10 febbraio 2025
Eccomi al secondo giorno di fila di questo weekend sociale alla common house di Ravnen, dove sono diventato ufficialmente un Vero Uomo™, infatti ho i jeans macchiati del bianco intonaco, o qualunque cosa si traduca in «paint». Anche la felpa natalizia, imbiancata di vernice, così come gli scarponi Crocs, la punta del naso e i capelli, che ora hanno un riflesso speciale. A tavola, mentre mangiavamo la deliziosa zuppa di verdure tutti assieme, Larisio si rivolge a me: «Che cosa hai fatto ora che i capelli ti sono diventati bianchi così in fretta?». Me l’ha servita su un piatto d’argento, rispondo: «Sto invecchiando», ci facciamo una risata e continuiamo a mangiare. Tutti intorno a me parlano danese, anche stavolta sono finito come al centro separato, dove ognuno parla con qualcun altro e nessuno con me. Ma stavolta non è come da adolescente, dove questo significava aver fallito tutto nella vita. No, qui è legato al fatto che non parlo la lingua, né sto cercando di fare conversazione. Idem per la mia Miss Little, che prima avevo chiamato Miss X, ma ora che Twitter è diventato quella roba là, è meglio dimenticare che una volta la lettera ics era quella che dava un alone di mistero.
In questo momento sono seduto alla poltrona nera, a una punta del rombo-salottino: un divano e tre poltrone ai vertici. Sembra in ecopelle, ma questa pelle sembra molto poco eco, sarà vera? Preferisco non pensarci, dato anche le altre tre son così. La certezza è che il tavolino è di legno smussato che è una goduria a passarci la mano. E riesco pure a dirti che smussare le schegge di legno è una pratica che si chiama sanding, o smerigliare, insomma usare la carta vetrata. L’ho imparato questa settimana. È un blog podcast prosaico il mio, infatti la band che voglio fondare si chiama proprio Prozaika. Il fascino discreto delle cose noiose. Forse, la noia è la chiave per non finire a pippare nei cessi di un pub, come ho visto essere norma al Gianpula di Zebbugi, a Malta, il quale è famoso per essere il trentesimo miglior locale del mondo. E in effetti è bellissimo, consigliato, anche se non pippi.
Mi chiamo Riccardo Alessio Oliva, ho mollato il posto fisso per vivere viaggiando. E sono ancora vivo.
La musica, stavolta, oscilla fra Sultans of the Swing, Angie, e proprio adesso una canzone che canta la Graceland di Paul Simon. Quest’ultima ho dovuto andarla a guardare toccando il telefono, non mio, di chissà chi, perché pensavo stesse cantando la Groenlandia, e sarebbe stato molto buffo. Spero che Trump non rifarà quella scena alla Montgomery Burns mentre la invade. In tal caso, spero che JD Vance funga da Smithers e registri Waterloo sopra alla musicassetta. Ho il coraggio di nominare tale vecchissimo riproduttore musicale perché qui alla common house la musica viene diffusa da un aux system anni duemila, meraviglioso, grigio e solidamente offline: metti il cavo, e parti. Non importa se è il telefono a mandarla. Nella sala si respira un’aria di pace, dove una ventina di persone hanno lavorato tutte assieme per aggiustare la common house. Opocaj è appena entrato, e mi dice «I’m sorry if I’m putting off the music». Dolce nonnino occhialuto, è entrato con il suo passo legnoso, e mentre si dispiace di togliermi la musica, mi sorride, è girato verso di me anche se sta andando avanti, e mi sta salutando con una mano. Ha un bel sorriso nonnesco, e sia ieri sia oggi è stato il primo, e sicuramente quello con più voce, che a fine pasto ha esclamato una tipica formula danese di gratitudine: «Tak for dejlig mad!», ossia «Grazie per il buon pasto!». In Danimarca è la base della comunicazione il ringraziarsi l’un l’altro, spesso e di gusto. Non avrei pensato che questo sarebbe stato uno dei miei ostacoli culturali. Non riesco a dire grazie per il cibo. Tu lo fai a tavola, in Italia? In ogni caso ho molto apprezzato di vedere la gentilezza danese all’opera. In realtà la vedo continuamente. Nessuno mi ha urlato in faccia ancora nulla, né mi è stato dato qualche epiteto e non c’è stata nemmeno quella roba che due persone ti guardano, fanno finta di non vederti quando passi, e dopo che sei passato scoppiano a ridere. Ecco, qui sembra proprio che non esistano ‘ste robe. Sarò fortunato a finire sempre nel posto giusto. Ma torniamo a Opocaj. Sta macchinando allo speaker, e così, l’ultima canzone interrotta lascia la stanza con un profumo esotico, è qualcosa di certamente africano; nostalgia e immensità della terra e del vento. Chiedo a Opocaj quale canzone fosse, e lui, un po’ spaesato, mi dice che è una cantante forse congolese, e legge nome e canzone, che ho disperatamente bisogno di leggere coi miei occhi per ricordare: Sonkolon, Fatoumata Diawara. Molto bene, Diawara è il nome di un calciatore, lo ricorderò. Mica solo questa canzone è una delle nuove musiche in cui mi sto imbattendo. In questo salottino, ora vuoto come ieri, ci sono parecchi elementi vintage. Su uno scaffale trovo dei cd di band che non puoi non conoscere: Dodo & the Dodos, Moonspell, Pazuzu, Streaplers, Love Shop. Mai sentiti. Una bella mappazza super diversa, abbiamo la cantante anni ‘90, la band ispirata agli Iron Maiden, un’altra sperimentale, i bravi ragazzi del rockabilly in revival anni ‘70, e una graffetta gialla, con retro della colla a presa rapida in primissimo piano e con un po’ di colla fuori dal tubetto. Questa cover sta urlando anni 2000 da ogni millimetro. Credo che sarà l’unica che cercherò di conoscere a fondo. Ehi, ma io dovevo andare a jammare con Noè! Diamine, sono le cinque meno dieci, tra poco sarà ora di cena.
