L’elzeviro. Dall’analisi del «Gattopardo», il racconto di un’invenzione letteraria (e cinematografica) che ha acceso dubbi e interrogativi
di Vincenzo Di Stefano
«Sotto il sole color di miele di novembre» il paese appariva «meno sinistro della sera prima» al piemontese Aimone Chevalley di Monterzuolo, funzionario sabaudo inviato a Donnafugata per offrire a don Fabrizio Corbera, principe di Salina, la nomina a senatore del nuovo Regno d’Italia. Il lettore si trova al cospetto di uno dei passaggi-chiave del «Gattopardo», il capolavoro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa che vedrà la luce solo l’anno successivo alla sua morte (lo scrittore palermitano spirò a Roma nel luglio 1957). Ad accompagnare Chevalley nel giro del paese sono Tancredi (il nipote prediletto del principe) e l’amico-commilitone Cavriaghi. Nel vedere il piemontese rasserenato, Tancredi ha un moto di sadismo: «Venne subito assalito – scrive Tomasi – dal singolare prurito isolano di raccontare ai forestieri storie raccapriccianti, purtroppo sempre autentiche». Tra le quali, questa: «Poco dopo, in cima a una stradetta ripida, attraverso i festoni multicolori delle mutande sciorinate, s’intravide una chiesuola ingenuamente barocca. “Quella è Santa Ninfa. Il parroco cinque anni fa è stato ucciso lì dentro mentre celebrava la messa.” “Che orrore! Una fucilata in chiesa!” “Ma che niellata, Chevalley! Siamo troppo buoni cattolici per fare delle malcreanze simili. Hanno messo semplicemente del veleno nel vino della comunione; è più discreto, più liturgico vorrei dire. Non si è mai saputo chi lo abbia fatto: il parroco era un’ottima persona e non aveva nemici.”».
La chiesetta di santa Ninfa (si usa qui il minuscolo per la santa, ad evitare che il nome possa essere scambiato per quello dell’omonimo paese nella Valle del Belice) viene quindi allocata, nel romanzo, nell’ideale Donnafugata (nome letterario che nasconde Santa Margherita Belice: Tomasi pescava infatti nei ricordi familiari). Ma il dubbio che l’autore del romanzo non abbia inventato l’episodio, e soprattutto che il fatto sia avvenuto altrove, serpeggia. A irrobustire il dubbio arriva, nel 1963, il filmone che Luchino Visconti trae dal libro (uno di quei rari casi in cui l’opera filmica è addirittura superiore a quella letteraria). Nel film la passeggiata per le strade di Donnafugata non c’è. Per esigenze di racconto la scena si svolge al chiuso, mentre Chevalley viene ricevuto da don Fabrizio. Tra le poltroncine damascate dello studio del principe (cui presta il volto Burt Lancaster), Tancredi (impersonato da Alain Delon) sciorina l’elenco dei misfatti in terra sicula. E qui avviene lo scambio, o l’equivoco, il possibile qui pro quo. L’omicidio del prete, per bocca di Tancredi, viene collocato infatti a Santa Ninfa. Non c’è dubbio: il riferimento è proprio al piccolo centro nel cui territorio nasce il Modione, il Selinus dei greci che sfocia ai piedi dell’acropoli di Selinunte. Forse anche in questo caso è un’esigenza narrativa, ma forse è un errore degli sceneggiatori del film (oltre allo stesso Visconti, alla sceneggiatura lavorarono Suso Cecchi D’Amico, Pasquale Festa Campanile, Enrico Medioli e Massimo Franciosa, tra i più bravi a quel tempo). Fatto sta che l’errore, o equivoco che sia, ha aperto un interrogativo che da oltre sessant’anni attende risposta.
