Un uomo, un sogno, una lotta. Bambadjan Soro vuole esercitare la sua professione di insegnante, ma la disoccupazione e la fame nel suo Paese, la Costa D’Avorio, lo spingono a tentare il tutto per tutto, separato dall’abisso solo grazie a un fragile lembo di gomma. Con l’energia della sua fede, egli continua a nutrire la scintilla di un sogno semplice e rivoluzionario che nulla e nessuno, dalla profondità del mare alla mostruosità umana, potrà spegnere: essere felice con sua moglie e suo figlio.
——————————————————————————————————————Ho paura a vomitare, ho il terrore di scivolare, sporgermi e cadere in acqua. Non ho mai visto il mare. Il gommone oscilla, io non riesco a capire cosa sento, dove mi trovo, da dove vengo. Il momento presente lo vivo come un’illusione. Dove sono? Come sono finito qui? Sono sollevato che non ci siano nuvole in cielo. Spero che rimanga azzurro fino allo sbarco. Sono convinto che arriverò in Sicilia, lo so in cuor mio. Non posso pensare altrimenti. Non riesco a pensare, l’unica cosa che faccio è restare immobile, guardando dritto l’orizzonte. Se chiudo gli occhi, la testa mi gira e vomito. Se mi giro, la testa mi gira di più. Mi trovo alla punta del gommone. L’ultima volta che ne ho visto uno stavo camminando alla Basilica di Nostra Signora della Pace, nella mia città natale. Mi piaceva vedere la cupola stagliarsi sul paesaggio, era surreale vederla immensa a dominare una città che sembra vuota. Ispirata a piene mani dalla Basilica di San Pietro, mi ha sempre fatto sentire più vicino a Dio. Le strade sono enormi, si respira una gran tranquillità. Mi manca Yamoussoukro, ma non potevo restare lì. Voglio una vita dignitosa, e lì avrei solo potuto continuare a farmi sfruttare. Io sono un insegnante, ho studiato per anni per farmi abilitare all’insegnamento del francese. Non potevo aspettare ancora. Non c’è domanda di insegnanti di francese, le scuole non mi assumono, il cibo costa troppo ed è troppo poco. In città sono arrivati moltissimi immigrati dalle campagne, e loro sono ancora più disperati, sono poverissimi, e lavorano anche senza farsi pagare, io non voglio fare la loro fine, quindi sono partito. La cosa più frustrante, a casa, era che oggi non avrei saputo se ci sarebbe stato lavoro per domani. L’ultimo giorno che fui a Yamoussoukro, cercai ancora lavoro. Mi misi lungo la solita strada assieme agli altri. Era larga, senza traccia di auto. Le uniche che passavano erano quelle dei padroni. Ognuno di loro era la copia dell’altro, con colori e forme diverse. Affaccia dal finestrino, dietro c’è spesso un ragazzo, e si mette a gridare che gli serve aiuto. Si leva un marasma di voci che offrono il proprio lavoro, e lui rimane in silenzio. Io urlo un numero, qualcuno ne urla uno più basso, e così altri. Ci riprovo, urlo un numero molto più basso, ma c’è sempre qualcuno che ne urla un altro ancora inferiore. Per anni ho vissuto così, dopo la laurea. Ringrazio mio padre che mi ha aiutato a studiare anziché fare quella vita, ma l’investimento fatto sembrava essere andato in fumo. Ero arrabbiato nel vedere che a salire sull’auto alla fine fu un altro. Non ho dormito, il pomeriggio prima di partire.
Sono così stanco che la mia mente oscilla fra ricordi sparsi e il vuoto assoluto. Non capisco da quante ore sono qui. Riesco solo a guardare la linea dell’orizzonte. Il mio corpo ricorda il gelo della notte nel deserto, sovrastato dal caldo umido di adesso, che si alterna alla memoria dell’aria che mi mancava mentre il furgone correva accanto alla sabbia infinita, e del freddo umidissimo che mi entrava nelle ossa la scorsa notte.
