Di Fabio Bagnasco
Il destino nell’antichità era raffigurato con l’immagine della filatura o tessitura, presente in diverse culture con caratteristiche assai simili. Per i greci, ad esempio, l’immagine della vita si assimilava ad una trama, ad uno svolgimento a cui non era alieno l’intervento degli dèi.
Lo stesso Omero cantava “accadrà ciò che la Moira ha tessuto sul filo…”
E proprio il fato, e le sue arcane diramazioni, è al centro del bel romanzo di Antonio Favuzza (Il codice del destino, edito da Albatros) che racconta una “saga familiare” in parte conservata nel ricordo dell’autore (allora bambino), e in parte vissuta direttamente o traslata, e quindi ricreata, nei segreti meandri della memoria narrativa.
Un trama che riflette le meditazioni notturne dell’autore, nel tentativo di risvegliare lo statuto del ricordo, facendo cura che i fatti reali e quelli ripensati o immaginati si unissero in una coincidentia oppositorum che poi ne nutrisse l’intreccio.
Da questo modus scaturisce un racconto ricchissimo di storie, di salti nel tempo che bordeggiano una e più esistenze, con al centro la figura materna, non solo mater tellus, ma vera e propria radice familiare.
Lo stile è corposo, ricco di vibrazioni emotive, sia pure nel contegno dovuto allo statuto del ricordo. Gli eventi narrati, pur essendo state raccontati all’autore che ne ha fatto memoria, si intrecciano con la fantasia narrativa, all’interno di una trama che si moltiplica in segrete venature, in sottotrame che formano un intreccio, il cui bordone è tenuto da mani invisibili, le mani del destino. E se ogni destino conserva un codice segreto, una propria “password”, ecco che Antonio Favuzza nel suo bel romanzo ci indica che solo attraverso il ricordo, il risveglio di sé, possiamo avere la possibilità di accedere a questo regno segreto. Per concludere, bisogna aggiungere che “il codice del destino” è caratterizzato da una scrittura molto cinematografica. Non a caso l’autore (assieme alla sceneggiatrice Filippa Gracioppo) sta lavorando alla sceneggiatura della versione cinematografica del romanzo. Un lungometraggio che si preannuncia come una ulteriore e stupefacente declinazione della memoria dello scrittore a cui, per altro , non sono alieni interessi spirituali. Elemento, quest’ultimo, che traspare frequentemente tra le pieghe del racconto.

Spesso s’incontra il proprio destino sulla via che s’era presa per evitarlo.
Jean de La Fontaine
Un romanzo intenso e delicato allo stesso tempo, dove non mancano momenti di pura bellezza.
Un manoscritto è l’unico testimone di verità scomode che farebbero saltare le certezze di più di una famiglia. Pagina dopo pagina le riflessioni di Gina sulle scelte fatte sempre con la fiducia di poter superare anche l’ostacolo più arduo.
Parole ricche di consapevolezza, di dolori ma anche di gioie, intrise di saggezza, che diventano dono per l’amata nipote Flavinia. Chissà se la perfezione dell’universo ci pone davanti prove che siamo in grado di sopportare o se i dolori sono solo punizioni? Su tutto si erge il potere del destino che, pur giostrandosi tra le varianti del libero arbitrio, ritrova sempre il percorso tracciato.
Biografia dell’autore
Antonio Favuzza vive e lavora a Palermo presso il Ministero Economia e Finanze.
Operatore Shiatsu da oltre vent’anni, affascinato dal mondo orientale, ama viaggiare, fotografare, leggere e dipingere. Da sempre coltiva il piacere e la disciplina della scrittura. Nel 2021 scrive e dirige Forever love, il suo primo cortometraggio, che ha ricevuto diversi premi e riconoscimenti internazionali. Ha, inoltre, collaborato come aiuto regista e assistente di produzione alla realizzazione di diversi cortometraggi e videoclip.
Il codice del destino è il suo primo romanzo, da cui sta attualmente traendo la sceneggiatura del suo primo lungometraggio.






