15 nov, 03:45
Sono finito a una panchina fuori dal Largo Venue, un locale che stasera che è venerdì è frequentato da gay e dalle loro amiche etero. Non ho avuto nessuno con cui andarci, quindi ci sono andato da solo, ma il biglietto era otto euro e dato che chiude alle quattro non aveva più alcun senso pagare.
Fuori dal locale c’è la stradona, quattro corsie divise da alberi e guard-rail. Ragazze bellissime e bei ragazzi escono dal locale. Io sono morto di sonno, emotivamente esausto dopo la cacciata di oggi. Stessa cosa alla piazza di San Lollo: potevo estrarre il mio potere di estroversione e farmi dei nuovi amici, ma ero. Semplicemente. Stanco. E ho preferito parlare al telefono col mio migliore amico. Vagavo per la piazza strapiena di gente che formava piccoli cerchi, mentre io ero l’unico che parlava al telefono girando attorno a questi cerchi, come un asteroide che vuole entrare nell’orbita, è attratto dalla gravità ma finisce che si sposta solo di un po’ ed è inerte. Trovo alcuni di quelli che da Inadatto andavano qui. Ci salutiamo, quindi uno di loro comincia a sfogarsi con me dei suoi problemi. Il che non mi piace, ma pur di farmi un amico me l’accollo. Mi insegna a fare il «pop»: fai un orecchio alla carta che sia parallelo alla parte su cui lo fai, quindi lo lecchi e lo strappi lentamente, così la carta diventa una specie di imbuto, arrotoli stretto ed ecco il filtro della sigaretta; o della canna.
«Vedi, l’esperienza di vita è relativa, come l’età stessa: ho 21 anni e ti insegno a fare il pop a te che ne hai 26», dice saggio il mio amico.
Quindi ci mettiamo a parlare di ragazze e del caso dei «commenti inappropriati». Quante cose ho da raccontare, perbacco. Pochi minuti fa parlavo col mio amico del cuore che in questi quattro anni, specialmente nell’ultimo, ho vissuto tante di quelle cose, molte assurde, che dovrei mettermi su un palco, seduto, senza fare battute, semplicemente raccontando quello che mi è successo, per esempio il «freak streak» ad Aarhus a settembre.
Comunque, in questo momento mi trovo fuori da ‘sto Largo Venue. La gente sta uscendo a frotte perché sono le quattro in punto e il locale ha chiuso. Pochi minuti fa, passando dall’Ex-Snia, un famoso centro sociale in questa via, trovo l’annuncio che si fa la Climate Pride sabato, cioè fra qualche ora. Andiamoci, mi dico. Ma è alle 14, e quindi devo dormire, quindi torniamo all’ostello. C’ero già stato un paio d’ore fa qui fuori dal Largo, ma costava otto euro, l’ho già detto. Quindi un tizio bruttissimo si siede alla panchina con me, accavallando la gamba in mia direzione, anzi: gamba a triangolo, e poi braccio sullo schienale, inclinato verso di me, insomma me se voleva inculare. Io lo guardo, lui alza lo sguardo sorridendo e arcuando le sopracciglia otto volte in un tic che sarebbe nella sua testa un gesto sexy: un misto fra Quagmire e Jack Nicholson.
«Ho la vaga impressione che tu ci stia provan…»
«Oh, no, no, szono brasziliano…», mi rassicura con una mano avanti che andava in direzione del mio corpo.
«A distanza.»
Dunque vado via per scollarmi di dosso ‘sto maniaco. Decido di tornare in ostello a dormire, ma poi mi dico: «Che cazzo, ho 26 anni, mica 62! Sono solo le quattro di mattina! Torniamo lì e vediamo che succede.»
E così, prima due ragazze, poi un gruppo:
«Che stai facendo?», con tono interessato, che se fossero stati dei gatti avrebbero avuto la coda alta e con la punta rivolta verso me.
‘Ste due ragazze erano molto simpatiche, interessate, e belle. Ma io lo capisci come sono? Non ci provo, non lo faccio il flirt, perché se loro mi avvicinano per genuino interesse, perché rovinare tutto con un flirt? Ecco il mio grande problema, il mio difetto principale. Mi vergogno a sfruttare un’occasione per cuccare.
«Ma sei in smartworking?»
«No, scrivo un libro.»
Allarga il sorriso imbriaco, occhi strizzati ed estremi della bocca alle orecchie, tutta contorta in piedi davanti a me con la faccia così vicina che poteva pure darmi un bacio. Ride, rido.
Ci diamo il cinque.
«Tranquilli, ragazzi, non è in smartworking.»
«Ma te l’immagini, uno che lavora in smartworking…», sorridiamo forte, «alle quattro di notte…»
«Hai raccontato della serata?»
