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«I vendemmiatori», una storia degna del «re di Bangor»

L’esordio di Marco Bagarella in un thriller mozzafiato e adrenalinico

Un thriller mozzafiato e adrenalinico. Un concentrato di colpi di scena in cui la tensione non si smorza, ma si propaga, inarrestabile, come un’epidemia. Sullo sfondo, il fascino sinistro della desolata campagna trapanese, scolpita nella sua desertificata immobilità come potrebbe essere una sperduta landa del Texas o dell’Iowa. Un racconto che è una lenta, ma inesorabile, discesa negli inferi della mente degna del miglior Stephen King. Ad avvolgere la storia, come un tessuto connettivo, una lingua preziosa, barocca e ricercatissima, che è lingua primigenia, ancestrale, come ancestrale è questa vicenda di fantasmi, deliri, febbri e visioni che prende forma nelle centoventi pagine de «I vendemmiatori», il sapido romanzo d’esordio del salemitano Marco Bagarella, che concentra, in questa sorprendente opera prima, buona parte del suo immaginario filmico e narrativo. Sapida è la storia, sapido è l’intreccio. Sapida è, soprattutto, la lingua. Una lingua fortemente espressiva che certo risente della grande lezione di Vincenzo Consolo.

Inusuale, per un simile thriller, l’ambientazione: i feudi che si aprono, tra Cùddia e Guarìne, nell’ampia vallata che da Salemi giunge a Paceco, il monte di Erice a nord come un pinnacolo e lo Stagnone di Marsala ad occidente come palcoscenico per tramonti infuocati. Questo fondale, che altrove diventerebbe pura oleografia, nel romanzo di Bagarella acquisisce un fascino tenebroso e sinistro che nulla ha da invidiare a quello della profonda provincia americana.

Se a Consolo bisogna guardare per ciò che concerne la lingua, ad un altro grandissimo scrittore, stavolta nordamericano, occorre far riferimento per ciò che concerne la struttura del racconto e i personaggi, ossia, appunto, a Stephen King. Al «re di Bangor», Marco Bagarella pare debitore nel creare, attorno al protagonista (un anonimo quarantenne inviato a sovrintendere tre giorni di vendemmia), un racconto di lame che si infilano nella carne viva come nella migliore tradizione del genere slasher. E qui, i corrispettivi siculi dei coltelli non possono che essere le forbici dei vendemmiatori, strumento di lavoro principe che si trasforma in arma tagliente e mortale. Un rito antico, la vendemmia, che diventa il catalizzatore di un altro ancora più antico: un rito sanguinario e mortale.

Vincenzo Di Stefano

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