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Teatro

La Medea di Bonagiuso che riscrive il mito

Ho assistito alla rappresentazione di Medea, opera scritta e diretta da Giacomo Bonagiuso, nell’anfiteatro della Chiesa Madre di Quaroni a Gibellina. Uno scenario evocativo e emozionante. Il testo lo avevo letto nel libro “Mobbidicchi e altre storie” e ricordavo una doppia rivisitazione della bellissima tragedia di Euripide (per quanto possa essere bella una tragedia): da un lato un uso, vivace, e sapiente, della lingua siciliana; dall’altro una trasposizione della storia dentro il Risorgimento italiano, con Medea che diventa una siciliana, una del Regno delle due Sicilie, e si innamora di Giasone, diventato un ufficiale garibaldino piemontese, uno del Regno di Sardegna, che poi la tradisce. Questa doppia rivisitazione nascondeva un doppio rischio: da un lato un restare chiusi nel parlato quotidiano regionale; dall’altro uno scivolamento dei drammi personali di Medea e Giasone nei drammi e nelle contraddizioni della politica e della storia. E invece, la messa in scena di Bonagiuso, e la bravura degli attori, hanno restituito al pubblico, che alla fine ha a lungo applaudito, il pathos della tragedia, il dolore di una vicenda che ferisce le carni e i cuori, la riconoscibilità nel mito di un’umanità tormentata. Anche grazie al cantato che ha sostituito quasi del tutto il moderno recitato (le tragedie greche erano in buona parte cantate); anche grazie alle musiche e ai ritmi, che hanno supportato, ora con vibrata tensione, ora con sommessa dolcezza, una trama narrativa ora tesa e vibrata, ora dolce e sommessa. Una trama supportata da un siciliano che qui pare trasformarsi da lingua di comunicazione in lingua di cultura. E in cui la forma tragediale sembra sostenere, anzi rivendicare, di fronte a un indicibile che la disgrega, la pronunciabilita’ dei limiti umani, cioè degli uomini e delle donne della storia.
Due tra i momenti di questa rappresentazione restano allo spettatore, o almeno sono rimasti in particolare a me: Medea che, mentre tiene in braccio i due figlioletti che ha ucciso per punire Giasone, cerca dentro sé e tira fuori parole dall’anima ferita dagli altri e da lei stessa; e Medea che alla fine sale i gradini dell’anfiteatro verso il Carro del dio Sole e i suoi fuochi: come se la sua umanità frantumata e diventata inguardabile un dio potesse renderla guardabile.
Una Medea, dunque, quella di Giacomo Bonagiuso, e degli attori cantori, dei musicisti e dei tecnici, che è ancora una tragedia, e ci ricorda che la vita può diventare un cumulo di rovine, anche se può ancora misurarsi con la dismisura del dolore. Un’opera che diventa, in un tempo in cui altri linguaggi prevalgono, specie fra i giovani, un controcanto, una difesa della specificità del rappresentare. E che ci restituisce ancora, con la sua voce che sembra trasmutata ma è quella di sempre, la magia e la bellezza del teatro.

Salvatore Capo

Foto di Francesco Russo

Foto di Giacomo Moceri

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