L’ultima volta che ho visto un gommone come questo, ma molto più bello, fu accanto alla Basilica. Nelle vicinanze c’è un corso d’acqua, su cui vidi dei ragazzi salirci, gridavano e ridevano, stranissimi. Non era normale. Fu l’unica volta che vidi quella scena. Mi offese profondamente. Vedere la maestosità della Basilica vilipesa da degli incoscienti… Ma ora tutto questo mi manca. Io so che il buon Dio mi porterà a riva. So che Lui ha in serbo una vita dignitosa, in Francia. Vedrò la terra profilarsi da quella linea, riuscirò a salire fino a Parigi, e lì potrò insegnare francese ai bambini.
Adesso non sento più i conati, ma so che torneranno, li ho da quando sono salito. Mi trovo in uno stato mentale dove non sento di trovarmi nel mio corpo. Lo sento separato dai miei pensieri, mi sto come osservando dall’esterno. Dentro me ho un groviglio, respiro a tratti, poco, il cuore mi pulsa violento e accelerato. Sento solo il vento che investe la mia faccia con forza, il gommone che sbatte sul mare, il respiro e il sudore di tutti gli altri attorno a me. Mi giro per guardare Fanta, è sdraiata fra molte braccia, gambe, sta dormendo, e attorno a lei anche altri. Ha sempre un aspetto tranquillo, anche in una situazione come questa. Lei crede in Dio molto più di me. Lei è quel genere di donna che non ha la minima preoccupazione, mentre io, pur credendo nel Signore, temo le cose che mi aspettano. Ma ciò che ci unisce è la fede nel nostro futuro. Nostro figlio ci aiuterà a reggere in piedi la famiglia assieme a noi, e saremo felici tutti assieme. Mi sdraio con lei, spostandomi tra gli altri, ingombrato dal giubbotto. Adesso che dormo con lei, posso chiudere gli occhi. Mi scanso su un lato, avvicino una mano alla sua pancia. Il piccolo Emmanuel scalcia. Ora il mio respiro è più lento. Siamo io e lei, distesi in un letto che vola. Sentire il suo respiro accanto al mio, pace, sono esausto, crollo.
Non ricordo se stessi sognando, vengo svegliato da un urlo seguito da molte altre e un’oscillazione che mi fa gelare il sangue nelle vene. Ci stiamo capovolgendo? Che succede?
«Bamba, cos’è?»
«Non lo so, Fanta».
Vedo che gli altri stanno guardando qualcosa. Mi alzo e una sferzata fredda mi investe, chiudo gli occhi, li riapro e vedo una nave in lontananza. Caccio un urlo anche io. Qualcuno si sbraccia, altre voci, poi lo vedo succedere. Era un ragazzo, non so perché l’ha fatto, perché si è sporto, sarà scivolato, so solo che ho visto il momento diviso in più immagini, qualcosa è morto dentro me nel vederlo cadere in acqua. Il timore più grande si è realizzato davanti ai miei occhi. E non c’era modo di aiutarlo. Avrei voluto dargli la mano, tendere un braccio, ma era pieno di gente, e il gommone poteva andare solo avanti. Possa Dio perdonarmi per averlo lasciato lì, a sentire le sue urla disperate invocare il nostro aiuto. Povero ragazzo, con il salvagente addosso, oh, Signore Altissimo, salva quell’innocente, fallo arrivare sano e salvo a riva. Io non so più dove mi trovo, non so più chi sono. Se prima mi sentivo osservatore del mio corpo, adesso non mi sento più. Mi vedo aprire la bocca come per gridare, ma sento un gran calore, e qualcosa risalire, mi osservo sputare dalla bocca una schiuma verdastro-giallastra, chiara, che sporca la tuta di una persona davanti a me, percepisco le vibrazioni della voce di qualcuno verso di me, non so se sono svenuto o se sono ancora cosciente, o se questo è solo un incubo e io sono a Yamassoukro con mio padre, mia madre e i miei fratelli a suonare il balafon, se mio fratello Karamoko indossava lo Yngopnoko settimana scorsa o due anni fa, se mio padre Tiemoko è morto da poco o da tanto, se io sono Bambadjan Soro e mia moglie Fanta, o se non esista affatto e nulla di tutto questo sia realmente accaduto. L’odore penetrante e asperrimo del mio vomito mi riporta alla realtà, fin troppo, financo al passato, a quel piatto che non conteneva solo del cibo, ma emanava un puzzo simile, in quella cella. Crollo, non dal sonno, non so da cosa. Il mio cervello ha bisogno di andare altrove.
