LA BANALITÀ DEL MALE IN THE ZONE OF INTEREST.
LA LEZIONE SCOMODA DI JONATHAN GLAZER.
“The Zone of interest” è un film di Jonathan Glazer del 2023, uscito in Italia nel Febbraio del 2024 con il titolo “La zona d’interesse” e riproposto nei giorni scorsi come evento speciale in molte sale cinematografiche italiane nel corso della settimana della memoria. Jonathan Glazer (visionario regista di “Birth – Io sono Sean” e dell’affascinante e sottovalutato sci-fi “Under the skin”) si è ispirato, per la realizzazione del suo ultimo film, in parte all’omonimo romanzo (2014) dello scrittore inglese Martin Amis e ancor più direttamente alle memorie scritte in carcere dal vero Rudolf Höß prima d’essere impiccato dagli inglesi nel piazzale di Auschwitz per crimini di guerra.
La trama si incentra sulla vicenda del comandante nazista Rudolf Höß, soprannominato “l’animale di Auschwitz”, e di sua moglie Hedwig che nel 1943 realizzarono il loro sogno di una vita con una famiglia numerosa, una villa confortevole e un grande giardino fiorito in un terreno direttamente adiacente al muro del campo di concentramento.
Chiariamolo subito: “The Zone of interest” non è nella sua essenza l’ennesimo film sulla Shoah, non è un film storico sulle vittime dell’Olocausto come potrebbe apparire e come a molti conviene credere che sia. Non è neppure propriamente l’ennesimo film di guerra sul Nazismo o un biopic su un famigerato comandante nazista. È semmai il film che nella storia del cinema ha saputo rendere con più forza e coerenza espressiva il senso della celeberrima formula arendtiana della “banalità del male”, di quel Male assoluto che ieri come oggi è capace, in determinati contesti e frangenti storici, di impossessarsi degli individui e delle loro coscienze, anestetizzandole senza che essi neppure se ne rendano conto.
La banalità del male non è semplicemente il tema-contenuto del film ma coincide con il punto di vista filmico-narrativo, raccolto nello sguardo raggelato dei suoi protagonisti assuefatti all’orrore e compiutamente disumanizzati nella loro rassicurante routine.
Solo il cinema può immedesimarci realmente in quello sguardo, indurci ad empatizzare perfino con la totale mancanza di empatia dei protagonisti, provocarci e disturbarci fino a questo limite estremo. Il film di Glazer ci riesce perfettamente, senza nulla esibire di quell’orrore, costringendoci ad immaginarlo, a figurarcelo dentro, a disseppellirlo.
Dell’abisso il regista non ci mostra nulla se non una torre di controllo svettante sopra la linea del muro divisorio che perimetra la villa o una ciminiera che non smette di sbuffare il suo fumo nero e denso. Nessuna immagine dell’interno del campo di sterminio, nessun ebreo deportato né vivo né morto. Il campo, con le sue invisibili storie di vita e di morte, costituisce un lungo fuoricampo cinematografico che si fa fuoricampo della coscienza psichica e morale. Siamo nella zona di interesse, così era chiamato il perimetro di 44 km quadrati che i nazisti avevano individuato in territorio polacco per la costruzione del campo di Auschwitz.
Ma dove si trova davvero la “zona” che interessa a Glazer? È in un recesso impenetrabile e irrappresentabile della mente, è in quella nera voragine che ingoia ogni percezione emozionale e morale dell’orrore, quel punto cieco in cui la coscienza una volta risucchiata non vede più l’inferno costruito e inflitto dai carnefici né tantomeno quello patito dalle vittime-numero.
Eppure raramente, per eccesso di contrasto e insieme per sottrazione, il Male assoluto è stato rappresentato in modo più diretto e inquietante, proprio perché ci si ritrova catapultati nella mente e nella quotidianità dei carnefici e dei loro complici, nella riduzione che essi fanno di quell’infamia assoluta ad ordinaria amministrazione, rendicontazione burocratica ed efficientamento tecnico-industriale delle procedure di sterminio, sfondo della tranquilla routine di una famiglia tedesca e “ariana” che “ce l’ha fatta”.
Il focus filmico non è posto sul lavoro del gendarme-manager nazista Rudolf Hoss e sul ritratto di un mostruoso ed esaltato sterminatore, bensì sulla straniante normalità di un uomo comune e medio(cre), di un funzionario irreprensibile che aspira solo a consolidare la sua posizione, a rendersi affidabile per i suoi superiori e insostituibile nel suo ruolo, lavoratore instancabile e disciplinato, ma al tempo stesso marito rispettoso e premuroso padre di famiglia.