«Anche, ma in generale dei miei viaggi.»
Ho scoperto un nuovo format: scrivo fuori dai locali quando chiudono, la gente esce e vedo cose assurde, gente imbriaca che viene a parlarmi perché beh, un tizio che scrive al computer in panchina è curioso da vedere, me lo dicono loro. Vedi perché amo Roma? Succedono cose così tutto il tempo; è come Napoli, ma immensamente più grande; una Napoli obesa.
Che dicevo? Non ricordo più. Per osmosi mi hanno imbriacato parlandomi. Sarebbe bellissimo avere degli amici con cui divertirsi così, ma tutto quello che riesco a ottenere sono amici dei posti, cioè che vado in un posto e ci sono gli amici di quei posti, ma che non siamo abbastanza amici da scriverci per vederci, quindi non è un’amicizia tanto di piacere quanto di utile, un po’ come l’amicizia che hai col barbiere; qualcosa nel mezzo. Diceva Aristotele: amicizie di utile, di piacere e di virtù. Io fra le prime due aggiungo quelle di situazione.
L’atmosfera in questa piazzuola è molto cillata. La gente è presa bene, mi trasmette questo relax. Mi sento come se fossero usciti da una bella orgia e io a osservarli, asciutto. Eppure sono stato io a non entrare, perché un paio di sabati fa ci andai, anche se non era la serata gay, e non mi piacque. Il venerdì invece è sempre bellino, dicono; di sicuro lo sono i ragazzi.
Finisco per andare al bar con la ragazza imbriaca e un suo amico; al bar non hanno nulla di vegano, del resto cosa aspettarsi da un Paese di vecchi!
Parliamo del più e del meno, ma c’è una presa bene; il suo amico anche troppo bene, tanto che mi mette una mano attorno alla spalla, che allontano, e lui mi chiede scusa. Fuori dal bar, ai tavolini, ci mettiamo a scherzare con un tizio a caso che stava davanti a noi.
15 nov, 14:10
Mi risveglio tutto rimbambito con la voce ingolfata, parlo in spagnolo con un colombiano appena arrivato in ostello.
Ieri sera alla fine per tre volte delle persone sono venute a parlarmi. Con gli ultimi ho pure fatto amicizia; gli altri mi hanno seguito su instagram o si sono salvati il sito. Ho trovato un nuovo format da sfruttare, lol. E così sia.
19:47
Immerso nel post-corteo Climate Pride, dove si sono intersecati la lotta ambientale, quella palestinese e quella queer/transfemminista. Un bel momento di unità, in cui i discorsi sono anche ben precisi: fine dell’occupazione israeliana e del sionismo, boicottaggio di Carrefour e delle industrie, insomma le solite cose; a un organizzatore avevo chiesto se avrebbero parlato di passare a una dieta vegana, essendo la singola cosa individuale col maggior impatto, la miglior cosa da fare per l’ambiente. Mi ha detto di sì, ma comunque non l’ho ancora sentita; vabbè, sono abituato ai discorsi fatti col cuore ma senza testa.
Seduto al marciapiede osservo i giocolieri del fuoco fare delle evoluzioni da paura, il mangiafuoco cacciare una vampata che ci riscalda tutti; la piazza è diventata un centro sociale all’aperto. Dietro di loro, davanti a me, la scritta del Banco BPM che stona di brutto; a destra un furgoncino della frutta adibito a cassa mobile, col sound system techno che ha fatto ballare me e tanti altri per tutto il corteo. A sinistra invece altra musica, più pop ma sempre elettronica, e gli interventi. Su una borsa la scritta: «Everyone is an alien somewhere». Come ieri, una ragazza viene da me, si china:
«Stai scrivendo la tesi?», sorride, mi trova curioso.
«No, sto scrivendo…», faccio un gran gesto circolare, «quello che succede.»
«Ah, okay! Pensavo scrivessi la tesi. Allora buono scrivimento!». Sì, l’ha detto davvero.
Un’altra ragazza seduta accanto a me, poco prima:
«Che c’hai da accendere?»
«No.»
Poco dopo torna:
«Hai una carta qualsiasi per fare il pop?»
Strizzo gli occhi in un sorrisetto dispiaciuto e faccio no.
«’n c’hai ‘n cazzo…», mi dice.
«… Manco te c’hai ‘n cazzo!», le rispondo. Lei scatta a ridere, col mega sorrisone come la ragazza di ieri, mi saluta col pugno, ci diamo il cinque col pugno chiuso, si alza, mi indica dicendomi bravo e se ne va.
