), ci si era affidati alla vulgata che lo voleva fuggito in Grecia per sottrarsi alla polizia borbonica. La verità, invece, era un’altra. Nato nel 1843, giovanissimo, appena diciassettenne, è tra coloro che si recano a Salemi da Garibaldi per consegnare al generale la bandiera tricolore cucita nottetempo dalla madre Ippolita (appellata «donna Popò», ricorda

Giambalvo), vedova da tempo e probabile amante di un prete, ossia il Pietro Maggio al quale Genna commette l’errore di bruciare il casolare, innescando così la reazione di De Stefani Perez. Il quale attraversa gli anni immediatamente successivi all’unità (delle vicende risorgimentali che lo videro testimone diretto curiosamente non fa alcun cenno nella sua monografia) coltivando i suoi interessi culturali e politici, ma soprattutto assurgendo, secondo l’ipotesi di Giambalvo, a protagonista dell’ambiente malavitoso locale. Un ambiente malavitoso che finirà con l’infiltrare anche l’amministrazione municipale, grazie alla complicità tra lo stesso sindaco De Stefani Perez e il segretario comunale del tempo.

Per Giambalvo, la notizia della sua fuga in quanto ricercato dalla polizia borbonica sarebbe stata fatta circolare dalla famiglia negli anni successivi come tentativo di ripulirne la memoria. In Grecia in effetti De Stefani Perez si rifugia dopo la scoperta del cadavere di Genna, occultato nelle stesse campagne in cui era avvenuta l’esecuzione, e quindi per sfuggire all’arresto prima, alla condanna poi. Lì sposerà una greca, da cui avrà due figli, ma non tornerà più a Santa Ninfa, e secondo Giambalvo neppure a Palermo. In Grecia quindi morirà nel 1913.

Nel processo che si celebrò a Trapani, assieme a lui finirono alla sbarra altri tre santaninfesi, che verranno però riconosciuti innocenti: Gaspare Coppola, Marco Montalto e Nicolò Maggio. È proprio imbattendosi nel fascicolo di uno dei coimputati, conservato all’Archivio di Stato a Trapani, che Giambalvo è riuscito a riportare alla luce questa storia. Qualsiasi altra traccia d’archivio è infatti scomparsa. «Fatta scomparire», precisa Giambalvo, che suggerisce l’ipotesi secondo la quale tutti gli ulteriori documenti che potevano ricondurre a questa vicenda sarebbero stati distrutti: o direttamente dai familiari o grazie alla complicità di funzionari corrotti che avrebbero provveduto al loro posto.

Non solo il terremoto, quindi, a polverizzare le carte, ma mani ben addestrate e che sapevano dove cercare hanno steso una cortina su una vicenda clamorosa. Un vero è proprio giallo, appunto.

(Nella foto in alto, una panoramica della vecchia Santa Ninfa)

L’autore

Vincenzo Di Stefano (Castelvetrano, 1970) è giornalista freelance e si è occupato spesso, con articoli e testi critici, di letteratura, teatro, cinema e arte. È autore di poesie e racconti pubblicati su giornali e riviste.

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