Dare una definizione del siciliano non è un’impresa facile. Tutti i visitatori stranieri, che attraverso i secoli hanno visitato l’isola, oltre a decantare la bellezza delle donne, definite un capolavoro della natura, sono stati tutti concordi nel rilevare le stridenti contraddizioni del loro carattere.
“Sono tutto – scrive Giuseppe Antonio Borgese – tutto e il contrario di tutto”. La spiegazione ce la fornisce Sergio Troisi quando rileva che la Sicilia è una terra incrostata da sedimenti di numerose e differenti civiltà e che ognuna di esse ha lasciato nei suoi abitanti tracce ancor oggi vive che entrano spesso in contrasto fra di loro. Non a torto il siciliano è stato paragonato a un Giano, non con due facce, ma bensì dalle mille facce, perché in ognuna reca i tratti delle altre. Nel siciliano, per fare un esempio, troviamo una irrazionalità violenta e una razionalità esasperata.
Scipio Di Castro nei suoi Avvertimenti a Marco Antonio Colonna quando andò vicerè in Sicilia gli consigliò di non dimenticare “che la Sicilia è stata fatale a tutti i suoi governanti e che la maggior parte di essi ha lasciato sepolta in quel Regno la reputazione in modo tale che nella posterità ha potuto mai risorgere”. Giudizio largamente condiviso da Sciascia che a distanza di tanti secoli la considera una terra difficile da governare, perché difficile da capire.
Al di là di tutto, nessuno però potrà mai mettere in dubbio la squisita generosità del popolo siciliano, il profondo senso dell’accoglienza e dell’amicizia.
Avrà un suo modo particolare di concepire la giustizia, l’amore, la religione e avrà pure una incredibile ossessione per la “roba”, ma crede anche di appartenere, essendo il risultato di un elevato miscuglio di popoli, a una razza eccellente. Anzi, per essere più precisi, i siciliani sono del parere che proprio in Sicilia si trovi la semenza del genio.




