La recensione del nuovo film di Marco Bechis, di Fabio Bagnasco
Ci sono film che raccontano la Storia e altri che provano a raccontare cosa succede alle persone quando la Storia gli entra dentro e non se ne va più. Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis appartiene soprattutto alla seconda categoria. È un film sul ritorno, certo, ma ancora di più è un film sull’impossibilità di tornare davvero indietro. Mariano Guerra, interpretato da Adriano Giannini, vive in Italia da molti anni. Ha un lavoro, una vita, una quotidianità che è riuscito a costruirsi lontano dall’Argentina. Poi arriva il momento di tornare a Buenos Aires per testimoniare contro gli uomini che lo hanno sequestrato e torturato durante gli anni della dittatura. E da quel momento qualcosa si rompe. Non perché Mariano scopra qualcosa che non conosceva, ma perché è costretto a guardare di nuovo quello che per anni ha cercato, in qualche modo, di mettere a distanza. È questo il punto più interessante del film: Bechis non racconta tanto la violenza quanto quello che la violenza lascia quando è finita. Il corpo può uscire da una prigione, una persona può cambiare Paese, ricominciare a lavorare, innamorarsi, costruirsi una famiglia. Ma non è detto che riesca a liberarsi di quello che ha vissuto. Mariano è un sopravvissuto e proprio questa parola, nel film, diventa qualcosa di molto meno semplice di quanto possa sembrare. Sopravvivere non significa necessariamente sentirsi fortunati. A volte significa convivere con il senso di colpa, con i ricordi, con le cose che si sono fatte o che si è stati costretti a fare per restare vivi. È una delle parti più dolorose del personaggio, perché Bechis non lo mette mai nella posizione rassicurante della vittima senza ombre. Mariano soffre, ma soffre anche per quello che pensa di aver fatto. E soprattutto per quello che pensa di non poter più cambiare. Adriano Giannini lavora molto su questa dimensione trattenuta. Non è un personaggio che racconta continuamente quello che prova, anzi. Spesso sembra quasi volerlo nascondere anche a se stesso. È nei silenzi, nei momenti in cui resta fermo, negli sguardi, nelle esitazioni che si capisce quanto il passato sia ancora presente. Ed è una scelta che funziona proprio perché il film non cerca continuamente di spiegare allo spettatore cosa deve provare. Bechis lascia spazio al disagio, alla memoria, anche alle contraddizioni. Del resto non poteva essere un film semplice, considerando anche la storia personale del regista, che quella violenza l’ha conosciuta direttamente. Ma Ritorno a Buenos Aires non sembra voler trasformare questa esperienza in una dichiarazione personale. Piuttosto la mette al servizio della storia di Mariano e di tutti quelli che, dopo una dittatura, una guerra o una tragedia collettiva, devono trovare un modo per continuare a vivere. Il processo diventa così quasi un luogo mentale prima ancora che giudiziario. Tornare a raccontare significa riaprire ferite che forse non si erano mai chiuse. Significa rivedere persone, ricordare nomi, ricostruire episodi che la memoria ha conservato in maniera spesso frammentaria. E significa anche confrontarsi con una domanda che il film lascia aperta: quanto può davvero aiutare la giustizia una persona che porta dentro di sé qualcosa che nessuna sentenza potrà cancellare? Bechis non dà una risposta facile, e fa bene. Perché il film sarebbe stato molto meno interessante se avesse cercato una conclusione consolatoria. Quello che resta è invece una sensazione più inquieta. Mariano è tornato a Buenos Aires, ma non è mai veramente tornato a casa. La città che trova davanti a sé è diversa da quella che aveva lasciato, ma dentro di lui continuano a esistere i luoghi del passato. È come se camminasse contemporaneamente in due città: quella del presente e quella della memoria. Ed è forse qui che il film riesce a dire qualcosa che va oltre la vicenda argentina. Perché il passato non è soltanto quello che ricordiamo. È anche quello che ci portiamo dietro senza volerlo, quello che riappare quando meno ce lo aspettiamo, quello che magari pensiamo di avere superato e che invece è ancora lì. Ritorno a Buenos Aires è un film doloroso, ma non cerca di esserlo a tutti i costi. Non spettacolarizza la sofferenza e non ha bisogno di alzare la voce per ricordarci cosa è successo. Preferisce stare vicino al suo protagonista e guardarlo mentre prova a fare una cosa forse ancora più difficile del sopravvivere: capire se dopo tutto quello che è accaduto è ancora possibile vivere senza sentirsi prigioniero di ciò che è stato. È una domanda che Bechis non risolve e che, alla fine, rimane anche allo spettatore. Perché alcune ferite non si vedono e alcune persone imparano semplicemente a conviverci. Mariano è una di queste. E il suo ritorno a Buenos Aires, più che un viaggio nel passato, diventa il tentativo, forse l’ultimo, di smettere di fuggire da se stesso.
Fabio Bagnasco