Ballare a un corteo per la Palestina non mi era mai successo. La ragazza anglo-polacca che m’ha fatto cacciare da Cassino, durante il suo flirt, ha indossato una t-shirt con scritto «Hot girls like techno», la sera dopo che c’eravamo messi a chiacchiera su techno, segni zodiacali e quant’altro. Ed è assolutamente vero: sotto cassa c’erano ragazze, ma anche ragazzi, di una bellezza deprimente; perché se loro hanno cotale bellezza, io mi sento una merda, un goblin; la bellezza che spaventa.
Chissà se è dello stesso avviso il tipo che ci ha provato con una di quelle ragazze. Ho osservato tutta la scena.
Ora, immagina un fiume di gente che occupa una via di Roma, di quelle larghe ma non larghissime; un fiume che sfila sotto i cavalcavia, fra palazzi popolari e monumenti secolari, se non millenari, sotto il cielo immenso che da azzurro si fa sempre più scuro, fino a diventare uno sfondo onirico, macchiato dalle luci e dallo zucchero a velo del firmamento. Carri che sembra, appunto, un Pride, ma arrabbiato; ricordo tre carri: quello strettamente politico, dove un megafono scandiva stirandole in strida meccaniche le voci di chi interveniva contro i crimini israeliani; quello con la gente che ballava sopra di esso; e quello dove io mi sono ben presto accollato, dopo aver dato un’occhiata a tutto il corteo. Per poco non mi ero unito ai ragazzi di Greenpeace, ma alla fine ha vinto la musica.
La ragazza era probabilmente la più sexy di tutta la scena, per un semplice dettaglio: indossava degli shorts attillati fucsia che mettevano in risalto un culo che entra di diritto della top ten dei più incredibili che io abbia mai visto. Scusa la schiettezza, ma questo è Soccattrova, non «Soccammuccia». La ragazza ha un aspetto da pischella, potrebbe essere davvero giovanissima, però si guarda intorno, sembra cercare qualcuno. Sarei un ipocrita a dire che non volevo provarci con lei. Che razza di ipocrita sarei a evitare di parlare di quanta fregnanza c’era. Ma un singolo pensiero mi bloccava: «26». Cheppoi non ha senso, ma la sottocultura dominante invece impone che l’età «giusta» per una coppia sia l’età del più vecchio diviso due più sette: quindi se io ho 26 anni, il mio partner non potrebbe averne meno di 20. Credo che sia una delle più grandi stronzate che io abbia mai sentito, dato che non ha una ragion d’essere altra dal mero moralismo sessuale. Cose di importazione americana di cui non ci rendiamo conto, come del resto la castità adolescenziale, che è tutta californiana, infatti i film americani ne sono infarciti. Io, a mio modo, da pischello fui ben che casto, data la mia cattolicità, che m’ha lasciato con un vuoto di esperienza, non solo sessuale, ma di tanto altro che si ripercuote sul presente, tant’è che se sono ancora, be’, immaturo, è perché da ragazzino fui costretto a essere maturo. Però l’astinenza dalle droghe si è rivelata utile: infatti ora che sono adulto posso drogarmi liberamente senza avere avuto danni alla crescita, quindi grazie Vaticano per avermi aiutato a drogarmi in sicurezza.
Ricordo interrotto da ciò che sta accadendo adesso, non un’ora fa!
Rushmore a Trastevere, serata carica che mi consiglia un ragazzo con giubbottino e cappello che mi ha parlato:
«Scusa bro…»
«Dimmi.»
«Ma che stai macchinando, tutto losco…?»
Rido.
«Sto scrivendo.»
«Ah okay, scrivi; un libro…?»
«Un articolo, ma volendo è anche un libro. Ma io ti conosco!»
«Eh sì infatti mi ricordavo!»
Ci salutiamo, ci diamo il cinque. Mi mancherà Roma con la sua imprevedibilità.
Le due ragazze che stanno giocando col fuoco davanti a me sono bellissime; sono al centro di un cerchio umano nella strada accanto la piazzetta, col palazzo alle spalle. Perché dovrei sorvolare sulla bellezza estetica? Non lo faccio il giochetto di disprezzare per comprare, come fanno in tanti. La ragazza mora ha i capelli fino alle spalle, un berretto largo e con la visiera, pacchiano, comodissimo, marroncino, quindi dei pantaloni baggy neri, scarpe larghe bianche, top bordeaux che la copre tutta. L’altra ragazza invece ha un paio di pantaloni stropicciati viola, scarpe larghe nere, e solo un reggiseno con il body, bianco, e fuma una sigaretta. La prima tiene in mano due corde con le palle infuocate agli estremi, mentre la seconda ha il bastone. Il mangiafuoco sbuca all’improvviso, fa la sua magia: un vero drago che rilascia una lingua di fuoco più lunga di lui, coi riflessi che si abbattono su tutto ciò che è intorno, dalle finestre dietro alle persone accanto, e quindi si passa un panno alla bocca, e beve acqua. Certe cose sono inspiegabili, fino a che non te le spiegano e quindi diventano ovvie. Il fuoco da lui sputato illumina l’asfalto. La piazza è circondata da palazzi che sembrano case popolari. Passano bus, auto, la gente siede e parla, insomma è un normale sabato pomeriggio, ma con le camionette della polizia che vengono prese per il culo da chi salta ballando, a cui mi aggiungo anche io facendo loro le corna. Perché come minimo sono cornuti; alcuni ti ammazzano pure. Anche basta con ‘sta protezione corporativa delle forze armate. Sono dipendenti pubblici, e come tutti i dipendenti pubblici, molti di loro sono degli incapaci e fanno solo danni, e finché sono pagati con le tasse ho il diritto di dire quello che voglio su di loro; nessuno difenderà mai gli impiegati della posta. Te l’immagini il politico nazionalista di turno? «Sempre dalla parte degli sportellisti di Poste Italiane!». Una camionetta in particolare ha una fila di angeli in divisa davanti, ma noto anche una signora a lato che sembra una di loro.
