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La Guerra e l’orrore del silenzio – di Bia Cusumano

Oggi è il 5 marzo del 2022 e cento anni fa nasceva Pier Paolo Pasolini, scrittore, saggista, poeta,
grande e visionario intellettuale. Mi sono chiesta questa mattina se davanti all’orrore dei carri
armati russi che avanzano straziando vite e uomini su Kiev, colpendo il cuore dell’Ucraina, Pasolini
sarebbe rimasto muto. Lì lì, per un attimo, l’ho visto tra quei bombardamenti e quelle case sventrate,
quelle urla disperate di uomini e donne a cui tutto, una guerra crudele, sta togliendo. Si aggirava il
grande Intellettuale e guardava quello che già aveva visto. Perché i poeti vedono prima, sentono
prima, giungono Oltre e Altrove prima. E no, Pasolini non taceva. Mi sono tornate in mente le sue
parole: “Vedo di fronte a me un mondo doloroso e sempre più squallido… La parola speranza è
completamente cancellata dal mio vocabolario”. E poi ancora: “Lo sapevi, peccare non significa
fare il male. Non fare il bene, questo significa peccare”. Pasolini guardava esterrefatto i profughi,
rifugiati ormai ovunque, implorava fosse data loro la possibilità di essere accolti. Guardava le
scuole ridotte a brandelli, i giardini con i fiori di Kiev rasi al suolo, i bimbi trucidati e i loro
corpicini ormai privi di vita. E mai egli avrebbe potuto credere che ricordarlo, celebrarlo oggi
sarebbe equivalso a parlare di distruzione, morte, carri armati, orrore. Non so se sia l’istinto folle di
un potente che gioca a conquistare una terra come fosse solo una pedina del suo scacchiere. Non so
se sia la bramosia di sopraffare chi è più debole o la voglia e la smania di dimostrare al mondo di
essere padroni del proprio e dell’altrui destino. Non so di chi siano le vere responsabilità o le cause
economiche, politiche e geopolitiche di tutto questo orrore. . Non so se sarà la terza guerra
mondiale. Non sono uno storico, non possiedo, e lo ammetto con umiltà, molte verità. Non ho
competenze e così profonde conoscenze da stare a discettare se sia colpa o responsabilità della
Russia, della Nato, dell’America o dell’Europa. Io so che da poeta non posso tacere davanti
all’orrore, alla morte e alla distruzione. Che nessuno di noi può. E gli intellettuali, non possono non
prendere posizione, non urlare la loro indignazione assoluta, senza resa, senza dubbio alcuno. E
giunge Quasimodo a sostenermi, con i suoi versi tratti da Uomo del mio tempo, in cui affermava:
“Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo. (…) T’ho visto: eri tu, con la tua
scienza esatta persuasa allo sterminio, senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora, come sempre,
come uccisero i padri, come uccisero gli animali che ti videro per la prima volta”. Sì, siamo ancora
quelli del loro tempo. Quelli del tempo di Pasolini e di Quasimodo. Siamo quelli che seminiamo
ancora distruzione e morte, incapaci di amare, di ascoltare, di perdonare, di comprendere, assetati di
potere e di denaro. E mi giungono i versi di una grande poetessa siriana anche lei fuggita all’orrore
della guerra, Maram al-Masri, che in Arriva nuda la libertà canta: “Lo avete visto? Teneva il figlio
in braccio e si faceva largo a passo spedito camminando dritto e a testa alta. Quel figlio si
sentirebbe tanto orgoglioso e felice tra le braccia del padre se solo fosse vivo”. E sento la voce di
Bertolt Brecht che ne La guerra che verrà diceva: “La guerra che verrà non è la prima. Prima ci
sono state altre guerre. Alla fine dell’ultima c’erano vincitori e vinti. Fra i vinti la povera gente
faceva la fame. Fra i vincitori faceva la fame la povera gente ugualmente”. E giunge ancora
sommessa la voce della poetessa polacca, proprio adesso che la Polonia apre le sue “frontiere” ai
profughi ucraini, Wislawa Szymborska, e ci ricorda: “(…) Dopo ogni guerra c’è chi deve ripulire.
In fondo un po’ d’ordine da solo non si fa. C’è chi deve spingere le macerie ai bordi delle strade per
far passare i carri pieni di cadaveri. C’è chi deve sprofondare nella melma e nella cenere, tra le
molle dei divani letto, tra le schegge di vetro e gli stracci insanguinati. (…) Sull’erba che ha
ricoperto le cause e gli effetti, c’è chi deve starsene disteso con la spiga tra i denti, perso a fissare le
nuvole”. No, Wislawa, mia adorata poetessa, mi spiace contraddirti ma noi poeti, scrittori,
intellettuali di questo orribile tempo, non possiamo stare con la spiga tra i denti. Non possiamo,
adesso che il sangue scorre a fiotti e i nostri figli muoiono massacrati, non urlare con tutto il fiato
che abbiamo in gola e poco importa se i nostri versi siano perfetti, se rispettino gli schemi metrici,
se siano da annoverarsi tra quelli che faranno la Poesia da ricordare, leggere e studiare sui futuri
manuali di Letteratura Italiana. Noi qui, adesso, urliamo di disperazione, rabbia e dolore e con la
tenacia e la forza della poesia, delicata come un fiore ma più forte di un carro armato, diciamo NO
alla follia dell’orrore. E i Grandi della terra in qualche modo ci sentiranno, giuro che in qualche
modo il nostro disperato appello giungerà a toccare i loro cuori. E voi, poeti che prima di noi, umili
servitori della Parola, avete visto, sentito, intuito, scritto, voi di cui leggiamo e amiamo i versi
ancora oggi e che cerchiamo come i nostri padri, i nostri vati, i nostri profeti, le nostre sentinelle
vigili della Bellezza, vi prego, unite il vostro canto al nostro, così che la Poesia vinca sulla follia
umana di cuori criminali, senza pietà alcuna. Non potranno non ascoltarci. Vi chiamo a raccolta,
ovunque voi siate. Qui adesso insieme a noi, fermate questo Inferno che stiamo vivendo, questa
Apocalisse infinita. Perché, se è vero che la Bellezza salverà il mondo, abbiamo un disperato
bisogno di credere che sia davvero così non domani ma oggi, adesso, ora.

Dove è adesso la voce dei poeti,

mentre le bombe sventrano i corpi

dei nostri figli, accucciati come bestie
ai margini estremi del terrore?
Dove s’ ode il loro canto che muta

i corsi della storia, ora che i cannoni

sono gli unici suoni che le orecchie
ascoltano come ninna nanna di morte?
L’ Orrore avanza e strazia e tutti muti

stiamo noi, funamboli della Parola?
Ora che i nostri figli muoiono assiderati

nelle ore più buie di questo secolo,
Noi taciamo impotenti?
Urliamo dunque, lasciamo i nostri versi

perfetti e corriamo ad abbracciare i corpi

straziati dei nostri figli uccisi.
Cercano fuga non nei nostri sonetti

ma nei nostri giorni.
Dimentichiamo di essere poeti se non

sappiamo essere uomini.
Bia.

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