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Riccardo Oliva, giovane autore marsalese, cerca regista per mettere in scena commedia LGBT

Le storie che racconto sono intrise di un sentimento di vuoto. Lo racconto, usando anche l’ironia, per liberarmene. La sua peculiarità è che, per riempirlo, bisogna lasciare che si svuoti. Meno per meno fa più, quindi, per risalire dall’abisso, bisogna attraversarlo, scendere negli anfratti più remoti, così che il corpo, vuoto come una palla, schizzi in alto verso l’infinito, per poi restare nell’aria, volando, rifiutandosi di scendere. E questo è possibile, perché lo si è appena sognato.

Mi chiamo Riccardo Alessio Oliva, il mio sogno è vivere scrivendo. Posso dire di averlo già realizzato. La mia personalità di scrittore si chiama Adesso All-Even.

Finita la poesia dell’introduzione, la cruda verità è che io vedo Marsala come un buco nero che spaghettifica. Strappa l’anima di chi non è «un duro», e questo non avviene solo nella famiglia, ma anche in chiesa, a scuola, nello sport, e nelle banali uscite fra amici. Anche le amicizie, qui, in un contesto privo di coesione sociale, privo di realtà come «Scomodo» a Roma, o di qualunque altra cosa che somigli a un centro sociale, vivono di osanna alla violenza fisica, e poi indovina un po’, si finisce per menarsi davvero. Per dirne una, il mio incisivo grigio è frutto di una craniata che mi diede un amico; scoprii poi che nessuno della mia comitiva mi voleva bene, anzi, furono pure soddisfatti che quel rompicoglioni nonviolento si fosse preso quello che meritava. Lui voleva spaccarmi tutti i denti, ma non riuscì a farmene cadere nemmeno uno. Questa è la chiave di lettura di tutta la mia vita. Come quella volta che uno dei miei migliori amici mi disse: «E allora fallo! Ammazzati!». Era arrabbiato con me perché non fui abbastanza estroverso al suo compleanno. Me lo disse appena dopo che gli rivelai che avevo pensieri di fare l’estremo gesto. Era il periodo in cui davo la priorità al giudizio altrui e temevo ancora gli altri, rifuggendo la solitudine.

Qui in Danimarca, invece, i centri sociali traboccano, tanto che perfino in un territorio popolato quanto Strasatti ci sono centri sociali finanziati dal comune o dai privati, e conosci altra gente, fai qualcosa, ci sono le band di 16enni che suonano, a 19 anni sei già assunto in supermercato, c’è supporto sociale. Io amo il Nord Europa perché è assolutamente normale che un 70enne ti dica che le persone omosessuali sono normali, qui l’umanità è normale, in tutte le sue sfaccettature. Una volta che sei dentro, sei alla pari con gli altri. Appunto, All-Even, l’evoluzione del mio nome da ciò che mi hanno assegnato a ciò che voglio essere e quindi sono.
Non voglio allungare il confronto fra dove vivo e dove vivevo, sarebbe noioso. Vedo invece che la differenza principale è che qui la gente si fida l’una dell’altra, nessuno deride nessuno, e le cose non si buttano, ma ce le si regala, tanto che raramente compro qualcosa e ho tutto quello che mi serve, pur vivendo in viaggio. Se non hai idea di che fare della tua vita, mio caro compaesano, apriti un profilo Workaway e parti. Sembra chissà cosa, ma poi ti penti di non aver iniziato prima. Infatti io mi chiedo: ma perché ho aspettato i 22 anni per espatriare?
Ho vissuto l’omobifobia a un livello personale fin dall’infanzia. La xenofobia a Marsala, come nelle città affini, è parte fondante dell’ignoranza che domina il nostro panorama mozzafiato. Allo stesso modo in cui chiunque, visto da vicino, contiene in sé delle «stranezze», la mia città natale, a prima vista una perla del Mediterraneo, ha il potere tutto siciliano di farti pentire di avere dei sogni, pur incoraggiandoti, in un dittico tragicomico di aspirazione e disperazione. Lungo tutti gli anni della mia adolescenza, a un certo punto, considerai come utopico il concetto stesso di ambizione. Confermo la vulgata secondo cui la Sicilia sia l’essenza dell’Italia, dove le contraddizioni del nostro Paese sono visibili a occhio nudo, senza bisogno di scovarle. Nei miei scritti esprimo il disagio e la speranza di liberarmi di questo stile di vita che è radicato in me, quello che banalizza ogni abilità, minimizza ogni successo, spinge a rinunciare per non offendere Dio, il capo o la famiglia.

«Troppe Parole» è la mia opera prima. O, perlomeno, la prima che ho completato. La scrissi nell’estate del 2019 per metterla in scena con l’aiuto del Liceo Artistico di Mazara del Vallo. Poi, appunto, l’autocritica assassina, la mentalità siciliana, e infine la pandemia imposero una lunga pausa al sogno. Ho pensato di non citarlo, ma se all’epoca fu motivo di grande pressione, e gran depressione, oggi mi fa ridere ricordare che la mentalità siciliana di cui parlo si riferisce a un articolo che scrissi sul pericolo delle strade al buio presso il liceo. Non l’avessi mai fatto! Finii emarginato, attaccato da dirigente scolastico, criticato da insegnanti, compagni e perfino bidelli. Se tre anni prima mi ritirai dallo scientifico per avvenuta saturazione dovuta alla xenofobia subita, questa volta fu per la rabbia di trovarmi di fronte all’essenza della sicilianità: il silenzio imposto per rispettare il capo, anche se non si parla di lui. Emblema della pessima qualità di vita siciliana. La Sicilia non vi ama, scappate, ragazzi, scappate proprio dall’Italia, tornateci solo quando siete già felici e benestanti. Questo Paese è condannato.