Mentre ero rimasto da solo a scrivere, un altro ragazzo viene da me:
«Molto interessante!»
Ha i capelli lunghi, un berretto nero con la visiera, occhiali bianchi con le lenti rosse, barbetta, magro, t-shirt bianca e rossa con disegni lisergici, giacchetta scura e pantaloni scuri.
«Bell’outfit!», alzo lo sguardo e gli rispondo. Noto che si sta passando le dita fra i capelli. Palesemente attratto da me, solo che a me piace mica tanto. Soprattutto per la barba lunga e incolta che pare abbia 50 anni.
«Il tuo computer è un sacco vecchio!»
«No! È solo piccolo, serve per scrivere al volo.»
«Ah, okay!». Mi saluta e va via dopo il mio ok col pollice; io freddissimo, mio modo per rifiutare qualcuno senza essere cattivo.
Adoro che ci sono due fonti di musica techno; a sinistra quella pop, a destra quella hardcore, almeno fino a poco fa: quella pop si è fatta più aggressiva, sembra che facciano a gara.
Parlare delle cose che accadono mentre accadono è come rincorrere un gatto. Come cazzo fai? Non ci riesci a prenderlo.
Dicevo, dunque, il tipo che ci prova con la ragazza.
Lui indossa una polo bianca, zaino nero in spalla, cappello serioso tipo quelli New York con la visiera dura, occhiali piccoli e sottili. Di lato vedo la sua faccia, talmente ricoperta di grasso che copre la sua espressione e sembra un cane schiacciato. Mi ricorda la ragazza con la faccia da pesce che ci ha provato con me al centro sociale. Quella con cui parlavo durante il podcast: sì, non l’avevo vista bene: solo nella semioscurità è di lato: siam belli tutti così. La vedo di fronte con la luce poco dopo, salutandoci alla porta oltre la quale sarei entrato nella stanza del teatro, e vedo un pesce; ha proprio gli occhi lontanissimi fra di loro, ma le guance scendono fino al mento a formare una V più simile a uno scollo di maglietta. Non il massimo, ecco; certe volte vederci male sarebbe un bene. Chissà che faccia ho io; da cazzo, probabilmente. Beh, sì, sono bisex, è fattuale. Più etero in realtà, ma nella mia umile esperienza sto scoprendo che oralmente mi piace più il cazzo che la figa; tocca provare più fregna per capire meglio. In realtà gli unici piselli che mi piacciono sono quelli di ragazzi giovani; il cazzo di uno di 30 anni anche no: troppo maschile. Da quando in qua sarebbe controverso dire che il sesso da giovani è semplicemente più sexy? Poi si cresce, si invecchia, magari si diventa più bravi, ma il piatto fumante è buono fresco, mica di ieri. Idem col corpo: più invecchi, più ti riempi di batteri. Dopo i 25 è tutta una questione di cacciare via quanti più batteri possibili.