Apro gli occhi, vedo qualcuno che tende le mani verso l’acqua, le porta alla bocca e fa dei gran sorsi. Non è l’unico, lo stanno facendo in tanti. Nella mia mente appena tornata sveglia si fa presente una traccia di ricordo, offuscata, che mi atterrisce ancora una volta, è un bambino piccolo, poco più che un neonato, la guardia lo tiene per i piedi, poi non ricordo, c’è un movimento veloce, qualcosa di fulmineo, ma sento un pugno allo stomaco, sono esausto, sento la fame, la sete, il sonno, oscillo fra il torpore e l’orrore di dove mi trovo, allora cerco Fanta, è accanto a me, che dorme ancora, l’accarezzo tentando la delicatezza, ma la sveglio, lei apre gli occhi in uno scatto, mi vede e sorride. Lode a nostro Signore, che mi ha donato questa donna. Ci sono troppe… cose… voglio solo mettere il piede sulla terraferma. Voglio solo essere felice. L’abbraccio, mi abbraccia. Sento delle calde lacrime scendere dai miei occhi. Sto frignando, lei mi stringe più forte, è una donna forte, anche più di me, lei non piange mai, è più illuminata di me, è serafica, non capisco mai se nasconde le sue paure, o se non ne ha affatto. Il pavimento del gommone è sottile, sento l’acqua di sotto, a ricordarmi che fra me e l’abisso c’è solo un fragile lembo rattoppato.
Cala la notte, Fanta e io ci stringiamo e ci riscaldiamo. Qualcuno ha una coperta. Quel povero ragazzo… Signore mio Dio, Signore mio…
Adesso è buio, il vento fischia violentissimo, ma grazie a Dio non c’è tempesta, è sereno, e le onde ci fanno barcollare poco. Nessuno è venuto a salvarci. Le chiamate non ci hanno portato nessuno. Ma nell’orizzonte che s’iscurisce, vedo qualcosa di definito. Vedo dei puntini gialli. Mi si ferma il cuore, batto gli occhi più e più volte, ma nulla, niente di niente, l’ho visto con gli occhi della mente. Passo la notte a guardare la luna e a pregare Dio. Invoco il nome del Padre con gli occhi fissi al viso della luna. Le stelle infinite, lucentissime, e gli sprazzi di chissà quale altro corpo celeste nel cielo, sottilissime sfumature appena più chiare di questo blu notturno.
I raggi della luna illuminano le creste delle piccole onde. Siamo circondati di brevi cime chiare, melliflue, che tornano, spariscono, ingannevoli, come pronte a un agguato, a inghiottirci riunite in una sola grande onda dopo averci abituato alla loro innocuità. Questo è il mio battesimo del mare, ero felice con la mia terra, non voglio altro che la terra, baciarla, rotolarmici, saltarci. Passo la notte fra un sonno che non arriva più, e una veglia colma di un respiro che si affanna. Non riesco ad abituarmi alla situazione. Il cuore mi scoppia quando guardo la distesa d’acqua che circonda tutti noi per il mondo intero.
