Studiando l’ultima densissima raccolta poetica “Itaca Ebbra” di Bia Cusumano ( Interno Libri Edizioni ) mi è sovvenuto un saggio, letto un paio di anni fa, del filosofo rumeno, naturalizzato statunitense, Costica Bradatan, “Elogio del fallimento” che reca un sottotitolo esplicativo “Quattro lezioni di umiltà”. Provo a chiarire lo spirito dell’opera attraverso qualche breve estratto: “… accettare il fallimento… può essere utilizzato come tecnica esistenziale” e ancora “Più fallirete, e più possibilità avrete di arrivare a capire il vostro valore.” e inoltre “Vivere democraticamente vuol dire accettare l’imperfezione, avere a che fare con il fallimento…” e, a proposito di Gandhi, scrive: ”il Gandhi dell’autobiografia sembra esser orgoglioso dei propri errori, imprevisti, difetti”. Lo stesso Gandhi usa l’espressione “un errore di proporzioni himalayane” a proposito di un episodio della sua vita. Perché ho ricordato il libro di Costica Bradatan quando ho letto “Itaca Ebbra”? “Adelante con juicio” faceva dire Manzoni ad Antonio Ferrer, rivolgendosi al suo cocchiere mentre avanzava tra la folla minacciosa nel bel mezzo della rivolta del pane,e noi questo faremo. Perché “Itaca Ebbra” è la cronaca poetica di una rivolta, la rivolta dell’ e all’abbandono (non di “un” abbandono). La sezione finale ne è l’evidente conferma: affronta uno degli abbandoni più noti ( insieme alla virgiliana partenza di Enea da Cartagine che provocherà il suicidio della disperata regina Didone ): la partenza di Ulisse e l’addio a Penelope, che è “amore che non conosce fine”, (pag. 63) scrive l’autrice. E già, in questa sezione, c’è un verso “passe-partout” in grado di aprirci lo scrigno di quest’opera che qualche recensore ha definito “contraddittoria”, ma sol perché, a parere di scrive, la complessità non è mai lineare e contiene, al suo interno, il conflitto o, se si vuole adottare un termine più rassicurante, il movimento dialettico e la sua estrema difficoltà a raggiungere una sintesi. Un verso dirimente: “Chi non sa restare, non sa appartenere” (pag.62). Se l’Itaca di Bia Cusumano, come il titolo sembra suggerirci, è ebbra d’amore è, tuttavia, un’Itaca lucida, fiera – come la sua Penelope – sa affrontare l’abbandono, lo accetta e lo contesta allo stesso tempo, non lo condivide e non lo rispetta, lo vive con dolore “…mi hai lasciata/rantolare inchiodata al dolore.” ( pag.38), è forse un “dolore ebbro”, ma non è un dolore che annichilisce, non è un dolore di inabissamento, non è una discesa nel Maelstrom del sentimento. È un dolore, se così si può dire, “palingenetico”( “Non si nasce se non dal dolore” (pag.48) ), l’origine dell’asse cartesiano su cui riscrivere la parabola ascendente della vita ( Sono la donna della cenere e delle mille vite” (pag.48) ). É un dolore da cui l’autrice non vuole anestetizzarsi, che non chiede rimedi analgesici, che si costringe a vivere facendo, addirittura, un inventario “feroce” di oggetti: “Il tuo pettine./ La tua tazza./ Il tuo pigiama di cotone./ Il tuo profumo al sandalo./ L’accappatoio bianco./ Le penne colorate./ I post-it e il pc sul tavolo./ Il tè coi biscotti./ Le candele nei barattoli./ Gli spazzolini da denti./ Le chiavi di ogni porta.” (pag.24)
