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Il cinema siciliano e la ricerca storica. L’intervista allo storico e critico del cinema Antonio La Torre Giordano

Nella storia del cinema in generale e, ancor di più, nella storia del cinema siciliano, la ricerca storica è fondamentale, dal momento che nelle nuove produzioni l’Isola viene spesso associata al fenomeno mafioso, sulla scia ormai storica de Il padrino (1972), uno dei film più noti di Francis Ford Coppola e, del primo testo filmico sul tema, In nome della legge (1949), girato da Pietro Germi a Sciacca. Senza dubbio, questa è la percezione più diffusa all’estero e non solo. In tal senso, la ricerca storica potrebbe aiutare a far luce sull’ampia produzione cinematografica in Sicilia, come elemento di distacco dalla narrazione retorica, ormai anacronistica.

La Sicilia, feconda di grandi letterati, con la sua cultura millenaria, con la sua bellezza architettonica e paesaggistica, è stata fonte di ispirazione per svariati registi d’ogni dove. Il già menzionato Germi, e poi Visconti, Antonioni, Rossellini, Pasolini, Lattuada, Rosi, Ciprì e Maresco, Tornatore, Benigni, Wim Wenders, Woody Allen, etc. sono tra i cineasti che hanno scelto l’Isola come set cinematografico.

Per alcuni di loro la Sicilia ha rappresentato un vero e proprio ideale estetico; si pensi, ad esempio, ad Antonioni: ne L’avventura (1960) i luoghi rappresentano una parte costitutiva della poetica del film, esprimendo in un bianco e nero asciutto una grande incomunicabilità, una profonda insofferenza e uno smarrimento non solo fisico ma anche esistenziale, attraverso l’asperità selvaggia e misteriosa dell’isola di Stromboli o l’aria ovattata di Noto, con quegli uomini che fissano insistentemente Claudia (Monica Vitti), facendo commenti indesiderati in un siciliano stretto e incomprensibile per la protagonista. Persino il linguaggio diventa inaccessibile, in quel tempo sospeso in cui è anche possibile scomparire.

La Sicilia è un luogo filmico e simbolico, dunque, che prepotentemente diviene parte integrante dell’aspetto estetico di un’opera cinematografica. Tornando ai giorni nostri, nella seconda stagione della serie TV The White Lotus (2022), l’Isola, con la sua sontuosità e il suo mistero, con il sole sfavillante e i cupi abissi del mare, è lo sfondo perfetto per la complessità dei sentimenti umani che vengono messi in scena, attraverso bugie, tradimenti, erotismo e delitti. Il lusso degli hotel, l’atmosfera goliardica della dolce vita, i vivaci colori della ‘bella Sicilia’, sono soltanto una patina dorata dietro cui si nascondono le più crudeli pulsioni umane. Il profondo abisso è ad un passo da noi e l’Isola, con il suo oscuro mare ce lo ricorda. Sondare la storia del cinema siciliano significa essere consapevoli che il cinema in Sicilia non è solo il racconto della mafia. Significa scoprire che nei primi anni del Novecento a Palermo, Raffaello Lucarelli, regista gualdese poco più che ventenne, rese la città set di film polizieschi, andando in giro a bordo della sua auto, una Panhard Levassor che gli aveva regalato Vincenzo Florio jr. La ricerca storica aiuta, inoltre, a far luce sull’importanza che ha avuto la Sicilia, anche dal punto di vista dei primi esperimenti cinematografici mondiali: a Palermo venne fondata nel 1905 da Lucarelli una casa di produzione cinematografica, una delle prime d’Italia, che cambiò nome più volte. La storia di questo pioniere del cinema è stata ricostruita, tramite una meticolosa ricerca, dallo storico del cinema Antonio La Torre Giordano, intervistato da Jessica Di Bona.

JDB – Credi che un giorno si potrà arrivare ad un’associazione tra cinema e Sicilia che sia libera dal concetto di ”mafia”?