Ipotesi e suggestioni
Ad abbozzarne una, poco più di vent’anni fa, fu Antonio Carcerano, avido lettore delle opere di Tomasi e appassionato di storia locale. Dopo aver ipotizzato che la chiesa a cui fa riferimento il passo romanzesco potesse essere quella di Santa Ninfa dei crociferi, che si trova nella centralissima via Maqueda a Palermo, in effetti di stile barocco (fu edificata a partire dal 1601 e consacrata nel 1660), Carcerano vira decisamente e sposa l’ipotesi che porta direttamente nella natìa Santa Ninfa (di cui è originario, anche se vive a Mazara del Vallo). Tra il 1998 e il 1999, curiosando negli archivi parrocchiali, Carcerano si imbatte nel «Liber defunctorum» che registra i deceduti dal 1818 al 1838. E vi trova registrata l’improvvisa morte, il 6 febbraio 1822, all’età di 59 anni, del sacerdote Saverio Di Stefano, «repentino morbo correptus», ossia «colto da un malore improvviso», formula generica che veniva a quel tempo utilizzata per le tante morti fulminee e inspiegabili (inspiegabili per le scarse conoscenze medico-scientifiche del XIX secolo). Il prete fu sepolto, come si usava allora, nella chiesa madre, nell’apposita fossa dei «reverendi chierici».
È ovviamente una suggestione, dal momento che nessun elemento oggettivo lascia presumere che il sacerdote in questione sia stato assassinato, men che meno avvelenato. E che sia una suggestione lo si può dedurre anche dal fatto che di questo sacerdote Di Stefano, e della sua morte, non fanno alcuna menzione, nelle loro monografie su Santa Ninfa, né Antonino De Stefani Perez, né l’arciprete Mariano Accardi. Le due opere, infarcite peraltro di aneddoti spesso dozzinali, vengono scritte praticamente nello stesso periodo, con l’unica differenza che il manoscritto di De Stefani Perez sarà portato a termine nel 1873, mentre il testo di Accardi era stato ultimato molto probabilmente ben prima della sua morte, avvenuta nel 1892, e quindi pubblicato solo nel 1898. Sia De Stefani Perez che Accardi si mostrano particolarmente curiosi e ghiotti soprattutto di storielle. Possibile si siano fatti scappare la vicenda di un sacerdote avvelenato? Accardi nasce peraltro nel maggio del 1822, appena tre mesi dopo la morte di Di Stefano. Non ha avuto modo di conoscerlo, è vero, ma di certo ne avrà sentito parlare. Identico discorso vale per De Stefani Perez, che pur essendo nato nel 1840 e fuggito in Grecia nel 1859 per sottrarsi alla polizia borbonica, nella sua monografia stila addirittura un elenco degli arcipreti succedutisi a Santa Ninfa. Dei soli arcipreti, è vero, ma, considerata la pedanteria che ne caratterizza la monografia, può essere dato per certo che ha avuto modo di consultare la lista completa di chi aveva vestito l’abito talare nel paese a partire dal 1609.
Caracciolo, il prete cacciato dal paese
Una chicca, però, De Stefani Perez al lettore la regala. È quella relativa a don Vincenzo Caracciolo, nono arciprete di Santa Ninfa a partire dal 1797, «uomo di gran mente governativa» lo definisce, il quale «essendosi di molto immischiato negli affari – annota l’autore – e resosi inviso al popolo nella rivoluzione del 1820», dovette fuggire dal paese e rifugiarsi nella vicina Salemi, dove morirà l’anno dopo. In quali affari fosse immischiato Caracciolo non è dato sapere, né tantomeno il motivo che lo porterà ad essere «inviso al popolo» durante i moti antiborbonici del 1820. Fatto sta che questo Caracciolo si trasferisce a Salemi, stando al racconto di De Stefani Perez, per sfuggire all’ira dei santaninfesi. Una possibile chiave di lettura la fornisce lo storico Vito Spina, in un suo pregevolissimo saggio inedito, «Borghesia e popolo a Santa Ninfa dall’Ottocento al Novecento». Scrive Spina: «Il fatto che, cacciato lui, l’arcipretura in paese restasse scoperta per ben altri otto anni, retta da un sostituto fino al 1828, e tenuta invece riservata eccezionalmente per il futuro don Nicolò Di Stefano (divenuto poi sacerdote tre anni dopo, nel 1823), fa nascere come minimo qualche dubbio sulla natura e sulla connotazione della rivolta a Santa Ninfa». Il nuovo sacerdote, chiosa lo storico, è figlio del notaio Angelo, «proprio allora primo sindaco in carica del paese, e appartenente alla più importante delle casate civili e notabilari santaninfesi dell’Ottocento», e ottiene l’arcipretura («ben conservatagli invero», sottolinea con una punta di malizia Spina) quando raggiunse l’età idonea (29 anni) prevista dal diritto canonico. «La quale singolare procedura – continua lo studioso – ci suggerisce inevitabilmente, per le modalità privilegiate dell’evento, dal trattamento tutto particolare “organizzato” appositamente per la irresistibile carriera di don Di Stefano, per l’alta qualità sociale degli interessati e il favorevole contesto sociale comunale (borghese/civile e anche popolare) in sostanza filogovernativo, in cui tutto capitò, fu preparato e infine avvenne, su chi e come aveva il potere a Santa Ninfa in quegli anni, e quali potevano essere stati i veri motivi della protesta».