I colori della notte si confondono nel crepuscolo, che sparisce al primo levarsi di una coperta di luce distante, arancione, che introduce uno squarcio piccolissimo, il quale si allarga sempre più, e sempre più chiaro, e in pochi minuti il giorno mi risveglia, e mi rincuora, ed è in quel momento che, guardando l’orizzonte, c’è davvero qualcosa. Mi giro verso Fanta.
«Lo vedi?», lei si mette seduta, qualcuno si sposta, e lei lo vede. I suoi occhi si illuminano e sorride.
«Sì! Siamo arrivati! Sia lodato l’Altissimo!», esclama rauca, e subito dopo caccia dei colpi di tosse asciutti e secchissimi. L’abbraccio e la bacio sulla testa.
Ma la riva è ancora distante, ricacciamo il nostro grido di gioia dentro la gola. Anche se sono distrutto, la visione della terraferma mi infonde una nuova energia nei polmoni e nelle vene. Adesso sto sorridendo. Accanto a me, un altro è altrettanto felice. Ci abbracciamo anche noi. Parlo subito in francese, e lui mi risponde.
«Ce la stiamo facendo!»
«Sì, evviva! Grazie a Dio siamo quasi arrivati! Come ti chiami?»
«Gaston, tu?»
«Bamba, vengo dalla Costa D’Avorio»
«Burkina Faso. Voglio andare in Francia»
«Anche io, con mia moglie, ce la faremo»
«Ce la faremo!»
E ce la facciamo davvero. Ci scambiamo i numeri. Prendiamo a scambiarci i numeri gli uni gli altri, io lo faccio con almeno altri dieci. L’entusiasmo improvviso cede il posto all’indescrivibile stanchezza, che mi svuota da dentro. Vedo la terra farsi sempre più grande e vicina. Il sole splende, io ho bisogno di bere, e così Fanta. Il mio stomaco non si limita a brontolare, sta come chiudendosi. Mi sento connesso a ciò che vedo, adesso, ma il corpo non mi sta reggendo più. Ci sono delle imbarcazioni bianche appena visibili, il cuore mi batte in gola improvviso. Fra di noi ora regna il silenzio. Smetto di respirare per qualche secondo. Delle persone sono su altri mezzi, stiamo raggiungendo terra. Un piccolo puntino rosso, simile a un faro, in fondo a sinistra. Appena riesco a vedere i primi dettagli, i corpi di gente sulla riva camminare, le finestre delle case, incrocio le mie mani e mi metto a cantare, ringrazio Dio e la Sua volontà di averci portati sani e salvi, ce l’abbiamo fatta. Tutti noi ci leviamo in un urlo di liberazione. Ma presto il nostro giubilo si tace, perché appena saremo sbarcati, dovremo fuggire. Nessuno di noi sa se la polizia italiana è lì ad attenderci, se vogliono rispedirmi in Libia, e io preferisco annegare che tornare in quell’inferno. Voglio solo che Fanta e io possiamo vivere liberi e felici in Europa.
Ora che la riva si avvicina sempre di più, posso vedere distintamente ogni cosa. Le case sono basse, perlopiù bianche, vedo distese colorate che si alternano alla sabbia un po’ marroncina, un po’ scura, un po’ dorata. Fanta cerca di alzarsi, l’aiuto a mettersi in piedi. Non avevo mai visto l’Italia. Questa è la prima immagine del nostro nuovo continente: la spiaggia e una moltitudine di persone ferme in piedi che sembrano fissarci. A poco a poco, sento una voce, come un grido, forse rivolto verso di noi. Poi lo sento di nuovo. C’è un uomo che ci sta raggiungendo a nuoto. Gli altri fissano dritto al punto in cui il gommone si dirige, io sono l’unico a vederlo alla mia destra. Per un attimo ci guardiamo negli occhi. Aveva uno sguardo spiritato, sembrava posseduto dal Diavolo. Mi metto a pregare che non ci accada nulla. Lui, come se avesse sentito la mia preghiera, si arresta e torna indietro. Mentre noi ci avviciniamo sempre di più, vedo l’uomo continuare a gridare, correndo verso lo stesso punto dove arriveremo noi. Il mio cuore torna a tamburellare. Sono paralizzato, non so se è armato, se vuole catturarci, se ha chiamato la polizia. Non adesso, non quando ce l’abbiamo fatta. Non riesco a smettere di guardarlo. Fanta si unisce e lo vediamo correre sbilenco, affaticato, finché non cade a terra. Le mie sopracciglia si alzano di colpo, mi sfugge un sorriso e un sospiro che mi costano troppa energia, e mi ritrovo spossato, sull’orlo dello svenimento. Fanta lo capisce e mi dà un bacio, ride, e mi abbraccia.
