A M., amico eterno.
Oggi ti ho sentito
dall’ospedale. La
tua voce era sottile.
Dovrei uscire da qua
o forse non ce la farò.
Ho visto il tuo cappello
raccontare le cose che
non hai mai detto.
Tua madre con i capelli
raccolti brillare di nero
come i tuoi occhi. Il tuo
cane sbuffare vicino la
bara. L’ennesima trovata
geniale. Seduto in platea,
ridevi.
Libero.
Per come hai vissuto.
Libri e fumo. Parole e
vino. Amori visionari.
Notti insonni. Barlumi
di follia annegati in un
cuore troppo grande.
E troppo sei stato.
Per tutti. Per tua moglie.
I figli. Le amanti. Gli allievi.
Gli amici. I nemici. I silenti
invidiosi. Gli accesi saccenti
della tua vita. A cui hai risposto:
“Signori, il maestro si congeda”.
Così hai chiuso l’ultima scena.