Brrr, ora sono le sei meno un quarto e ho fatto un sacco di cose in meno di un’ora. Ho pedalato nel freddo senza guanti su una bici da donna, e amo il fatto che a nessuno frega niente del tipo di bici che guido; sono andato a casa di questo ragazzo, Noè, che è un pischello delle superiori, e ha una faccia super seria, o almeno l’aveva l’unica volta che ci ho parlato; e mentre l’ho visto passare un paio di volte, una a piedi e una in bici; una con le cuffie e una senza. Ho bussato un paio di volte, ma a parte una luce accesa, nessuna traccia di vita. L’attesa però è stata dolce perché ho incontrato un bel miciozzo, appena arrivato: arrivo alla porta e da dietro un angolo spunta correndo questo bastardino bianco e marrone, in tutto e per tutto simile al mio, di miciozzo. Solo che questo ha entrambi gli occhi, ed è giovanissimo, un pischello pure lui, che piomba davanti a me con un salto misto a corsa in piena comicità slapstick. E, come un bambino, appena si accorge che ci sono io, si fa tutto composto, si fa più serio. Ho spezzato il gioco al piccolo. Si rifugia dietro un muretto di arbusti e rametti tutto marrone, e io lo vedo attraverso, mi accovaccio e lo chiamo in italiano. Lui continua a essere un elastico, infatti mi guarda, accovacciato anche lui, e da fermo prende lo slancio e salta alla mia mano che frugava a vuoto per attrarlo. Funziona sempre. Salta come una rana e si struscia per due secondi netti, e poi salta via di nuovo e si arrampica sul metallone grigio scuro della ventola del condizionatore accanto alla porta e sotto la «store vinduet», la tipica finestra giganorme danese, grande quanto e più della porta. Si lascia accarezzare, spupazzare, e si sbacànta sul metallone, spinge verso la mia mano, è in estasi coccolosa, a panza all’aria come un cane, gira su sé stesso, pazzurdo, ma qui a Ravnen è normale, i gatti sono amichevoli, le fusa te le fanno subito, e lui non è da meno. Vado via, mi arrampico sulla bici rischiando di cadere, riprendo a pedalare e il freddo è di nuovo gelido, ma le boccate d’aria le prendo pure con la bocca, appunto, ed è una goduria pazzesca, respiro pura salute, respiro la Scandinavia, il mar baltico che circonda il Paese, respiro la mia libertà, in così netto e rapido contrasto con i locali malsani e scabbiosi del piano zero e tre del business centre dove ho lavorato per tre anni a Malta, che ricorderò come un’esperienza formativa come esperienza negativa. Mentre pedalo salendo lo sterrato circondato dal verde e dal prato immenso con alberi altissimi all’orizzonte, penso a che piacere doveva provare il gatto a correre poggiando i cuscinetti delle sue zampettine sull’erba e al fatto che fino a novembre scorso, quando Harris perse le elezioni, stavo ancora ingobbito su uno sgabello a distribuire carte come una macchina e puntare il dito a metà di ognuna di quelle che sporgevano dai sette box, e, macchinalmente, ripetere: «Chiami o stai? Puoi fare double down, puoi splittare» e le altre depressioni fisiche e mentali che mi comprimevano, in pieno compromesso, e compromettevano la mia autorealizzazione per pagare quattrocento bastardissimi euro di affitto.
