Pubblicità

Pubblicità

Varie

Non è il concerto. È il percorso per arrivarci

Loft Cultura nasce per raccontare la cultura nelle sue molteplici forme. Non è una testata di cronaca e non ha la pretesa di inseguire le polemiche del giorno. Ma la cultura è anche partecipazione, inclusione e cittadinanza. E quando un diritto culturale incontra un ostacolo, raccontarlo significa fare informazione, non cronaca.

Da qui la scelta di dare spazio alla denuncia della giornalista sassarese Francesca Arcadu, che ha raccontato sui social le difficoltà incontrate nel tentativo di prenotare l’accesso a un concerto. La sua, però, non è una vicenda personale da archiviare come un episodio isolato: è il punto di partenza per riflettere su una questione che riguarda migliaia di persone con disabilità in tutta Italia.

Perché il problema non è un singolo concerto, un singolo artista o una singola città. Il problema è un sistema che, troppo spesso, rende ancora complicato l’accesso alla cultura proprio a chi dovrebbe poterla vivere con la stessa libertà di tutti gli altri. È una storia che parla di accessibilità, di pari opportunità e del diritto, per tutte e tutti, di partecipare alla vita culturale del Paese.

Perché il problema non è dove accade. Il problema è che continua ad accadere



Non è una storia che riguarda un solo concerto. E non riguarda un solo artista. Riguarda il modo in cui, ancora oggi, migliaia di persone con disabilità vivono l’accesso ai grandi eventi in Italia.

La vicenda è semplice. Da una parte c’è chi decide di andare a un concerto, acquista il biglietto in pochi minuti, prenota l’albergo e organizza il viaggio. Dall’altra c’è chi, prima ancora di sapere se potrà partecipare, deve compilare moduli, allegare certificazioni, attendere risposte che spesso arrivano tardi o non arrivano affatto. Nel frattempo il tempo passa, le strutture ricettive si riempiono e diventa impossibile programmare uno spostamento.

Il problema non è il concerto di Salmo ad Arzachena. È il fatto che situazioni simili si ripetano con frequenza in tutta Italia, da nord a sud, indipendentemente dall’artista o dalla città che ospita l’evento.

L’accessibilità, infatti, non coincide con la presenza di una pedana o di un’area riservata. Comincia molto prima. Comincia dalla possibilità di acquistare un biglietto con la stessa semplicità degli altri spettatori. Dalla certezza di ricevere una risposta in tempi compatibili con l’organizzazione di un viaggio. Dalla trasparenza sulle modalità di accesso e sul numero dei posti disponibili. Comincia, soprattutto, dal diritto di poter programmare il proprio tempo senza vivere nell’incertezza.

Molte persone con disabilità raccontano esperienze simili. Procedure affidate ad associazioni esterne, moduli da compilare, documentazione sanitaria da inviare, lunghe attese e comunicazioni che arrivano quando ormai trovare una camera – tanto più se accessibile – è diventato difficile, se non impossibile.

È un meccanismo che produce un effetto poco raccontato: la rinuncia.

Non perché manchi la voglia di partecipare, ma perché la fatica organizzativa, sommata all’incertezza, supera il piacere dell’evento stesso. A un certo punto si smette di insistere. Non per scelta, ma per esaurimento.

È una forma di esclusione silenziosa, che raramente finisce al centro del dibattito pubblico. Eppure riguarda un diritto fondamentale: partecipare alla vita culturale e sociale su un piano di uguaglianza.

Naturalmente organizzare un grande evento è complesso. Le responsabilità sono distribuite tra promoter, organizzatori, società che gestiscono la biglietteria, enti locali e soggetti incaricati dell’accoglienza delle persone con disabilità. Proprio per questo è necessario interrogarsi sul sistema, non cercare un colpevole.

Le domande sono semplici. Perché una persona con disabilità deve attendere giorni o settimane per sapere se potrà assistere a uno spettacolo? Perché non può prenotare contestualmente il proprio posto e quello dell’accompagnatore, come accade per qualsiasi altro spettatore? Perché le informazioni disponibili sono spesso frammentarie e i tempi di risposta imprevedibili?

L’obiettivo non è ottenere corsie preferenziali. È eliminare ostacoli che non dovrebbero esistere.

L’accessibilità non è un favore concesso da qualcuno. È la condizione che rende effettivo un diritto. E quando il percorso per esercitare quel diritto diventa così complicato da scoraggiare le persone, significa che il sistema ha ancora molta strada da fare.

Forse il punto non è stabilire se una singola persona riuscirà o meno ad assistere a un concerto. Il punto è fare in modo che, la prossima volta, nessuno debba trasformare l’acquisto di un biglietto in una battaglia.

Perché la normalità dovrebbe essere questa: scegliere un concerto, prenotare un posto e godersi la musica.

LEAVE A RESPONSE

Scopri di più da Loft Cultura

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere