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“Marta, io ti ricordo così”

di Vincenzo Di Stefano

Aveva nevicato e i filari dei vigneti fin sopra la collina che sovrasta il quartiere della Badiella, dove vivevamo, erano ricoperti di un velo bianco. L’idea era venuta a Pinuccio Lodato, che già allora, a undici anni, era un genio della meccanica. Mio fratello più piccolo l’aveva presto seguito ed io m’ero accodato – il meno convinto della mini-comitiva. C’era da preparare gli slittini – ché quello di scendere la collina come si fosse in alta montagna era il progetto – e per l’ambizioso piano, Pinuccio e mio fratello avevano smontato le inchiodate tavole di legno provviste di ruote ricavate dai cuscinetti a sfera che usavano, a mo’ di go-kart, in estate per farci le gare nella discesa che portava all’abbeveratoio della Conciaria, adattandole per il nuovo uso invernale. Con gli stivaloni insaccati ai piedi (erano quelli che s’utilizzavano per la vendemmia, in genere per pestare l’uva e ridurne il volume sui rimorchi stracarichi) s’era risalita la collina fino alla sommità, faticando nella neve ancora fresca e sprofondando più volte sino alla tibia. Sulla parte più alta, dalla quale la vista s’apriva fino al mare lontano, che appariva anch’esso bianco, rilucente sotto i raggi d’un pallido sole che ad occidente s’era aperto un varco tra la nuvolaglia grigia, seduti sugli improvvisati slittini, Pinuccio aveva dato il via ad una gara che per brevità entrò presto nei nostri personali annali sportivi. Mio fratello era riuscito a scivolare pochi metri, impantanandosi nel fango appena sotto la superficie del manto nevoso. Pinuccio era stato frenato e quindi arrestato dagli arbusti sporgenti della macchia sempreverde che coronava la collina; nel tentativo – estremo – di rilanciare la sua azione, era finito inzaccherato anch’egli nella poltiglia di neve e fango. Al loro confronto, comunque, io ero stato una schiappa, considerato che il mio slittino non s’era praticamente mosso nonostante avessi tentato, puntando i piedi e facendo leva sulle gambe, di lasciare la mia postazione di partenza e poter dire quantomeno d’aver partecipato alla competizione.

Fu in quel pomeriggio di fine dicembre che verificammo, da ragazzini, tutta la differenza tra la effimera neve sicula e quella che fino ad allora avevamo visto nelle foto sui libri e nelle immagini in televisione. Vinti, fradici, inzuppati fino al midollo, avevamo ridisceso il fianco della collina tirandoci dietro i nostri slittini d’un giorno.

***

Nevicava quella mattina di gennaio mentre l’auto guidata da mio cugino transitava davanti l’«Hardturm» di Zurigo, prima di arrivare alla stazione centrale, carichi di valigie, di nostalgie e soprattutto delle banconote di grosso taglio – nascoste un po’ ovunque – che mio zio ci affidava fiducioso perché passassero la dogana senza doverle dichiarare. Le avrebbe ritrovate – la fiducia appunto l’animava – l’estate seguente, per le sue vacanze in Sicilia, e le avrebbe fatte fruttare comprando, rigorosamente in contanti, terreni e case.

Ci attendeva il lungo viaggio di ritorno. Ci aspettavano i ghiacciai alpini da valicare. E poi Lugano, il suo lago azzurro, la cui vista mi riportava alla mente i versi struggenti di quella canzone che avevo ascoltato per la prima volta l’estate della maturità liceale, ad un concerto: «“Lugano addio” cantavi/ mentre la mano mi tenevi». Mi struggevo con quella nenia in testa, a quel refrain che da allora non m’avrebbe più lasciato. E m’immaginavo la Marta del poeta («Oh, Marta io ti ricordo così/ il tuo sorriso e i tuoi capelli/ fermi come il lago») e le frontiere, i finanzieri e il contrabbando. Tutto pareva parlarmi di me stesso: di mio padre fermo sulla spiaggia, delle reti al sole, dei pescherecci in alto mare, «conchiglie e stelle/ le bestemmie e il suo dolore». E andavo comparando quel piccolo mondo al mio ancor più piccolo mondo di tardo-adolescente che stava valicando non più le Alpi, ma la sua personale linea d’ombra, mentre il treno sferragliava veloce di galleria in galleria diretto a sud.