Vedo la spiaggia scura, selvaggia, a due passi. Cominciamo a slegarci i giubbotti. Sento una nuova scarica di energia dentro di me, una nuova vita ci aspetta, sarà difficile, ma ce la faremo. Sento la benedizione di Cristo scendere su di noi quando siamo quasi arrivati.
«Adesso dovremo correre»
«Aiutami, Bamba». Lanciamo i giubbotti in aria, dietro di noi, e così fa qualcun altro.
Ho giusto il tempo di augurare buona fortuna a Gaston, dare un bacio a Fanta e tirare un ultimo, enorme sospiro di sollievo prima che il gommone si inarchi sulla sabbia. Gli altri si lanciano in acqua, io aiuto la mia donna a entrare dolcemente. Ci bagniamo le scarpe, i pantaloni e l’orlo di giacchetta e maglietta. Attraverso il tessuto, sentiamo la freschezza del mare che ora è amico, piacevole sollievo dopo settimane di calore ustionante. Non c’è tempo, dobbiamo andare. Gli altri corrono molto più veloce di noi, li vedo sparire quasi subito in tutte le direzioni, salire la montagnola di sabbia e alghe, alcuni spariscono dietro la spiaggia a sinistra, altri a destra, quasi tutti andiamo in strada, Fanta e io a chiudere la mandria umana di almeno trenta persone che si sparpaglia. Restiamo in pochi secondi io e lei a correre in strada, dopo aver superato quello che sembra un lido dalle pareti bianche. Mi guardo intorno correndo e tenendo Fanta per una mano, c’è una lingua d’asfalto con il guardrail con intorno alghe e cespugli, case eleganti coi cancelli, e fiori gialli, alberi, palme, è tutto così diverso da Yamoussoukro, ma non troppo. Le palme sono diverse, ma ci sono. L’unico sguardo che do in alto, quindi corriamo verso la prima via nascosta che ci capita. Imbocchiamo a sinistra e proseguiamo accanto alle case ricche. Più che correre, marciamo, perché Fanta, incinta, non può sforzarsi. Continuiamo, e accanto a noi ci sono solo case, tutte quadrate, ma di aspetti diversi, dominano il bianco e l’arancione, io non riesco a ricordare tutto, sono visioni confuse, mi sento osservato, e corriamo, non ci fermiamo, anche se i nostri corpi stanno cedendo, io non so come faccio a restare in piedi, i vestiti zuppi cominciano ad asciugarsi. C’è una piccola casetta con una porta di legno marrone, la superiamo, e presto ci ritroviamo in mezzo al verde di piantagioni e serre a perdita d’occhio. In entrambe le direzioni, c’è solo strada, e verde. Possiamo cominciare a rallentare, anche perché non ce la facciamo più. Palme, alberi, e ancora palme, sento una certa dissonanza per la familiarità con esse, ma non c’è altro che asfalto. Ci fermiamo su un muretto bianco con delle tegole arancioni. Due occhi, disegnati su una delle travi di legno attaccate fra loro sul muretto, ci guardano, neri e seriosi, attaccati a quella che sembra una pelle smagrita. Sento come starmi guardando allo specchio. Ci sediamo, ma presto scendiamo per sdraiarci a terra. Veniamo svegliati tre volte dai clacson di motorini, auto e dalle urla di gente che passa.