In mezzo alla folla che balla e che ci schiaccia come sardine, questo tizio insomma fa la mossa tipica del maschio insicuro: va e tocca. Non bastava essere vestito da turista, o peggio da impiegato senza più sogni, mentre tutti gli altri erano vestiti più scialli, più da festa; no, si comporta pure da vecchio di merda. O da pischello incapace. Si mette dietro di lei in una movenza alla Pitbull e le tocca la coda bionda, piegando la testa facendo un sorrisetto. Lei guarda dritto, anzi si gira dall’altro lato; lui scazza subito, infatti fa un piccolo gesto con l’altra mano come a dire «Cheppalle»; come quel coccodrillo che sembra arrabbiarsi l’acqua dopo aver mancato la preda. Ci riprova toccandole il fianco con la punta di due o tre dita. Forse, sempre con le tre punte delle ditale tocca anche il culo, come stesse ticchettando su un tavolo nervosamente; non ha resistito, il cucciolone, doveva proprio sentire la morbidezza. Lei gli dice qualcosa, che pare spagnolo, del resto c’è la musica, ci sono i corpi di decine di persone che saltano e sudano; lo sta riprendendo per le righe, ma lui incassa e ci riprova. Una parte di me, quella incel, dice: «Bravo, soldato»; quella femminista dice: «Che disastro, questo deve sparire»; quella saggia dice: «Sta facendo un disastro; poteva quantomeno parlarle, invitarla a ballare, offrirle qualcosa anziché prendere e pretendere». Una ragazza infine interviene e gli dice:
«Tutto okay?»; gli fa okay, poi un’altra cosa: «Chi cerca trova». Fa quindi da scudo. Stessa ragazza che fino a pochi minuti prima mi aveva puntato per cacciarmi delle urla di lagna in merito al fatto che ballassi con lo zaino sulle spalle, a cui potevo solo rispondere: «Che cazzo vòi!?». Io che sono stato con due ragazze ho potuto osservare come davvero le molestie da parte degli uomini sono come scarafaggi dentro una poltrona: vedi brulicare, e sembra che stia per succedere un casino. Uomini che fissano, uomini che chiamano, uomini che si avvicinano, uomini che…
È davvero un’epidemia di uomini arrapati e incapaci di presentarsi in modo civile, come se fare i selvaggi fosse più sexy. Al contrario, si sente il sudore freddo e puzzolente dell’uomo insicuro. Calmatevi, perdìo.
Mi siedo nella piazzetta, a una panchina a cui manca una trave, quindi bisogna stare seduti ben stretti allo schienale. Ascolto la speaker parlare dei soliti temi, quindi conclude con un appello alla giustiza; applauso.
«Non è giustizia, per noi poveracci, dormiamo al parco. Quale giustizia? Quale giustizia?!», arringa rivolta al carro una senzatetto seduta alla panchina a due metri dalla mia, che ha altri quattro uomini stretti con lei. «Noi non abbiamo da mangiare, né coperte, quale giustizia! Vaffanculo! Aiutate noi! Noi non abbiamo niente, voi “giustizia, giustizia”». La signora sta quasi piangendo e ha la voce rotta. «Non vale un cazzo! Aiutate». Come del resto nessuno in questo corteo ha detto che se si vuol fare davvero qualcosa contro il cambiamento climatico, bisogna diventare vegani. Nel frattempo una coreana passa correndo velocissima con la sua valigiona bianca che stride sui sanpietrini come una zip. Lei ha disegnato sul volto un certo imbarazzo, ha i capelli tinti di rossiccio e corre dondolando. Sembra veramente un sogno, ma è Roma di sabato.
Roma: uno dei tanti luoghi dove si fa la voce grossa per ideali politici, ma poi non si fa qualcosa per quelli che hanno bisogno davanti a te.
La speaker ritorna a parlare:
«Ciao a tutti! Su richiesta della questura stiamo abbassando il volume, così, per farci compagnia. Ancora due minuti», mentre la signora continua a chiedere: «Quale giustizia! Noi fame!».
Un tizio si siede accanto a me:
«È scomodo», e mi comincia a fissare.
«Eh, sì, manca un pezzo», indico la trave mancante.
«Come?», risponde e con la scusa fa un balzetto scivolato si siede a un centimetro da me.
«Dico…», mi ripeto. Mi guarda con gli occhi dolci. È molto più grosso di me, biondo e occhi azzurri; carino, ma m’ha spaventato, e comunque non mi attrae. A me gli uomini non piaccionooo! Mi piacciono i pischelliii!
«Ah, io mi sono accomodato». Quindi io resto a scrivere e lui seduto in silenzio. Mezzo minuto, si alza e se ne va senza salutare. Ecco cosa intendo, ne stavo giusto parlando. Io non voglio essere così. Io non sono così. Ma come diceva Muhammad Alì: «Io so che di tutti i bianchi, moltissimi non mi vogliono morto. Ma non posso fare entrare mille serpenti nella speranza che i cento che mi amano si organizzino e mi salvino: hanno tutti lo stesso aspetto! Mi dispiace, ma che dovrei fare!?».
Un’altra ragazza che si è seduta con degli amici, accanto a me, comincia a guardare quello che scrivo. È molto bella, mi piace.
«Mi sento in soggezione se guardi mentre scrivo». Ti giuro che questa era la pick-up line; cheppoi, fanculo ‘sta cosa della pick-up line, e tutte ‘ste cosette che rendono la vita una specie di reality show.