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Su uno spiazzo sterrato avevano alzato il palco. L’umidità del mare vicino s’impastava col sudore. La folla s’agitava nel buio della sera squarciato dalle luci dei riflettori. Poi s’erano sparse le note di quella canzone, con quei versi, ironici, che m’avrebbero rapito: «Caro il mio Barbarossa, studente in filosofia/ con il tuo italiano insicuro certe cose le sapevi dire». E quel ritornello, struggente, che m’avrebbe fatto piangere ogni volta: «E non c’è più nessuno/ che mi parli ancora un po’ di lei, ancora un po’ di lei».

Era stata una folgorazione e solo un mese dopo avrei scelto di immatricolarmi in filosofia, mettendo da parte per sempre l’idea di fare il medico.

Lì, al mare, lo zio Piero – «lo svizzero», come lo chiamavamo – aveva comprato la casa per l’estate, investendo una parte di quei soldi che un po’ alla volta era riuscito, con mille ingegnosi espedienti, a trasportare al paesello. Ed era diventata, la casa al mare, l’approdo per la famiglia allargata ch’eravamo. Base logistica e porto dove attraccare dopo le lunghe giornate in spiaggia, le scorpacciate di granita, le partite sulla sabbia, le minacce puntuali di Saro Artusi ogni volta che qualcuno gli soffiava il pallone, le parate acrobatiche di Melo Indelicato. Tutto sotto il sole, il sole d’agosto che ci rosolava dal primo mattino e fino al tramonto, mentre mia madre ci gridava: «State sotto l’ombrellone, ché altrimenti poi vi spuntano i nei». E dopo, i bagni, le nuotate: «Fino alla prima secca», ordinava Marcello Riccobene, il capobranco, bello come un Adone, che anche i maschi guardavano illanguiditi. E noi dietro a lui, nella spuma delle onde, ad ingurgitare e sputare acqua salata, a goderci la nostra giovinezza che presto se ne sarebbe andata, come tutte le cose della vita, lasciandoci a vivere un lutto, la fine delle illusioni d’eternità.

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Durante il primo anno d’università avevo iniziato a scrivere per un paio di fanzine di fumetti: sceneggiature per storie di personaggi improbabili. Ne ricavavo un po’ di soldi – ricordo ancora lo stupore con cui guardavo e mi rigiravo tra le mani il primo assegno da ventimila lire – che spendevo poi in libri e giornali. Ma soprattutto per concedermi, almeno una volta la settimana, un pranzo decoroso nella trattoria che si affacciava in quella via Oreto nella quale avevo trovato un appartamento che dividevo con Giorgio Cassisa e Matteo Forgia. Quest’ultimo però aveva una fidanzata di Licata e non c’era quasi mai, giorno e notte con l’innamorata, beato lui, pensavamo. Giorgio invece non si separava mai dalla sua kefiah bianca e nera, e mostrava indice e medio della mano destra a mimare la “v” di vittoria ad ogni individuo dai tratti arabi che incontrava sulla sua strada, salvo poi scoprire, il più delle volte, da come lo guardavano straniti, che erano palermitani del tutto estranei all’Intifada che lui però combatteva anzitutto nel suo cuore.

Fiero, furbo, malandrino nell’animo, Giorgio galleggiava per le strade di Palermo come nel suo brodo di coltura, almeno fino a quando non conobbe Lucia, che mise fine in poche settimane ai suoi slanci rivoluzionari e al sogno di fare il biologo.

Rimasi così da solo nell’appartamento all’Oreto, improvvisamente silenzioso e più ampio, a fissare, come inebetito, nei pomeriggi che s’allungavano, dalla grande finestra a vetri della cucina, il profilo arcigno, in lontananza, del monte Grifone. A farmi compagnia, nel corridoio, da un lato una mappa delle costellazioni, dall’altro un grande poster di Madonna in calze a rete che lasciva mi tentava.

***

La prima estate lontana dal mare era coincisa con la morte dello zio Piero. Un dolore grande ci aveva lacerati. La zia Franca e i miei cugini ne portavano i segni. Ma anche mia madre e mio padre. E i miei nonni. Ed io e mio fratello. Nulla sarebbe più stato lo stesso. A partire dalla casa al mare, che presto sarebbe finita rosa dalla salsedine e poi in vendita.