Quando riusciamo a rialzarci e riprendere fiato, c’è un uomo davanti a noi che ci sta fissando, appoggiato a un furgoncino bianco. Indossa una maglietta bianca, dei jeans blu, delle scarpe grigie e malandate, è panciuto e leggermente più basso di me, con degli occhiali neri, i capelli grigi. Fuma una sigaretta, appena vede che sono sveglio mi chiama.
«Oh!». Io cerco di rispondergli, ma non ho più voce. Mimo il gesto del bere. Lui mi fissa mentre inspira l’ultima boccata di sigaretta, la butta a lato, si gira verso lo sportello, lo apre, salta dentro, si sporge alzando una gamba e subito scende con una bottiglia d’acqua, mezza piena. Camminando piano si avvicina a noi e ce la porge. L’acqua è calda, ma per me è la salvezza. Ne bevo un sorso, quindi penso a Fanta e gliela porgo. Lei la beve tutta d’un fiato. Cerco di farmi capire dall’uomo.
«Eau!».
Ma lui sembra arrabbiarsi.
«Ae cani!».
Non capisco cosa mi dice.
«Arrivaste e palli attipu padruni!?»
«Water, water! Please! Merci! Bon Dieu! Thank you, God, God!»
Lui sbotta in una risata, cammina con estrema lentezza al retro, lo apre, sparisce dietro lo sportello, e rispunta con due bottiglie d’acqua piene, ce le lancia, esse sbattono a terra e si sporcano.
«Uòterre, uòterre, plìss!».
Le prendo, sono congelate. Lecco l’esterno, e così fa Fanta. Acqua, freschissima, salvezza, sia lodato il Signore, e quest’uomo che ci sta aiutando!
Ci fa un gesto come per avvicinarci. Dice qualcosa, mimando il gesto del denaro.
«Travagghio!».
Cos’ha detto… tra… trava… soldi… Aspetta, ci sta offrendo un lavoro?
«Travail?»
«Eh! Travagghio! Sè!»
«Travail?», gli ripeto, mimando di zappare. Lui ride e annuisce. Ci invita a salire nel furgoncino. Fanta e io ci guardiamo negli occhi, facciamo un gran sospiro, e accettiamo.
Adesso, nel furgone, siamo per la prima volta al riparo dal sole. Non ho idea di dove ci stia portando. Le bottiglie si stanno sciogliendo finalmente, e scoliamo in un attimo l’acqua che sgocciola, lenta. Gli chiedo da mangiare.
«Aliment?»
«Alì Babbà! E cu si’ tu, ‘u ladruni!?».
Non capisco l’italiano, non so cosa mi sta dicendo. Mimo la masticazione e la forchetta. Lui ride, apre il cruscotto, afferra dei panini e li lancia dietro di sé. Uno lo prendo al volo, l’altro colpisce Fanta sulla testa. Vederla umiliata così mi avrebbe mandato su tutte le furie e avrei probabilmente ucciso quell’uomo, se non fosse che avevamo un disperato bisogno del suo aiuto. Taccio, ringrazio, e scartiamo la membrana di plastica. Erano panini deliziosi, fatti a mano. Pane caldo, pesce, pomodori. Il mio stomaco si apre, mangio tutto in due o tre bocconi, in una manciata di secondi. Ne chiedo degli altri, lui caccia un urlo che mi spaventa, riapre il cruscotto, e stavolta si gira verso di noi, ce li lancia addosso con veemenza, guardandoci con un’espressione colma di odio e disprezzo. Ma abbiamo i nostri panini. Stiamo riuscendo a entrare nel mondo europeo. Sarà difficile, ma siamo già a buon punto.