ALTG – La ricerca storica mette in luce l’esistenza di un cinema di valore ante-litteram, ben prima che l’immaginario mafioso dominasse il racconto. Il cinema siciliano non nasce dal mito della mafia, ma è radicato in un’impronta pionieristica già nel 1905 con la Lucarelli Film, la madre cinematografica dell’Isola, e guardava al cinema “dal vero”, ovvero al documentario e al cinegiornale, con titoli come Festa a Villa Igiea (1906), Corse ippiche alla Real Favorita (1906) e Iª Targa Florio, corsa automobilistica di Sicilia (1906). Era l’alba del cinema in Sicilia e, negli anni, seguendo le tendenze del neonato Cinematografo, furono girati e prodotti decine di film a soggetto ancora a Palermo, come il dramma La bufera (1913), il comico Paolino è furbo (1914), i polizieschi Liquor somniferus (1914) e Il silenzio del cuore (1914), e molti altri, coprodotti con Case europee. Nel tempo si aggiunsero – dal 1914 in poi – anche le fastose produzioni dell’Etna Film e delle sue consorelle (Katana, Jonio, Morgana, etc.). Da tali attività pionieristiche oggi emerge spontanea una strategia culturale di autolegittimazione: la Sicilia non veniva raccontata solo come spazio folkloristico o mafioso, bensì come policentro creativo, capace di inserirsi attivamente nello sviluppo del linguaggio cinematografico europeo. Le coproduzioni d’inizio Novecento tra la palermitana Lucarelli Film, la francese Pathé e la svizzera Lumen, anticipano un’identità visiva autonoma, che proietta Palermo come capitale culturale, capace di dialogare con Parigi o Losanna e di produrre film muti destinati a un pubblico internazionale. Un punto di vista spesso trascurato, ma che arricchisce il discorso critico sulla Sicilia come luogo oltre l’immaginario mafiogeno. Attraverso le ricerche che ho messo a punto, alcuni di questi titoli sono stati ritrovati e, pertanto, “esistono!”. Ciò provoca un’improvvisa apertura orizzontale rispetto alla storia del cinema, con una quantità di nuovi elementi documentali utili alla comprensione di ciò che eravamo, cinematograficamente. Le immagini di Liquor somniferus e Il silenzio del cuore riproducono una Palermo sorprendente, inaspettata, sovrapponibile ad una capitale europea. Ed ecco che cambiano la lettura e l’angolazione delle immagini in movimento, e della catalogazione che la nostra mente le assegna, soprattutto perché rivelate da una ricerca archivistica più di un secolo dopo, nel 2025. Tale nuova prospettiva emancipa l’immagine siciliana, che dipende non solo da singoli film o registi, ma da una costellazione culturale fatta di studio, valorizzazione, iniziative civiche, festival, archivi, associazionismo, laboratori scolastici — capaci di rimodellare il racconto visivo collettivo, innescando meccanismi sociali virtuosi.

JDB – La figura di Raffaello Lucarelli è importante sia perché si tratta di un pioniere italiano del cinema, ma anche perché ha scelto la Sicilia come base per le sue suggestioni cinematografiche. In che modo ti sei imbattuto in questo personaggio e in cosa pensi sia stato davvero originale, al di là dei primati da lui ottenuti?

ALTG – Considero Lucarelli un visionario culturale ambizioso. Mi imbattei in carte che lo riguardavano durante alcune ricerche. Egli fu un uomo poliedrico: fotografo, cineoperatore, produttore, distributore, gestore di sale, promotore culturale, capace di trasformare Palermo in un set civile in costante movimento, costruendo un modello di cinema urbano moderno dal 1905 al 1925. La sua collaborazione prima con la Pathé e poi con la Lumen Film aprì una dimensione internazionale alla sua attività, partecipando alla circuitazione europea del cinema italiano e rendendo la Sicilia centrale in un network culturale transnazionale. Inoltre, l’adozione del “Cinemateathrophon” nel 1908, un dispositivo innovativo precursore del sonoro, dimostra una vocazione all’innovazione tecnologica che andava oltre il puro reportage visivo. Lucarelli non fu soltanto un primatista: fu un semiologo del cinema nascente, un visionario che concepì la Sicilia come teatro urbano e spazio estetico da fotografare, raccontare, educare. Portò a Palermo il cinema come industria integrata: produzione, distribuzione, sale, giornale cinematografico e formazione.