Dell’abisso di là del muro che divide la villetta degli Hoss dal campo di Auschwitz non arrivano immagini o visioni della tragedia ma solo indizi, resti, scarti, oggetti requisiti, fumo, cenere e soprattutto suoni, eco, rumori, odori…
La famiglia ariana protagonista è composta dal comandante Hoss della guarnigione di Auschwitz (Christian Friedel), dall’autorevole moglie che gestisce la casa e il giardino in ogni suo dettaglio e che il marito chiama affettuosamente “la Regina di Auschwitz” (interpretata da una grande Sandra Huller), 5 bambini biondissimi, vivaci e sempre ben vestiti.
I 7 conducono la loro vita serena, agiata e benestante, insieme alla servitù, un cane e un cavallo, tutti lì, nel posto che reputano ideale alle loro esigenze, sebbene al confine con l’inferno. I bambini giocano nell’ampio giardino di casa tra aiuole rigogliose e assolate, serre lussureggianti e piscina al centro. D’inverno giocano con le palle di neve. Di Domenica l’intera famigliola si reca al fiume fuori della villa, ove trascorre ore spensierate tra pic nic, nuotate, giri in barca e sessioni di pesca (il padre porta via di fretta i bambini solo un giorno che nuotando nel fiume si imbatte in una dentatura umana). La moglie trascorre i suoi pomeriggi con le amiche invitate a prendere il tè in villa e a conversare amabilmente delle novità del giorno: di un diamante trovato perfino in un dentifricio, dei preziosi, oggetti personali, abiti e pellicce requisiti da Hoss alle deportate e da lui portati in dono ai componenti della sua famiglia. Uno dei figli di notte nel letto si diverte a leggere alla luce della lampada le incisioni su alcuni denti d’oro che ha trovato in casa. La madre di lei, giunta un giorno a trovarla per trascorrere un periodo con tutta la famiglia, la gratifica per la posizione raggiunta e la elogia per la sua sistemazione, finché una mattina parte in segreto e senza preavviso nauseata dall’odore di morte a cui gli inquilini si erano abituati. La figlia più piccola ha bisogno delle favole raccontate dal padre per addormentarsi e lui, affettuosamente, non si sottrae (geniale la sequenza in cui si sovrappongono alcune immagini del campo con la voce del padre che narra la fiaba di Hansel e Gretel che chiudono la strega cattiva nel forno). Il giardiniere concima l’orto e il giardino con i resti del crematorio. Vediamo in più riprese una giovane inserviente ebrea polacca del posto, assunta in casa Hoss, che esce di nascosto la notte per andare a deporre un frutto vicino ad ogni vanga usata la mattina seguente dagli operai ebrei addetti alla raccolta della cenere del campo.
Eppure non c’è nulla di sensilmente macabro in tutto quello che ci viene mostrato : il regista riesce a sottrarre l’orrore per restituirci in soggettiva e con spietato realismo l’esorcismo mentale ed emotivo compiuto dai protagonisti, il livello di assuefazione e normalizzazione raggiunto (ma questo lo rende ancora più sordidamente inquietante).
La zona d’interesse ci è negata, eppure si avverte in modo sempre più soffocante, cresce e scava nella psiche dello spettatore, si schiude nelle immagini macro dei fiori abbaglianti del giardino (che splendono terribili come i fiori del male) fino a produrre una sorta di nausea che sul finale prenderà fisicamente il protagonista in un improvviso e per lui inspiegabile conato di vomito (ma non sarà un rigurgito morale o un sintomo di pentimento bensì una reazione puramente fisica, come se persino il suo corpo fosse più “umano” della sua mente e rigettasse tutto quell’orrore). In quel momento Glazer escogita un altro colpo di genio: il salto temporale vertiginoso al presente del museo di Auschwitz in cui vediamo addette alla pulizia di oggi spolverare e detergere le vetrine delle teche con le montagne di scarpe. Forzando efficacemente la verosimiglianza della narrazione Glazer rappresenta in quel momento una sorta di misterioso presentimento, nella mente stessa di Hoss, della memoria che nel futuro si sarebbe tributata alle vittime della sua efficiente fabbrica di morte.
L’operazione di Glazer è minimalista ed estrema, concettuale e multisensoriale: l’abisso del male e della sofferenza umana scompaiono alla vista per tramutarsi in un ronzio costante che fa da sottofondo durante il giorno e si amplifica solo nel silenzio e durante la notte. È un tessuto sonoro magistralmente costruito da Glazer, fatto di trambusto ovattato, eco confuse e distanti di urla e comandi in tedesco, di pianti e lamenti, di spari e abbai di cani rabbiosi. Al di sotto di tutti i suoni il crepitio incessante dei forni e delle ciminiere. Tutti suoni di cui nessuno nel film, neppure i bambini, chiede mai il significato. È l’inferno controllato, ridotto ad un rumore di fondo, ad un sibilo sinistro della fabbrica di morte che funziona a pieno regime e “senza soluzione di continuità” come ripete con orgoglio un consulente tecnico assoldato per un progetto di efficientamento.