«Come?», mi chiede, e si spalma sul mio braccio continuando a guardare lo schermo, invadendo il mio spazio personale. Cosa che mi dà un piacere perverso. Le vedo la nuca davanti ai miei occhi. Mi ha prossemicamente molestato, ma io non ne faccio un dramma, anzi ne sono stato contento. È sempre bello quando una bella e dolce ragazza si mette un centimetro da me. Peccato che dopo ‘sta cosa che le ho detto, tempo qualche secondo e la musica si è intensificata, quindi si è alzata per andare correndo, saltellando e sbracciandosi a ritmo, verso di essa; come un gatto arancione che fa quello che gli pare e non tiene conto di niente e nessuno. Posso mai innamorarmi ogni giorno!
22:37
Sono finito a San Lollo, la famosa piazza che tutti amano, sempre piena di gente, che pullula di opportunità. Prima ero andato a Inadatto, ma c’era una serata con dieci euro d’ingresso e ho passato. Adesso invece sono seduto a una delle panche di marmo, che di nuovo, come l’altro giorno, sono un estraneo in un posto dove tutti sembrano avere compagnia. Sono l’unico che scrive al computer. Non nascondo la mia solitudine, né la mia auto-esclusione sociale. È una delle mie lifetrap, di sicuro la più testarda. Infatti credo di avere un autismo ad alto funzionamento, giacché non riesco a comprendere molti segnali sociali, più che altro perché logicamente quello che mostra un segno può indicare anche l’opposto di quanto si pensi. Per esempio se un’anglo-polacca si mette di botto a parlare di sesso continuamente provocandomi sessualmente per poi dire con la poker face che è stata tutta impressione mia. Ma ho già mostrato l’ultima scena fra me e Lisa?
È successo appena ieri, ma sembra passata una settimana. Samantha, la host, era già uscita per andare in auto. Fino a qualche minuto prima stavo parlando nelle cuffie fingendo di avere una videochiamata; mi aiuta a non impazzire: perché mai dovrei aspettare qualcuno per parlare dei fatti miei?
Il corridoio del piano di sopra della casa del canile a Cassino ha cinque porte: quattro dirimpettaie; una «capotavola»: quella di Lisa. Io ero alla prima, mentre quella del bagno, accanto, è a metà fra la sua e la mia.
Dunque mentre uscivo dal bagno per entrare nella mia camera accanto, incontro Lisa che si dirigeva nella sua stanza. Nessuna parola da parte sua. Come del resto nessuna parola quando, mentre Samantha e io discutevamo del mio andar via, lei non ha proferito parola. Silenzio totale. Ora, non sono mica scemo. Però sai, il beneficio del dubbio; quello che non è stato concesso a me; quella che una volta si chiamava presunzione di innocenza, ormai un ricordo nel momento in cui si può essere condannati senza prove.
Mi trovavo davanti la porta, osservavo le mie valigie e il mio zaino, tutti in piedi e ritti in una composizione graziosa, sembrano pacchi regalo sotto l’albero. Il regalo della mia cacciata. Potevo prendere tutto e dirigermi oltre l’uscio, nel cortile, verso l’auto. Anziché andar via e basta, decido di salire prima le scale e raggiungere Lisa. Busso, ma lei non risponde. Sento invece abbaiare. Lei esce dal bagno pochi secondi dopo, mi vede, accenna un sorriso:
«Quindi stai andando.»
Ora, io so che Amanda Knox è innocente, infatti fai uno sforzo intellettuale e comprendi cosa sto per dire: in uno dei film che la infamano, Amanda Knox si mostra assolutamente a suo agio con la morte di Meredith Kercher, in particolare la scena, che ancora ricordo e che mi colpì tantissimo, di lei e Raffaele Sollecito che si baciano in una sala d’aspetto, durante delle indagini, insomma c’era la morte della sua coinquilina e lei pensava a darsi alla pazza gioia. Una scena semplicemente falsa, che piega la realtà alla narrazione. Amanda Knox è innocente, non ha ucciso nessuno. Mentre Lisa no; Lisa sa, ma mente; non ho prove, ma lo sento; dicevamo, la presunzione d’innocenza. Infatti:
«Sì, sto andando. Spero tu sia soddisfatta.»
Il suo volto, già inespressivo, si fossilizza in una maschera immobile.
«Che intendi!», mi chiede.
«Lo sai». Lei sta trattenendo tutte le sue emozioni in viso, è un’ottima giocatrice di poker. Però la pressione si percepisce, infatti ho visto la sua fronte aggrottarsi per un attimo, come se avesse avuto uno scontro di pensieri e il suo cervello fosse andato in tilt per un istante. Ma che me dovete fare a me, che so’ cresciuto in Sicilia, dove l’inganno è la base della comunicazione!
«Non so di cosa tu stia parlando, io sono solo qui a lavorare!»
