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Dentro il silenzio di una stanza – ‘L’alfabeto inutile di Michele Caccamo’, di Fabio Bagnasco

L’alfabeto inutile di Michele Caccamo

L’alfabeto inutile di Michele Caccamo è uno di quei libri che, più che leggerli, li si vive per un tratto di strada. Ci si ritrova dentro quella casa silenziosa, tra un padre che si muove con una cautela quasi affettiva e un figlio che vive dietro una porta chiusa da troppo tempo, immerso in quel ritiro radicale che oggi si chiama hikikomori ma che nel libro non ha nulla di clinico, perché è semplicemente la realtà di un ragazzo che ha smesso di affacciarsi al mondo e di un uomo che continua a cercarlo.

La voce del padre non ha trucchi né armature: è fatta di tentativi, ricordi che si riaccendono senza preavviso, piccole colpe che tornano a galla, e una tenerezza che non viene mai dichiarata ma che attraversa ogni frase come un filo sotterraneo. I dettagli della casa — i piatti lasciati a terra, la luce che filtra appena, i suoni che non arrivano mai da dietro la porta — diventano il modo in cui lui resta in contatto con quel figlio che non vede, come se gli oggetti e i rumori potessero prendere il posto di un dialogo che non c’è più.

La pandemia, presente in sottofondo senza invadenza, fa da cornice naturale a questo isolamento, perché quel periodo di sospensione collettiva finisce per amplificare il silenzio del ragazzo e il senso di attesa del padre. E chiunque abbia vissuto quei mesi riconosce qualcosa di sé in questo tempo che scorre a scatti, che non avanza davvero.

Caccamo racconta tutto con una scrittura che non cerca mai effetti, che si affida alla verità dei dettagli e alla continuità del pensiero. A volte ricorda quel tipo di cinema che lascia parlare le cose più che le situazioni — come Roma di Cuarón — perché il libro non punta sul dramma esplosivo, ma sulla quiete tesa dei giorni che passano, e su un uomo che continua, quasi senza accorgersene, a bussare alla vita di suo figlio.

È una storia che non pretende di spiegare né di guarire: segue semplicemente un padre che resta dove può, anche se quello che può fare è poco, e che non smette di credere che, da qualche parte, un varco sia ancora possibile. E forse è proprio questa ostinazione dolce, questa fedeltà al tentativo, ciò che colpisce più a fondo.

Quando si chiude il libro, non rimane un senso di sconfitta, ma una consapevolezza più ampia e più umana: quella di aver incontrato un dolore che non cerca spettacolo, ma condivisione; un amore che resiste anche quando non ha più appigli; una voce che non vuole insegnare niente ma solo continuare a esserci.

Ed è per questo che L’alfabeto inutile non è solo un libro intenso:
è un libro necessario.

Fabio Bagnasco

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