Sì è svolto ieri sera a Paceco un Reading letterario con la lettura, accompagnata da un sottofondo musicale, di alcuni racconti tratti dal libro “Antologia della colpa” curato da José Russotti. Il loro tema è la violenza sulle donne, nelle sue varie forme, alimentata da una cultura radicata di possesso e di dominio e da modelli educativi non ancora del tutto superati.
Sono intervenuti Salvatore Capo, Gaspare Falcetta e Giovanni Teresi. Giovanna Scarcella ha presentato e commentato il libro e ha letto un altro racconto, quello scritto da Grazia Di Stefano sulla sua drammatica esperienza personale.
Qui il testo che ha letto il dottore Salvatore Capo, che è la seconda parte del suo racconto, intitolato “Dimitri e Dafne”, che si trova nel libro.
I due giovani si incontrarono nel piccolo giardino dietro la casa di Dimitri, sotto le stelle e la luna.
- Quante volte ho assistito ai convegni delle stelle standomene da sola appoggiata a questo muro – disse Dafne. I suoi occhi erano dolci e luminosi. – Stasera sono le stelle ad assistere a un convegno più bello, che è il nostro.
Dimitri la fissò. – Ma sei sicura di avere trovato quello che cerchi con me? – chiese, con un tono in cui c’era freddezza ma insieme tenerezza.
Dafne rispose serena: – Amore, io ho trovato tutto quando ho trovato te.
Quella sera il loro legame rimase sospeso tra promessa e fragilità. Anche Dimitri avrebbe voluto regalarle quella dolce parola. Perché anche lui la amava. Ma non voleva dirglielo, perché erano stati i suoi genitori a spingerlo verso Dafne e nessuno doveva intromettersi nella sua vita.
Due giorni dopo i genitori di Dafne erano partiti per un impegno improvviso di lavoro e, per non lasciarla sola a casa, l’avevano lasciata a casa dei genitori di Dimitri, che erano i loro migliori amici. E fu quella sera che Dimitri, in un momento in cui erano soli nel giardino, decise di affrontarla: – Perché sei qui? Io…io non ti amo. Sto con te per compiacere i miei genitori, e per i soldi di tuo padre.
Dafne lo guardò e impallidì. – No…non voglio ascoltare.
E senza che Dimitri avesse il tempo di capire ciò che stesse accadendo, quanto la stesse facendo soffrire, si voltò e fuggì via. Tornò a casa sua, lasciando Dimitri solo sotto un cielo che, ora, non aveva più stelle.
Approfittando dell’assenza dei genitori, due malfattori si introdussero nella sua abitazione. Non si aspettavano di trovarla.
La ragazza, riconoscendoli, cercò istintivamente di chiamare aiuto. Fu un attimo: la paura, poi la selvaggia aggressione. Prima l’hanno violentata. Poi l’hanno uccisa e sono fuggiti nella notte, lasciando dietro di sé una casa vuota, un silenzio irreparabile.
Quando Dimitri apprese della morte di Dafne, la sua rabbia esplose senza argini. – Per orgoglio. Per il mio stupido orgoglio! – gridò. – Per ripicca verso i miei genitori, che mi avevano spinto verso di te!
Dare un senso a quel vuoto lo trascinava più a fondo nella sofferenza. Forse i vecchi che hanno varcato i ponti della vita se ne vanno pronti. Ma i giovani no, hanno ancora il cuore debole dei fiori. Per loro si può solo gridare il colore sbiancato della terra, l’assurdo fato, che non ha occhi e non ha pietà. E il dolore di Dimitri si faceva più acuto, più insistente, come se il cuore avesse bisogno di urlare ciò che le labbra non riuscivano a dire. E la sua angoscia diventava un rimprovero a se stesso: – Ti amo ancora, ti amo più di prima. Ma come posso amarti ora, se non ti ho amato quando eri viva, quando eri qui con me? Dovevo amarti allora, non ora. Non si devono amare i morti! Si devono amare i vivi! Come ho potuto oppormi all’amore? Come ho potuto pensare che ci fosse qualcosa di più importante?
La madre lo trovò seduto nella penombra, lo sguardo fisso oltre la finestra, come se cercasse qualcosa che non avrebbe mai più potuto afferrare. Sì sedette accanto a lui, con le mani tremanti. E cercò dentro di sé parole per consolarlo. – Il tempo accarezza il dolore di chi soffre. E con te soffre Gesù, che ci dona la speranza che la morte non è la fine.
Ma Dimitri, disperato, le gridò in faccia: – Il tempo non consolerà il mio dolore, perché continuerà a ricordarmi che sono stato io, sono stato io! la causa del mio dolore! E poi, dov’era Gesù quando le carni di Dafne venivano lacerate, quando la sua anima pura veniva imbrattata di sangue e di vergogna?! Dov’era?! Non c’è nessun male che il tuo Dio non permetta! Nessun male che il tuo Dio non osservi senza fare nulla! Non è un Dio dell’amore!
La madre lo accarezzò e lo abbracciò, come quand’era bambino.
Anche il padre tentò di avvicinarsi a lui, ma con la sua solita razionalità: – La tua sorte, se ci pensi, è la sorte di tutti. Tutti pensano di essere nati per avere ciò che non hanno. Solo i saggi sanno di essere nati per perdere ciò che hanno. Tutto cambia, Dimitri, tutto muta.
Dimitri approfittò di questo spunto del padre: – Ma allora dimmi: se c’è questo mutamento, la morte metterà fine o no al mio patire interminato?
Il padre esitò. Era una domanda forte e inattesa. - Come posso dirti di sì? Come posso dirti di no? La parola può solo scavare se stessa, può solo descrivere se stessa, lo capisci? Ah, fossimo muti, come i pesci e le pietre! Come le rose e le stelle!
- Vedo che tu non hai parole più forti del silenzio – concluse Dimitri.
Dimitri non sentiva più le voci dei vivi, ma solo il rumore stridulo e nero della morte. - Come posso continuare a vivere io, se tu non vivi più? I vivi, in fondo, diventano sempre fratelli dei morti.
Una notte sentì ancora, chiara e forte, la sua voce: – Perché non mi hai detto che mi amavi? Perché hai lasciato che mi lacerassero le carni? Perché la mia vita non è rimasta con te?
E anche la sua voce fu chiara e forte: – Ma la mia vita è rimasta con te, Dafne adorata. È rimasta con la tua purezza. E il mio amore per te era puro. Ma con gli uomini non esistono storie pure. Sono sempre mischiate di spine, o di fango.
Dimitri non seppe reggere l’assenza di Dafne. Una notte si gettò nel mare, con una pietra legata al corpo. E rimase prigioniero delle acque, come lo era stato delle spine dell’anima.
La madre era affranta, anche perché vedeva il dolore muto del marito. E pregava per lui: – Io almeno ho una speranza, ma lui che non ce l’ha come fa ad andare avanti, come fa? Quelli che non credono devono essere più forti di quelli che credono. Signore, donagli la forza. Ne ha bisogno più di me. A me fammi disperare, ma lui fallo piangere!
E poi, seduta su quella sedia, continuava a dondolare Dimitri tra le braccia. E piangendo gli cantava la ninna nanna.