In conclusione
Alla luce dei documenti analizzati e delle informazioni passate in rassegna, si può quindi ragionevolmente escludere che a Santa Ninfa, nel corso dell’Ottocento, sia avvenuto l’assassinio di un prete. E ritenere quindi, quella di Tomasi, un’invenzione letteraria, mentre la battuta di Tancredi-Delon nel film di Visconti sembrerebbe, più che un errore, un adattamento del copione ad esigenze di messa in scena. Altrove bisogna quindi cercare per trovare uomini di chiesa vittime di agguati. Nella Salemi dove si rifugia Caracciolo, ad esempio, dove nel 1740 viene picchiato selvaggiamente a colpi di bastone tal padre Tommaso Biviglieri, che ci rimette la colonna vertebrale e, costretto a letto per diversi mesi, «mai più riuscì per il resto della sua vita a restare in piedi come si comanda», come riporta il cultore di storia locale Vito Surdo. La colpa di padre Tommaso? Aver ceduto alle lusinghe di una giovane parrocchiana già promessa in sposa. O dove, stavolta intorno al 1860, scampa alla schioppettata di un marito geloso (stando alla ricostruzione del giornalista Giovanni Calvitto) il frate carmelitano Pietro Tommaso Abbate, noto soprattutto per essere stato l’ispiratore, nel 1875, di una spedizione punitiva nei confronti degli evangelisti locali. O dove, ancora, a cavallo tra XVIII e XIX secolo, prendendo per buono il racconto di un altro cultore di vicende salemitane, Gaspare Cammarata, un prete viene davvero ammazzato, sulla salita che porta al Monte delle rose. Nella quale salita, fino a prima del terremoto del 1968, come ricorda lo storico Paolo Cammarata, si trovava un cippo funerario a ricordo dell’accadimento. Oppure nella vecchia Gibellina, dove il 17 novembre 1920 i latifondisti locali fanno ammazzare Stefano Caronia, l’arciprete del paese impegnato nella battaglia per l’esproprio dei feudi in favore degli agricoltori. Vicende, queste, che forse Tomasi ebbe modo di conoscere. O forse – più probabile – no. Il dubbio comunque rimane e probabilmente rimarrà. Mentre è pressoché certo che lo scrittore fosse a conoscenza dell’esistenza di Santa Ninfa. E soprattutto del baglio, impropriamente detto «castello», di Rampinzeri, così dettagliatamente descritto nelle pagine del romanzo come luogo di sosta nel trasferimento della famiglia Salina da Palermo a Donnafugata. Il baglio, oggi ampiamente ristrutturato, è sempre lì, a dominare, da un’altura, «la campagna funerea, gialla di stoppie, nera di restucce bruciate».
(Nella foto in alto, l’interno della chiesa madre di Santa Ninfa prima del terremoto del 1968)
L’autore
Vincenzo Di Stefano (Castelvetrano, 1970) è giornalista freelance e si è occupato spesso, con articoli e testi critici, di letteratura, teatro e cinema. È autore della raccolta di poesie «I fuochi sono spenti» (2009) e di diversi racconti pubblicati su giornali e riviste.