JDB – L’estetica di quale regista che ha scelto la Sicilia come set preferisci e perché?

ALTG – Tra i registi che hanno raccontato la Sicilia con un’estetica davvero evocativa, prediligo Luchino Visconti. Nell’avvenenza del Gattopardo crea una rappresentazione quasi insuperata della Sicilia ottocentesca. Il ‘Conte rosso’ ha saputo tradurre in immagini la complessità storica e sociale dell’Isola, adottando una cura maniacale dei dettagli che trasforma ogni scena in un dipinto vivente: ogni oggetto di scena, ogni tessuto e ogni ambiente è scelto per raccontare il mondo che cambia, non solo quello che appare. Creando i set e i costumi attraverso una ricostruzione filologica rigorosa, il ricorso al Super Technirama 70 e l’uso sapiente della luce, ha reso tangibili la polvere, i tessuti, la sensazione fisica degli spazi, restituendo un senso di autenticità immersiva senza pari nel cinema italiano.

JDB – Dal tuo punto di vista, in che modo la Sicilia è uno spazio simbolico?

ALTG – Questo è il luogo omerico in cui convivono Eros e Thanatos. Questa è l’isola-continente che per diversità naturalistiche, storiche e culturali incarna una condizione liminare, un crocevia visivo tra passato e presente, natura e cultura, modernità e memoria. Come affermò Leonardo Sciascia, citato spesso anche in contesti anglosassoni, “Cinema deals with Sicily, because Sicily is Cinema”: l’Isola non è solo ambientazione ma materia filmica. La sua storia stratificata, segnata da dominazioni greche, romane, arabo-normanne, spagnole, sveve, angioine, etc. la rende un luogo di ibridazione culturale e di conflitto simbolico (Palermo come crogiolo di oltre tredici culture, Trinacria, Etna e gli altri vulcani, Barocco), elementi che, come dice Pasolini e altri autori, servono per rappresentare un altrove atemporale, quasi mitico.

JDB– La ricerca storica aiuta non solo a fare luce su alcuni cineasti che hanno amato e reso la Sicilia un set cinematografico, ma serve anche ad evitare la disinformazione, fenomeno purtroppo molto diffuso oggi. Cosa pensi al riguardo?

ALTG – La ricerca storica, condotta con rigore metodologico e rispetto delle fonti, è essenziale per restituire credibilità e verità al racconto del cinema, siciliano e non. Sono documentati, però, casi significativi di disinformazione, tanto su carta stampata quanto online. Spiccano, tra questi, esempi di autoattribuzione indebita di idee – originariamente formulate dallo storico Sebastiano Gesù in un articolo del 1985 – così come altri episodi poco etici aggravati da evidenti svarioni. Il fenomeno ha sollevato molti alert all’interno della comunità nazionale degli storici del cinema di cui faccio parte. Questo evidenzia quanto il rischio di disinformazione – in particolare la mis-information o mal-information – sia reale: testi presentati come autorevoli ma privi di adeguata verifica, rischiano di fuorviare il lettore in narrazioni imprecise o parziali, inquinando l’ecosistema mediatico. Per cui invito alla cautela durante la fruizione delle fonti storiche.

In conclusione, il cinema siciliano non è solo un patrimonio da custodire, ma una storia da raccontare con rigore, consapevolezza e apertura critica. Se oggi possiamo intravedere un profilo dell’Isola finalmente libero dai miti più abusati, è perché ci sono ricercatori, archivisti e cineasti che guardano oltre le stereotipie. Il futuro di questo cinema è già in cammino: sta a noi sostenerlo, raccontarlo con verità, e lasciarlo vivere nei modi più autentici e plurali.

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