Sì, scrivo per rabbia, e la commedia unisce la satira intesa come illustrazione delle contraddizioni del potere culturale, e l’intensa, empatica narrazione di chi vuole solo essere felice, ma si ritrova a essere fuori dagli schemi, suo malgrado, e lotta per ampliarli e integrarsi alla realtà che contribuisce ad allargare. Voglio che i corpi attorno a me superino i preconcetti e vivano le cose della vita, senza filtri. Al contempo, però, voglio ridere, detesto la cancel culture e il politicamente corretto, amo Bukowski, Jack Kerouac, Dostoevskij, Mario Mieli, Stephen King, Enrico Berlinguer, Tiziano Sclavi, infatti sono sicuro che chi mi aiuterà a mettere in scena la commedia diventerà anche mio amico, perché per farlo ci vuole coraggio, ed è lottando insieme che si formano le amicizie più belle. Chi sente come me la spinta a sfidare lo status quo, mi scriva ad adessoalleven@gmail.com.

Non voglio fare contenti i religiosi, voglio provocare e cambiare il frame della narrazione dominante secondo cui la religione non sia fonte di problemi mentali. I traumi di cinque anni di catechismo cattolico intensivo dal 2007 al 2012, dagli 8 ai 12 anni, sotto l’autoritarismo di Benedetto XVI pergiunta, mi conferiscono lo heresy pass: il diritto a bestemmiare per tutta la vita, come minimo.

Ho conosciuto molto da vicino la signora Ansia, la signora Depressione, il signor Borderline. Sono brave persone, hanno buone intenzioni, le capisco, anche se non sono d’accordo con loro.

La commedia è in due atti, un’ora e mezza circa di spettacolo. Ha la peculiarità che puoi anche farne metà, quindi si può ridurre a tre quarti d’ora. Infatti l’opera originale è solo il primo atto autoconclusivo, il secondo è un sequel, un DLC, la naturale continuazione della storia.

Qui di seguito la sinossi di «Troppe Parole» (contiene spoiler):

Leonardo affronta la propria omobifobia interiorizzata lottando contro la famiglia, la religione e il bullo di turno, affermando la propria dignità attraverso la coscienza di sé, aiutato dall’empatia e dall’arguzia della sua amica Alma. Lei riesce a ispirare Leonardo a superare i preconcetti e accettare che l’amore che prova per Andrea è valido e bellissimo. La freschezza del nuovo stato di coscienza viene osteggiata dalla psicopatia del misterioso Matteo e del complice Benedetto, padre violento e ignorante di Andrea.
Sia Leonardo sia Andrea sono convinti che l’altro non possa essere attratto da lui, e credono che ciò che sentono dentro sia solo un’illusione.
Le tre madri della storia mostrano tre diverse situazioni di vita: quella di Leonardo supera la propria ambiguità comunicativa aprendosi al figlio; quella di Andrea è centrale ai fini della trama, giacché capovolge il destino di Matteo e Benedetto, ritorcendo contro di loro la virulenza del loro piano omicida; quella di Matteo è una parentesi farsesca della risentita resa al proprio ruolo tradizionale.
Il primo atto è già di per sé una storia autoconclusiva, il cui finale mostra il candore di Leonardo e mamma che si confidano, in contrasto agli aspiranti killer che vengono inconsapevolmente avvelenati da loro stessi.
Il secondo atto mostra la nascita travagliata dell’amore tra Leonardo e Andrea, trainata dalla nuova sicurezza di Leonardo, il quale, cresciuto e più spavaldo, non si nasconde più. Questa cosa è inaccettabile per suo padre, il quale lo strappa a sua madre per portarlo a curare dal millantatore «dottor» Stramazzo in tandem con il missionario don Cretién. La coppia inizia un grottesco esorcismo il cui karma finisce per punire da un lato Cretién, scoperto proprio su Grindr da Leonardo, e Stramazzo, la cui avidità viene sconfitta dall’avarizia del padre del protagonista. Papà diventa quindi l’antieroe tornando sui suoi passi e lasciando che Leonardo e Andrea si incontrino. I due, infine, conoscendosi per davvero, riconoscono sé stessi negli occhi dell’altro, abbandonano le vecchie insicurezze e abbracciano finalmente il proprio corrisposto amore.


Dove chiedere aiuto
(Se sei in una situazione di emergenza, chiama il numero 112. Se tu o qualcuno che conosci ha dei pensieri suicidi, puoi chiamare il Telefono Amico allo 02 2327 2327 oppure via internet da qui https://www.telefonoamico.it/ tutti i giorni dalle 10 alle 24.
Puoi anche chiamare l’associazione Samaritans http://www.samaritansonlus.org/contatti/ al numero 06 77208977, tutti i giorni dalle 13 alle 22.)

Questo è l’indirizzo del suo blog: swingoc.wordpress.com

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