Gli chiedo in francese se può aiutarci a fare la doccia. Urla qualcosa. Glielo chiedo in inglese. Non risponde. Mimo di lavarmi le ascelle. Lui sbotta in una grossa risata, saltella sul sedile e finge anche lui di lavarsele, e un attimo dopo affonda il piede sull’acceleratore e noi cadiamo all’indietro. Io sbatto la testa, Fanta con la spalla.
Poco dopo l’uomo tira il freno che scricchiola, il furgoncino inchioda e sobbalza, e io sento di nuovo il mal di mare, e un principio di conato, che rientra subito. Lui si gira e, alzando una voce, indica lo sportello posteriore. Scende, ci apre. Davanti a me, oltre a lui, c’è un muro di erbacce, e, a qualche metro, dei pali della luce, e quella che sembra una rotonda rossa. Indica di scendere, lo facciamo. Sbatte lo sportello con grande forza, rientra, riaccende il motore e parte, superando un ponticello circondato dal verde, e davanti a noi, davanti ad esso, ora c’è un nuovo signore. Sembra più giovane, non indossa occhiali, ha gli occhi neri, i capelli radi e scuri, indossa una t-shirt grigia, e ha una tuta nera, con le scarpe Adidas blu, ed emana un forte profumo di colonia. Fa un gesto eloquente, aperto, e una smorfia che somiglia a un sorriso.
«Bimminùti!»
Credo che ci abbia salutato. Gli faccio ciao con la mano. Ci indica di seguirlo nella discesa.
Accanto a noi, nei primi metri, solo un muretto e delle erbacce. Lo seguiamo in una stradina sterrata che porta sotto il ponte. C’è un cumulo di immondizia che sembra tappare l’intero sottopassaggio. Giocattoli, frigoriferi, coperte, resti carbonizzati di chissà cosa, e ancora pezzi di costruzione, e altro. Superata questa discarica, e quindi il ponte, prosegue nella piccola stradina. Il piccolo invallamento alla nostra destra sembra una zona selvaggia, somiglia vagamente a qualche sprazzo di certe zone della mia città, con la natura che prende il controllo di interi pezzi di terra. Ci sono solo alcune parti sterrate, delle case abbandonate e distrutte.
Ha un telefono in mano, a cui sta parlando. Si ferma, si gira e ce lo mostra. C’è scritto qualcosa in francese, come tradotto:
Votre nouvelle maison. Aimez-vous?
Ci indica un’insenatura davanti a noi. Entra, lo seguiamo. Comincio a sentire un vento di morte accarezzarmi dentro, sono pietrificato, di nuovo sento come se mi stessi osservando da fuori.
Siamo in una vera e propria grotta, scavata chissà come, da chissà chi. Ci sono dei materassi, l’uno accanto all’altro. Sono sporchi, ma li hanno mai lavati? Ne tocco uno, è pressoché asciutto, ma sento come avesse, comunque, una leggerissima umidità.
