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Arriva in libreria “Filosofia del suca”, di Francesco Bozzi

Esce il 28 giugno in libreria, ma si può avere in preordine su Amazon… Si tratta di ‘Filosofia del suca’, di Francesco Bozzi, autore televisivo, radiofonico e sceneggiatore che per Solferino ha pubblicato due romanzi della serie gialla del commissario Mineo, ‘L’assassino scrive 800A’ (2020) e ‘Il giallo del gallo’ (2021). Bozzi vanta già una ‘recensione’ di grande prestigio, ed è quella di Pietrangelo Buttafuoco.

“Sia detto una volta per tutte: mettere K al posto di C scrivendo la parola SUCA è azione criminale tanto quanto dire ARANCINO in luogo di ARANCINA non foss’altro perché questa – nella sua fragrante doratura – prende la forma dell’arancia, non certo quella dell’albero in giardino, fermo restando che quelli veramente squisiti si trovano a Donnalucata, lungo la spiaggia iblea, e non a Catania e neppure a Palermo.

Un po’ fa tenerezza, al modo dei bimbi buoni, dire CHUPA! che è come dire MISCA! invece che quell’intercalare noto derivante dal latino MENTULA.

La variante surrealista è STRICO! dal verbo stricare, ossia strisciare, ed è il gesto proprio del giocatore quando svela al tavolo la carta vincente ed è sottolineatura di un mutamento di sorte, un capovolgimento di giostra, un mettere in polpetta nel risucchio e basta più. Perfino un chiudere il discorso è quello STRICO! ma SUCA è proprio SUCA solo che una volta per tutte – e Francesco Bozzi lo spiega benissimo – il SUCA non è un esortativo allusivo di ben precisa suzione, no.

Non è neanche come il SOCMEL nell’inverarsi felsineo del ferace insulto. È bensì un atto di compimento metafisico, un adempimento dell’Essere ed è il sorriso assoluto di Krsna ­– tutto di trattenuta poesia – colto nel momento in cui quel dio infante, tra una cosa e l’altra crea la lettera C di cielo, non certo il K di Kursaal.

SUCA, poi, non richiede mai il punto ammirativo o esclamativo che dir si voglia perché è flatus esauriente. Integro e incondizionato come una monade – e Bozzi ne sa più di Leibniz – SUCA è un’entità completa che ha in se stessa il proprio fine. Più di un noumeno, manco a dirlo è qualcosa di più della Ding an sich kantiana – la cosa in sé – al punto di forzare l’etimo nel Ding an such giusto nella terra dove fioriscono i limoni, e dove però, con tutto il rispetto per Goethe, si aspetta la neve per potervi scrivere sopra SUCA.

Trovare scritto SUCA da qualche parte, sia su un muro, su un sedile o sotto a una pensilina, è propriamente quel viaggio nell’interiorità da sempre disatteso da tutti noi. Si legge SUCA e si parte da uno stato attuale e presente nella coscienza per giungere al suo fondamento. Uno scandaglio, dunque, nelle epoche remote – un viaggio nel tempo – un raggiungimento nella coscienza e nel tempo che si compie con un ritorno nel presente, inteso anche come attualità della coscienza: l’esserci. Questo ritorno struttura la consapevolezza di sé in rapporto con la natura, l’Essere e la storicità.

Come in un dialogo platonico dove invece che sbucciare piselli si sgusciano gamberoni, Bozzi istruisce un’agape – un Decameron, all’insegna dei Vespri di Sicilia – restituendo alla verità del SUCA l’energia di cui è atto, quella materia accesa di per sé che è già fiamma in fiore, fiamma parlante e fiamma errante.

Stampigliata com’è sui sandali di Hermes, con le sue alucce, SUCA arriva dappertutto. E come quell’assoluto genio di Luciano De Crescenzo, così Bozzi – che sa il fatto suo, convocando in Sicilia i gamberofagi – consegna il nuovo Così parlò Zarathustra, ops, il nuovo Così parlò Bellavista.

Dialoghi d’uomini d’amore che sanno cos’è SUCA fintanto che non glielo chiedono ma a doverne dare una definizione – nella terra dove il vino non è mai una tisana d’uva – proprio no, non riescono, piuttosto s’interrogano. Ancora e poi ancora. Nell’approssimarsi della luce del SUCA dove il senso vero, e il senso primo – dell’Essere e del Nulla – è una clessidra di reciproco andirivieni. È il terribile segreto di tutti noi: l’Eterno Ritorno nel risucchio del SUCA”.

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