«Ma infatti hai fatto un ottimo lavoro. Mi stai dicendo che non avete parlato di me?», le chiedo sorridendo e inclinando la testa. Ripenso a quando, l’altra sera, ne successe una ben precisa, antecedente al mio «commento inappropriato».
Eravamo a tavola, una buona cena assieme; Samantha cucina molto bene. Fu la sera dove Lisa ci diede davvero dentro con il flirt: vino a iosa, senza chiedere, scusandosi per non chiedere, versando lo stesso, scusandosi per non chiedere mentre versava, e senza chiedere nemmeno in quel momento. Durante la conversazione, mentre era palpabile la tensione sessuale fra noi due, Samantha mi fa sbarrare gli occhi con un paio di frasi.
Lisa mi stava chiedendo il segno zodiacale. Sono morto dal ridere perché ne avevano detti dieci e il mio non l’avevano azzeccato. È come indovinarlo al primo o al secondo colpo, ma al contrario. Come sbagliare tutte le risposte in un quiz: non è roba di tutti i giorni.
Insomma alla fine si scopre ‘sto segno, quindi Lisa:
«Samantha, tu invece sei una leonessa!»
«Una leonessa…», si alza per andare a prendere qualcosa alla cucina dietro di noi. Si risiede.
«Io sono una gran puttana», declama, aggiungendo a dimostrazione: «Ho due tatuaggi qui», si indica le gambe. Bene: che è, gelosa del flirt fra noi due? Ora ho capito perché insisteva a mostrarmi la ferita infertagli da uno dei cani, che l’ha morsa sul seno: la nonchalance con cui si scopriva una tetta, cioè non è che la usciva, niente capezzolo, ma comunque che una scopra anche solo un paio di centimetri e faccia vedere il lato, non è roba che fan tutti. Specie se lo fai tre volte, con la stessa zampata di un «boobie flash». L’ho capito che hai una bella tetta, non mi interessa vederla, hai 60 anni e le gilf non mi piacciono.
Io in quel momento ho una frustata gelida dalla fontanella all’osso sacro, abbasso lo sguardo sul piatto, sbarro gli occhi, ho un sorriso contratto dietro le labbra come a dire: «Che cazzo ho appena sentito? Buon viso a cattivo gioco». In pratica mo’ il flirt si sta trasformando in una gara. Come se stessimo giocando a briscola e buttasse il carico; come giocassimo a Uno e buttasse il +4.
Lei poi va a dormire, e restiamo solo io e Lisa. Solo io, lei e l’odore senescente di quello che ho sentito pochi minuti fa.
Il vino sui calici era bianco. Perché Lisa aveva insistito nel bere il vino sul calice, e ne aveva presi solo due, non dandolo alla pur entusiasta di vino Samantha: era una cosa fra me e lei. Io quindi faccio una battuta sul far diventare rosso il vino bianco con un miracolo, e lei lancia un altro carico:
In lingua originale ha detto: «We should do it», che significa anche «Dovremmo farlo», ed è facilmente fraintendibile: si riferiva al miracolo del vino? Quindi porta il calice in bocca fino a coprirsi il naso, affossa un po’ la schiena sulla sedia guardandomi di lato con un sorrisetto, mentre gli occhi cercano di osservare la mia reazione; silenzio. Tensione massima, l’atmosfera si abbassa, si gonfia e si riscalda. E mo’ che faccio? Vorrei prenderla e scoparla sul tavolo, ma la sua energia è instabile, non capisco cosa diavolo voglia da me; vuole la formula magica, vuole l’approccio fisico, vuole la richiesta; che vuole? Riesco solo a dirle:
«Eh già», bevendo anche io, ma le mie parole si coprono fra un mezzo colpo di tosse avuto mentre le dicevo, e l’averle dette col calice in bocca. Questo è un esempio perfetto dei mini-autosabotaggi dovuti alla mia educazione fanatica religiosa antisesso; ne pago ancora le conseguenze, seppur in modi così piccoli; e in quanto tali, pervasivi e difficili da riconoscere ed eradicare.
Quindi mo’, pochi giorni dopo, siamo in piedi davanti alla porta e lei nega tutto.
Durante la corsa in macchina con Samantha, le chiedo di spiegarmi perché ha deciso di mandarmi via. Lei mi dice senza girarci attorno che avrei fatto dei «commenti inappropriati» su Lisa. Io non ho nessuno stupore, come fosse una recita, quindi le racconto quello che ho raccontato qui. Lei non sapeva cosa dirmi, come se si fosse accorta di aver fatto una cazzata, ma troppo orgogliosa per riconoscerlo e rimediare, anche perché sarebbe significato che il problema veniva da Lisa e non da me. Sai quante volte ho visto questa scena! Preferire una bugia rassicurante a una verità scomoda; preferire la stabilità fondata su una menzogna che fondarla sulla verità investendo molto più tempo ed energie. Del resto, Lisa è più produttiva di me, più affidabile sul lavorare coi cani; io sono solo un volontario semplice, che raccoglie la cacca, mette ciotole e acqua; facilmente rimpiazzabile.