Così, al paesello, prima del rito della vendemmia, m’ero acconciato a passare il tempo accettando di giocare, in una squadra di perdigiorno, il torneo di calcio che andava in scena al campo sterrato di Mezzarìa, dando così sfogo appresso ad un pallone ai miei impulsi più aggressivi.

Lì, un pomeriggio, terminata una partita di insulti e spintoni culminata in una maxi-rissa, avevo conosciuto la nordica Miriana, scesa da Milano coi genitori come ogni estate in vacanza. Me ne innamorai in breve tempo, favoleggiando di sposarmela, ma lei non ricambiava, specialmente circa il matrimonio, così, a malincuore, avevo ripiegato sulla più disponibile Lucrezia, una paesana casa e chiesa che stava nella stessa comitiva e che al contrario dell’altra s’era presa una cottarella.

Era andata avanti così fino al principio dell’autunno. Fu dopo la vendemmia, quando mi preparavo per tornare a Palermo, che incontrai la mia Marta. Aveva un appuntamento con un mio collega d’università, che mi aveva chiesto di accompagnarlo perché lei sarebbe andata assieme ad un’amica. Finì che ci intendemmo subito. Marta non era il suo nome, ma la battezzai così in omaggio al poeta che cantava la sua innamorata sul lago di Lugano. Era la figlia del libraio. Di poche parole e astuta, arguta e ironica, Marta mi aveva presto costretto a mettere da parte gli ideali romantici dell’amore adolescenziale, rendendomi consapevole dell’ambivalenza dei sentimenti e facendomi sperimentare le gioie ma anche le asprezze di un vero rapporto di coppia.

Fu lei, in un pomeriggio di quiete, stesi dopo un amplesso sul letto della casa di campagna a Romitello, a svelarmi quella presenza: «Hai la cintura di Orione sulla schiena». Tre piccoli nei, tondi e scuri, allineati proprio come Alnitak, Alnilam e Mintaka, le stelle che a sud-ovest, da sempre, m’indicano di notte la rotta per il mare, punteggiavano il mio dorso.

***

Il tempo che ci rimane. Sarà maggiore o minore di quello che s’è vissuto? Non ho più rivisto quasi nessuno di coloro che hanno intrecciato la loro vita con la mia durante la giovinezza. Ho perso anche le tracce di Marta. L’ultima volta ci siamo incrociati al funerale di un amico comune. Ad un certo punto dell’esistenza, il numero delle facce familiari che s’incontra ai funerali, aumenta. Invecchiate, canute, alcune conservano la bellezza di un tempo. Altre invece sono infiacchite, abbattute dalle sconfitte, dai dolori, dalle delusioni.

Marta era lì. Piangeva. Qualcuno la stringeva, la consolava. Non mi ha visto, almeno così credo.

Sono ripassato davanti l’abbeveratoio della Conciaria, non vi scorre più l’acqua. Al campo di Mezzarìa non gioca più nessuno. «L’anno scorso sono nati appena dieci bambini», mi dice l’edicolante, «i giovani se ne vanno, rimangono gli anziani». Il quartiere della Badiella s’è però allargato a dismisura di villette, colonizzando buona parte della collina.

La vecchia casa al mare è sempre chiusa, ci sono passato per tre estati di fila. Il borgo di pescatori, una volta chiassoso, è ora desolatamente vuoto. La spiaggia, un tempo zeppa di ombrelloni, è abitata a macchia di leopardo.

Respiro la salsedine. Sulle braccia scoperte, i miei nei sembrano cambiati, come si fossero animati nel rivedere il posto dove sono nati. Uno pare guardare me, fissarmi minaccioso. È ora di fare i conti, sembra dirmi, come chiedesse un dazio postumo per quella felicità di allora.

Nella foto in alto, una scena da «Parthenope» (2024), di Paolo Sorrentino

L’autore

Vincenzo Di Stefano (Castelvetrano, 1970) è giornalista freelance e si occupa, con articoli e testi critici, di arte, letteratura, teatro e cinema. È autore della raccolta di poesie «I fuochi sono spenti» (2009) e di diversi racconti pubblicati su giornali e riviste.

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