Chi giudica con fastidio il film reputandolo l’ennesimo racconto cinematografico dell’Olocausto (che giungerebbe peraltro in un momento storico controverso e tragico a causa dell’immane strage di innocenti perpetrata a Gaza dal governo israeliano) o chi lo accusa di aver umanizzato i carnefici e fatto sparire le vittime dimostra solo di non averci capito nulla.
Ma allora cosa rende, oggi, così attuale e intimamente sconvolgente The zone of interest?
La risposta è difficile e durissima da dare ma è quella che a mio parere Glazer scrive tra le righe e le pieghe del suo film, senza nessun intento didascalico e predicatorio ma senza neanche alcuna ambiguità: la villa degli Hoss sembra essersi dilatata indefinitamente, i suoi confini sembrano diventati quelli dell’Occidente che prosegue la sua quotidiana, indifferente e anestetizzata esistenza di fronte agli orrori che lo circondano e di cui è in certa misura responsabile o complice. Dunque il film nella sua voluta algidità riesce a turbare profondamente perché la banalità del male e l’assuefazione agli orrori della realtà che oggi si consumano al di là delle “mura divisorie” dei nostri schermi televisivi e telematici (che diversamente dal muro del campo riescono ad occultare gli orrori del nostro tempo proprio sovraesponendoli e saturando la nostra percezione) sono diventati la cifra e l’emblema di questo nostro oscuro presente.
Perché – sembra avvertirci Glazer – se non ci risvegliamo dal sonno della ragione e della coscienza che rigenera mostri, tra gli inquilini di quella casa maledetta rischiamo di ritrovarci tutti.
Forse The zone of interest non è il più importante film del XXI secolo come solennemente dichiarato dal regista Alfonso Cuaron ma, oltre ad essere un indubbio capolavoro sul piano strettamente cinematografico, è un’opera necessaria e destinata a restare, un’opera che tutti dovrebbero vedere e interiorizzare, una “lezione” che tutte le scuole superiori dovrebbero impartire ai loro studenti.


Nota Biografica
Marco Grosso è nato a Napoli il 22-01-1976, si è diplomato al Liceo Classico “P. Giannone” di Caserta, laureato e dottorato in Filosofia alla Federico II di Napoli, abilitato all’insegnamento di Filosofia e Storia presso la Cattolica di Milano, vive a Viterbo ed è docente di Filosofia e Storia presso il Liceo Scientifico di Orte (VT).
Nel 2013 pubblica con Aracne Editrice “Muta Musa”, opera che raccoglie vent’anni di scrittura poetica attraversata dal tentativo di tracciare una “poetica del silenzio” e di raccordare le sue due anime (lirica e filosofica).
A partire dal 2014 si dedica alla fotografia, attratto dalla magia della “scrittura di luce” e dalla ricerca bressoniana dell’”Istante decisivo”, muovendosi tra street photography e fotografia concettuale. Negli anni seguenti sperimenta un nuovo processo di scrittura creativa che definisce photo-poiesi, una singolare modalità di “tra-scrivere” i propri percorsi fotografici in percorsi di-versi (evitando tanto la didascalia poetica dell’immagine quanto l’illustrazione fotografica del testo) per realizzare composizioni foto-testuali ibride (“photo-poesie”). Tra il 2016 e il 2019 allestisce diverse esposizioni e presentazioni photo-poetiche a Viterbo e nel Viterbese (tra cui “Sul filo dell’ombra” e “Animae Silvae”) e a Corigliano-Rossano (tra cui la mostra al “Museo del Codex” intitolata “Di pietra e di carne”).
A partire dal 2020 si interessa approfonditamente di storia del Cinema, scrive recensioni cinematografiche e dal 2021 collabora con il sito di critica cinematografica Re-movies, nel 2022 tiene un corso di formazione sull’Educazione al linguaggio audiovisivo del cinema nel viterbese presso il Liceo artistico “Midossi”. Negli ultimi anni si è cimentato nella narrativa breve e nella “prosa poetica”.
Si interessa di tematiche filosofiche nei diversi ambiti (teoretico, etico, estetico) e di analisi dell’attualità sociopolitica e culturale, è appassionato di etimologia ragionata e ha scritto diverse “meditazioni etimologiche”.
Nel 2025 è attesa la pubblicazione della sua seconda silloge poetica intitolata “Quel che resta”.
Il suo intento espressivo di fondo resta quello di funambolare sul “filo fantasma” che intreccia vita, filosofia, poesia, fotografia e cinema.