Salivo spingendo sui pedali, slalomando fra le viuzze interne di Ravnen, e vedevo la casa di Davide, la cui ragazza Alessia mi aiuterà a trovare uno che suoni la chitarra o il basso: è il vicino lì davanti. Ma sono le cinque, e le chiedo se in Danimarca sia comune cenare alle cinque e mezza. Lei conferma: «Yes, five thirty is kinda dinner time!»; («Sì, le cinque e mezza sono quasi ora di cena»). Ci salutiamo, e io ometto di fare una cosa specifica: infatti, giungendo davanti la loro porta, avevo visto Davide attraverso una delle finestrone. Ora tu immagina, in contrada Terrenove Bambina a Marsala, in Sicilia, che un tuo vicino di casa sia l’unico con le finestre giganti, senza tapparelle. Siamo tutti d’accordo che l’intero chiàno ficcherebbere gli occhi dentro la casa a spiare tutto che faccia. Ma ora immagina che a Terrenove Bambina tutte le finestre siano così, e che al posto dei marsalesi ci siano i danesi. Risultato: nessuno guarda in casa a nessuno, ed è socialmente imbarazzante provare a farlo. E infatti non l’ho fatto, eppure nessuno me l’ha detto, potevo benissimo ondeggiare la mano sorridendogli, lui avrebbe ricambiato, ma il fatto che invece lo vedevo mangiarsi il suo panino senza curarsi del mondo esterno mi suggeriva che la cosa migliore era godermi il mio mondo interiore, e non interagire tramite la finestra. Probabilmente è solo una sega mentale, però questo delle finestre che cancellano il muro è un altro dei piccoli cultural shock che sto vivendo qui in Danimarca. Nessuna roba pazzurda come, chessò, il fatto che in Nigeria mangiano tutti da una singola ciotola seduti a terra e affondandoci il pane: quella sì che è una vera sfida per me, e quando finii a pranzo con il mio (ex) amico coetaneo Prince Slay, mi rifiutai per nascondere il disgusto. Ma questa è un’altra storia. Oggi invece, di shock culturali a tavola si è presentato il solito: qua a Ravnen i tovaglioli a tavola sono una cosa fancy. Una roba elegante, che fai al ristorante, mica a casa tua, mi dicono attorno al tavolo. E ti dirai: come diavolo si puliscono? Si insozzano tutta la bocca? Tavoli lòrdi, macchie ovunque, mani incatramate di salsa? No, anzi, quello so’ io italiano, che mi riduco a pulirmi la bocca col pane o col dito o col cucchiaio. Mangiano pulitissimi, e non sporcano niente. Sarà proprio perché non hanno i tovaglioli, e se sporcano poi devono prendere la pezza, che infatti passano una sola volta dopo aver sparecchiato. Vedi te quante soluzioni controintuitive hanno ‘sti danesi!
Alessia mi suggerisce un signore, quindi vado a casa sua, però non lo trovo. Torno verso la mia tiny house ma sento strimpellare dalla casa di fronte: è sicuramente Noè. Oh, mica posso fare il danese se non lo sono. Busso alla finestra. Nessuno mi risponde. Invece sento uno strumento cacciare delle note, sembra un basso. Ribusso, ancora nulla; mi starà ignorando? Ribusso più forte, quindi vedo una testa capelluta e incuffiata alzarsi, una mano togliere la cuffia da un orecchio, si gira ‘sto picciotto, mi vede e, inespressivo, indica dietro le sue spalle, cioè la porta. Vado alla porta e mi apre.
«Sì?», mi chiede col tono mezzo singhiozzato.
«Suoni?»
«Sì.»
«Facciamo una jam?»
«Mh, va bene», annuisce. «Cosa suoni?»
«La voce, e ho i miei testi.»
«Figo.»
«Quando puoi?»
«Domani pomeriggio torno da scuola, alle cinque sono libero.»
«Alle cinque allora!»
«Okay, ciao.»
E che ci voleva?
Poco dopo ceno con gli host. Sono un uomo e una donna sui cinquant’anni, più due bambini e un ragazzo adolescente. Si stupiscono che Noè mi abbia parlato, e sono ancora più stupefatti che io vada a farci una jam insieme. Il ragazzo, Vittorio, mi dice:
«Io e Noè non ci parliamo dalle medie, saranno almeno tre anni.»
«Come mai? Avete litigato?»
«No, semplicemente non mi ha salutato più.»
«Anche i genitori, niente», aggiunge Flavio, il padre.
«E voi li avete salutati più?»
«No.»
«Ah. Mi dispiace.»
Forse danesi e siciliani non sono poi così diversi.
Settimana prossima racconterò la jam, il lavoro svolto con la famiglia di Ravnen dove abbiamo costruito una casa ecologica, e com’è vivere in una casa con il tetto super spiovente.