«Sorry?», gli chiedo con sorpresa, e una punta di rabbia. Lui non apprezza. Ci urla qualcosa, e mette di nuovo il telefono davanti a me. Vedo il simbolo del microfono, capisco che tradurrà cosa dirò, quindi parlo, e dico che lo ringrazio di offrirci una casa, ma l’altro uomo aveva detto di offrirci un lavoro. Lui legge, ride e fa tradurre che lavoreremo domani, e che staremo qui la notte a dormire. Io faccio tradurre che mia moglie è incinta e che non è un buon posto, e rischio un infarto, il cuore in testa, le tempie si stringono fino a esplodere, Fanta fa un sospiro secco e smettiamo di respirare. Ha una pistola in mano, rivolta verso di noi. In quel momento capisco che l’unica cosa che posso fare è di comportarmi da bravo e obbediente, per salvare Fanta e mio figlio. L’ultimo suo messaggio sul telefono è che dobbiamo restare qua, e domani alle quattro viene a prenderci per cominciare a lavorare. Faccio tradurre se possiamo avere da mangiare, da bene e della carta igienica. Lui urla molto forte, sembra imbestialito, quindi ci fa leggere che sarebbe tornato con le cose che gli abbiamo chiesto. Lo vediamo camminare via. Il cielo è azzurro, sopra di noi. Tutto è coloratissimo, una visione che non mi fa sentire troppo distante da casa. Appena ricomincio a respirare, sento qualcosa di corposo e umido che mi cola dalle gambe. Mi tocco dietro, capisco di essermi cagato addosso. Fanta avrebbe trovato molto divertente questa cosa, ci saremmo fatti tante risate, ma l’unica cosa è solo uno sguardo, una smorfia, e null’altro. L’adrenalina si dissolve, e io mi lascio cadere sul materasso, e così Fanta. Il mio corpo non ce la fa più. Non riesco nemmeno a togliermi i pantaloni, a cercare delle foglie per pulirmi. Ho bisogno di riposare, e di respirare. Chiedo a lei se può cercare per me, ma lei, dopo essersi sdraiata, mi dice che ha una sensazione. Intuisco, la guardo negli occhi, lei annuisce. Proprio adesso, cazzo! Non ci riesco, non… Ah, sono stremato, sto morendo dal dolore, non so come pensare alla mia stanchezza, è oltre ogni possibile descrizione. In quel momento ritorna il signore, lancia accanto al materasso una confezione di biscotti, una bottiglietta d’acqua e un pacchetto di fazzoletti. Non ricordo se l’ho ringraziato, e se l’abbia fatto, in quale lingua. Crollo in un sonno che è un macigno, da cui nessuno potrà svegliarmi, mentre a mia moglie si sono appena rotte le acque. Voglio restare sveglio, ma il mio corpo mi impone di dormire, almeno un po’, almeno un’ora. Chiedo scusa a Fanta con il pensiero.
Quando mi risveglio, è notte, la luce della luna fa risplendere gli anfratti della grotta, e ho un colpo al cuore nel vedere che sugli altri materassi dietro di noi ci sono altri uomini, altri subsahariani come noi. E c’è mia moglie, sdraiata sul materasso iscurito, e con una piccola creaturina in braccio, coperta con qualche panno. Non mi riesce di proferire parola. Mi alzo sulle ginocchia, le do un bacio sulla testa, tocco il bambino, mi tolgo la giacca e la maglietta, con uno copro Fanta, con l’altra Emmanuel. Vedo una torcia accendersi da uno dei materassi, sento qualcuno lamentarsi. La luce si avvicina a noi, un uomo si accovaccia, sorride e ci fa gli auguri. Lo ringrazio mentre ci dà una coperta, del cibo e dell’acqua. Ritorna al suo letto, io abbraccio mia moglie.
«Come stai?»
«Ce l’ho fatta, Bamba, ce l’ha fatta anche il nostro piccolino, sarà un uomo bello e forte come papà».
Do un altro bacio a mia moglie, sto piangendo, incrocio le dita delle mani e alzo lo sguardo al tetto della grotta, ringraziando Dio del dono che mi ha fatto, che siamo sani e salvi, che Emmanuel è venuto al mondo nella serenità.
Lavoreremo, e raggiungeremo Parigi, insegnerò il francese, compreremo una casa, Emmanuel andrà a scuola e diventerà quello che vorrà, e Fanta potrà andare all’università, e potremo vivere nella pace e nella gioia, con l’aiuto di Dio. Sia lodato il cielo, sono l’uomo più felice del mondo, ce l’abbiamo fatta… e ora posso pulirmi, posso darmi una sistemata, e tollerare gli odori, le difficoltà, per costruire la mia famiglia, noi tre e gli amici che troveremo lungo la strada. Grazie Dio, grazie infinite, sia lodato il Tuo nome!






