(11 febbraio duemilaventicinque)
Prima di scrivere avevo per sbaglio digitato 13 febbraio. In due dì possono succedere mille cose, quando sei in Workaway. Chissà cosa scoprirò domani, chissà chi incontrerò dopodomani. Oggi so per certo che ho scoperto qualcosa che mi ha ispirato anche un videopodcast.
Mi son svegliato alle tredici, oggi è il primo di quattro giorni liberi. Infatti ho lavorato sette giorni di fila, swappando i quattro giorni di lavoro nei due weekend, quindi sabato prossimo scriverò delle nuove avventure alla community house. Mi son svegliato quando il mio corpo ha voluto, ho mangiato coi miei porci comodi, e mi son messo a trascrivere i sogni di stanotte seduto fuori a una sedia a sdraio meravigliosa. Fra l’uscio e la sedia fuori c’è non solo un metro di distanza, ma anche un mondo di freschezza. Non solum, sed etiam. Ho avuto l’ennesimo ricordo di Marsala, del vuoto assassino di quel paesino. Ma stavolta parlerò del presente. Prendo il chromebook, infilo i piedi nelle scarpe allacciate e schiacciando il tacco coi talloni apro l’uscio e metto la faccia fuori, all’aria aperta. Il dio dell’aria aperta mi inspira tutta la salute del mondo dentro le narici, mi accarezza la faccia, è quello il momento in cui mi sveglio per davvero. Non è freddo, è buono, ogni respiro dell’aria dello Djursland mi cura ognuno di quelli fatti nell’aria fumosa e carbonica di Malta. Per recuperare tre anni di smog dovrò respirare il triplo per un anno. Con questa dolce fredda carezza mi siedo e mi lascio distendere lungo la sedia a sdraio. È fatta in legno e lo schienale, così come il culo, è invece fatto di corde nere. Bassa, sta a mezza spanna dal prato, e reclinata all’angolazione giusta per mandarmi nel chill. Volevo scrivere, ma quella sedia è programmata per farmi guardare in alto, mi lascio quindi accompagnare alla vista delle nuvole ferite da raggi dorati. La luce del sole si schiude e accende i colori di tutta Friland. Non posso chiedere di meglio. Non ho alcuna scadenza, nessun impegno, nessun capo, nessun contratto, né alcun debito da saldare. Esisto libero e ricco di tempo. Il dieci di ogni mese non succede nulla di speciale. A Malta invece era il giorno dell’accredito dello stipendio, del pagamento del pizzo legalizzato e dell’affitto. Ieri invece ho caricato e scaricato dei mattoncini, tagliato del legno e unito argilla con sabbia, paglia e acqua. Mi metto a scrivere i ricordi dei miei sogni pazzerelli, dopo qualche minuto l’aria fredda si accumula e comincio a congelarmi dalle mani alla testa, mi alzo, faccio un passo e rientro in casa, abbracciato dal tepore dell’aria condizionata. Quella di questa casa è unica, non avevo mai visto il calore salire da sotto il pavimento. C’è una pompa di calore che innesta il caldo da un passaggio e che viene diffuso attraverso lo spazio fra nudi mattoncini beige molto comodi da toccare scalzi. Pensavo fossero caldi da sé, e che la casa fosse coibentata in un modo fantascientifico. Me l’ha spiegato il mio host, con cui mi son fatto una risata.
Dopo aver mangiato, io e miss Little abbiamo preso le bici e siamo andati verso il lago dei cigni. Lo sterrato ci ha portato verso i due incroci di cavallo e asino, a uno dei quali ho allungato la mano. Curioso, si avvicina e mi annusa sospirando il suo fiato caldo e umido dalle sue grandi narici, con gli occhi sbarrati che a Little fanno un po’ impressione. Strappo della paglia da terra e tento di fare san Francesco, ma lui sta benissimo con la sua. Risaliamo e proseguiamo. Intorno a noi, distese di verde sconfinate, alberi in fondo e accanto a noi, nessuna montagna, nessun mare.