16 nov 25, 12:42
Pagheresti dodici euro per stare in un posto che ami per qualche ora?
Certo, anche se è vuoto.
Ho il treno verso Fiumicino fra 4 ore, quindi o parto adesso o pago 12 euro per tenere le valigie nel locale accanto Termini per passare qualche ora a Inadatto. Voglio la seconda; detto, fatto.
Siamo solo io e il barman, Caloggero con due «g», calabrese che pare brasiliano. Dice cose molto sagge, ma che non ricordo mai. Le parole non contano, conta la sua energia solida e molto contratta, ma stabile.
Sbracato sul divino divano, Caparezza anni 2000 che fa il delirio dalla JBL Clip 5, io che metto altre canzoni in coda. Claudio Lolli, Eric Johnson, Bob Marley, Blink-182. Il vuoto si riempie e il centro sociale diventa davvero casa mia, come detto dal padrone del centro sociale la prima sera che mi lasciarono dormire sul divano.
17:03
Come al solito ho perso un treno a Termini. Quella stazione è una babilonia di macchinari che non funzionano, funzionari che non macchinano, biglietti che se fossero delle ragazze sarebbero delle fighe di carta: prima che ci riesci devi fare otto tentativi e comunque non è sicuro che ce la fai. Ora sono sul treno ma ero qui dalle quattro. Mettono i miei treni al binario 27 che è lontanissimo e perdo 10 minuti solo per arrivarci.
Immagini al volo: un bangladese che mostr, con le mani a coppa, dei powerbank a una suora, come se fossero una reliquia cristiana, come se avesse trovato le ossa di San Francesco; dei cavi sono inseriti a ogni fessura, con un effetto visivo che sembrano davvero qualcosa di mistico, come i serpenti in testa a Medusa.
Al negozio di deposito bagagli entro e c’è l’indiano alla cassa che parla a un uomo dalla pelle scurissima; non so l’oggetto della questione: entro, vedo un indiano che parla a un nero:
«Quale? Veloce», e il nero ci pensa un istante e poi esclama sorridendo:
«Nero!». Non aveva l’aria di una battuta, ma ho strozzato la risata. Riesco a sentire le accuse di razzismo, ormai sono sempre più simili a quelle di antisemitismo: pura inflazione verbale.
Un bambino piccolino aggrappato alla valigia blu di papà, che papà tirava e il piccolo era una scimmietta tutto accovacciato, ricciolino, un bel bambino. Le piccole cose felici dell’infanzia. A me le vietarono presto e infatti ne sono ancora affascinato, in quanto non me ne sono stufato. Se impedisci al bambino di reiterare fino ad annoiarsi, ecco che quello bambino ci rimane. Immagina che trip andare in giro così. Sì, voglio aggrapparmi a una valigia con qualcuno che la tiri. Magari mentre sono sotto LSD.
22:44
Quando l’aereo si alza in volo è come se un gigante mi afferrasse per il culo e mi portasse in cielo.
Quell’aereo in lontananza, nel buio, che luccica, sembra un ufo. La cosa più simile a un incontro con gli alieni. La cosa più tecnologica che io possa vivere. Verso la ionosfera vedendo un altro mostro in direzione opposta. E se i francesi ci abbattessero con un missile? Cadremmo a Ustica? Uh, ‘sti cà. «Posso anche morire felice», mi dico ogni volta che sono a migliaia di metri su nel cielo. Quell’aereo in lontananza era come essere sperduti in mare e vedere una nave, ma non puoi fare altro che guardarla, senza poterla chiamare.
Quando tornerò a Marsala, sentirò la depressione ritornare come al solito, perché è regressione associativa. Il vuoto di tale città mi svuota, mi opprime. C’è davvero un’energia come un buco nero in tale paesino. Il ritmo si abbassa tantissimo, quasi da arrestare il battito cardiaco; come ibernarsi, ma nel calduccio dello scirocco.
Andare via subito, stare il meno possibile. Penso a Marsala e mi ricordo di Alborosie, Ignazio Boschetto, Marta sui Tubi. Tutti loro, andati via. Restare in questa città è un sacrificio immenso che non voglio accollarmi. Ma è qui che ho la casa, qui ho la famiglia, qui ho la mia rete di salvataggio se qualche stronzo mi caccia. E menomale!
Daje, vediamo come sarà il mio nuovo soggiorno maissalisi.