Mi soccorre nel pensiero, la filosofa Svenja Flaßpöhler, che cita Nietzsche:”La resilienza in Nietzsche emerge da una ferita realmente vissuta e sensibilizza la coscienza sul fatto che l’esistenza umana è fondamentalmente predisposta alle crisi: gli shock sono ineludibili. Non si possono evitare, si possono soltanto sopportare e superare.” In fondo, è questo l’insegnamento che si trae da “Itaca ebbra”. Svenja Flaßpöhler cita Emmanuel Lévinas, internato, come noto, in un campo di prigionia e che perse tutta la famiglia per mano dei nazisti. Per Lévinas, “la forza che cresce dalla ferita … è la forza di rimanere esposti la contatto e vulnerabili… La ferita non deve mai chiudersi: ha un potenziale solo se rimane aperta. … Lévinas era interessato alla forza degli affetti…: il volto dell’altro “sommuove”. E l’autrice: “Nulla è più feroce / che la dimenticanza. (pag. 25)” Chi forza cade sempre.” ( pag.22 ). Ma come si fa a vivere senza “forzare”? E che cos’è la relazione amorosa se non un “forzare” se stessi, “forzare” i confini dell’Io per accogliere l’altro nella sua diversità, accettando il rischio dell’irriconoscibilità e, quindi, del rifiuto, accettando che l’altro ci costringa al confronto con noi stessi e con le parti più remote e rimosse della nostra Gestalt. La caduta, quindi, non è un fallimento, non è un moto entropico, ma è il movimento dialettico necessario alla nostra crescita. La narrazione di Bia Cusumano, quindi, non è una narrazione personale, non racconta del suo abbandono: con un metodo induttivo, parte dal particolare per arrivare all’universale: la sua storia rimane uno spunto, un incipio per poter dire altro, un motore immobile aristotelico che muove ogni riflessione sull’amore, e mette in guardia con un grido che ricorda la maledizione delle donne coraggiose della tragedia classica greca e che è altresì provocazione: “Non ti tocca che morire:/ tu, la donna, non la sai proprio fare.”( pag. 43 ). Ancora una volta ricorro all’aiuto di un filosofo, e questo la dice lunga sulla raccolta poetica di Bia Cusumano e sulla sua proteiforme Weltanschauung. Harry G. Frankfurt scrive:”L’auto-consapevolezza che caratterizza gli esseri umani ci rende capaci di operare una divisione dentro di noi, per cui si separiamo da noi stessi e ci oggettiviamo.” E più avanti. “… è l’amore che dà valore alla vita stessa.” E questo emerge in modo evidente anche nella parte centrale dell’opera che contiene le poesie dedicate: Ad Anna (pag.34 ):… “Tu che amore pronunci/ con ardore e fremito,” …”; A Giovanna (pag. 36 ): “Lieve e vitale/ rendi al mondo/ l’amore.”; A Vittoria Gentile ( pag.49 ): ”Non si scorda chi s’ama.”; A G. (pag. 51 ): “Non lasciare chi/ ami sperduto,/ a terra.”; A R. ( pag.53 ): “Solo il tuo amore/ ricomponeva lo squarcio/ delle mie radici.”
Il verso di “Itaca Ebbra” è breve, verticale, lapidario, essenziale, asciugato da un labor limae chirurgico, spezzato – come il sentimento che esprime – e ha bisogno dell’enjambement come necessità non solo metrica ma perché il respiro è rotto, perché i ricordi sono sempre particellari, mai ordinati, mai cronologici, sopraggiungono come fotogrammi di un film senza montaggio, assalgono la ragione, la disorientano, la vertiginano e la trasfigurano. D’altra parte, lo psichiatra scozzese Iain McGilchrist, citando il neuroscienziato Joseph Ledoux, scrive, in un saggio in cui spiega in modo esaustivo il primato dell’emisfero destro:”Il ruolo della corteccia è di impedire le risposte inappropriate più che di produrne di appropriate.”
Finisco con una riflessione del mio amato Dostoevskij tratta dal suo capolavoro “I fratelli Karamazov”.”Come farai a vivere, come farai ad amare – esclamò Alëša con dolore. – È forse possibile, con un tale inferno nel petto e nella testa?”
Bia Cusumano son certa risponderebbe: Vivrò e amerò scrivendo poesia.