Proseguiamo superando la salita e discendendo verso un bivio, andiamo dritto e ci imbattiamo in un triste magazzino rosso col tetto nero spiovente, e una insegna che recita Stald Birkeborg (che a Little ha ricordato Birkirkara, l’unica città maltese dove ho vissuto tutto quel tempo), con il logo di un cavallo imbizzarrito ripetuto tre volte, rosso, bianco e blu e sovrapposto per dare dinamicità. Sì, e zero finestre, con i cavalli presumibilmente dentro a star fermi, altro che. Alla mia destra infatti vedo le gabbie-trailer con le ruote, che sembrano delle cabine suicidio mobili, tanto che son chiuse e senza vetri. mi sembrava di essere tornato a Zebbugi, la campagna maltese, piena di queste gabbie, solo che qui a Friland non sentivo alcuna puzza di merda. Poveri cavalli, in ogni caso. Poco più avanti ci fermiamo al divieto del terreno privato. Vedo un terreno con la staccionata, e un’altra stalla, con le finestre, alcune aperte, ma nessun equino. Torniamo indietro verso l’altro sentiero, do un’ultima occhiata a quel luogo gelido, sperando che non li uccidano.
Il sentiero è inizialmente molto battuto, alberi alti dieci metri, altre staccionate di ferro e legno, e un gran pascolo con tre cavalli, uno bianco, uno marrone e uno marroncino, attorno a una mangiatoia di ferro piena di paglia. Il cielo si mantiene nuvoloso e luminoso. I cavalli ci guardano passare. Io li chiamo schioccando la bocca. Continuando, il tracciato si stringe sempre di più, poca gente prende questa direzione. Io amo di trovarmi nel bel mezzo della natura, con cui gli insediamenti umani sono integrati, ma che non la minacciano. Ci troviamo di fronte a un altro bivio: o proseguiamo fra le erbacce e le paglie con un solo filino di sentiero, oppure andiamo a sinistra, in un tappeto di terra marrone e una cornice di alberi infinita. Little voleva andare a sinistra, io ero già in mezzo all’erbaccia, quindi conveniamo di andare avanti nella natura selvaggia e prendere la via bella una volta tornati. Non capivo se ci fosse qualcosa oltre gli alberi in fondo al sentiero selvaggio. Era così pieno di arbusti che non si vedeva quasi nulla, però ho intravisto tre pezzi di costruzione, come delle piccole colonne, e ho trovato la motivazione per continuare a pedalare. Un attimo dopo rischio di sbacantàrmi in mezzo alla terra. Proseguiamo con le bici a mano, camminando. A circa venti metri da noi vediamo una casetta col tetto spiovente, ero un po’ imbarazzato, non so se avrei voluto andare a salutare quello che sembrava essere un inquilino molto sulle sue, dato che la casetta era isolata dal resto del mondo, a un chilometro dalla casa più vicina. Lasciamo le bici a terra e tagliamo il sentiero all’avventura verso ‘sta casa. Il tetto era verde di tutto il muschio, e le tre colonnine erano la porta e le finestre di legno bianco. Mi accorgo che non ci sono i vetri, la casa è aperta.
«Ehi, ma è abbandonata!».
La cosa si fa molto interessante.
Riuscendo a non farci uccidere dalle rosespine, entriamo dalla finestra. Quello che ho visto è degno di un documentario, che registrerò domani. Il primo pensiero: me la compro, la ristrutturo e ci vivo. Il pavimento è trafitto da una sbarra di ferro talmente sottile che non può essere un pilastro portante. Come infettato da essa, è rigonfio alla sua base. Sicuramente l’acqua deve averlo rovinato. Mi dà una certa sensazione alla Edgar Allan Poe. Il racconto horror che sto scrivendo e che pubblicherò entro marzo riceverà forte ispirazione da quello che ho vissuto oggi.
Dopo aver visitato la casa, che non aveva davvero un’aura spaventosa, quanto più dolce e desolata, torniamo indietro saltellando fra le spine e imbocchiamo la via alberata. Dato che si erano fatte quasi le cinque, cominciavo a volere un bel piatto caldo, quindi lasciamo che la salita sparisca dietro la curva, invitandoci a cercare altre avventure, e torniamo alla casetta con le gattine. Un delizioso frullato di ceci, verdure e ortaggi a insaporire i bucatini, un abbiocco epico ed eccomi qui a scrivere. Sono le sei e mezza, fuori è nero e dentro è giallo caldo. Nessuna premura, solo pace. Life could be a dream.
«Ehi, ma non li abbiamo visti più i cigni!».






