
Tra il mistero del tempo e i confini invisibili della coscienza, Fabio Bagnasco continua a costruire un percorso autoriale riconoscibile, in equilibrio tra cinema di genere e riflessione filosofica. Da una parte La Macchina del Tempo, cortometraggio ormai pronto ad entrare nella fase delle riprese (Steti Produzioni di Simone Faucci, WeShort Originals); dall’altra Il Triplice Abbraccio, un’ambiziosa serie che ridefinisce il concetto di legal thriller contaminandolo con una dimensione metafisica. Due opere diverse, ma unite dalla stessa domanda: cosa accade quando la realtà non basta più a spiegare ciò che viviamo?
Fabio, partiamo da La Macchina del Tempo. A che punto è il progetto?
Siamo praticamente pronti. La sceneggiatura è definita, il progetto artistico è stato costruito con grande attenzione e tutta la macchina organizzativa è ormai predisposta per entrare in produzione. In questo momento attendiamo soltanto ulteriori apporti produttivi che ci permettano di affrontare le riprese con le risorse adeguate.
È una fase delicata ma anche molto stimolante, perché significa che il film esiste già nella sua anima: ora deve soltanto trovare la sua piena realizzazione sul set.
Il titolo richiama immediatamente la fantascienza, ma il progetto sembra andare in una direzione diversa.
Esatto. Il tempo è soltanto il punto di partenza. Non mi interessava raccontare il viaggio temporale come espediente spettacolare, ma come esperienza interiore.
La Macchina del Tempo nasce ispirandosi alle suggestioni del libro Nelle Fauci del Tempo di Davide Pulici e al mistero del cosiddetto Cronovisore, ma non vuole essere un adattamento. È un’opera autonoma che utilizza quel patrimonio di interrogativi per esplorare temi molto più universali: la memoria, il rimorso, il confine tra ciò che crediamo reale e ciò che forse esiste oltre la nostra percezione. Il racconto si muove così verso un horror metafisico, dove la paura nasce più dalle domande che dalle immagini.
È un cinema che sembra privilegiare l’atmosfera rispetto all’effetto.
Credo che oggi il pubblico abbia bisogno di essere coinvolto emotivamente e intellettualmente. L’effetto speciale può sorprendere per qualche secondo; un’atmosfera, invece, può restare dentro per anni.
Cerco sempre di costruire immagini che abbiano un significato ulteriore, qualcosa che continui a lavorare nello spettatore anche dopo la fine del film.
Parallelamente sta sviluppando anche Il Triplice Abbraccio, una serie televisiva molto particolare. Come la definirebbe?
La definisco un legal thriller di stampo metafisico.
Mi affascinava l’idea di partire da un impianto apparentemente classico — quello dell’indagine, della giustizia, dei processi e dei conflitti morali — per poi introdurre una dimensione più profonda, dove il diritto incontra la coscienza e il concetto stesso di verità viene continuamente rimesso in discussione.
Non ci sono soltanto colpevoli e innocenti. Ci sono persone costrette a confrontarsi con ciò che non riescono a spiegare razionalmente.
Quindi il mistero non è soltanto narrativo.
Esatto. Il mistero è esistenziale.
Mi interessa raccontare personaggi che vivono una crisi del proprio sistema di certezze. La legge cerca prove; la coscienza cerca senso. Quando queste due dimensioni entrano in conflitto nasce qualcosa che, secondo me, ha una grande forza drammatica.
Il titolo Il Triplice Abbraccio è molto evocativo.
Lo è volutamente.
Senza anticipare troppo, rappresenta l’incontro tra tre dimensioni dell’essere umano: quella terrena, quella emotiva e quella spirituale. Sono tre livelli che convivono continuamente dentro ciascuno di noi e che nella serie finiscono per intrecciarsi fino a diventare inseparabili.
Nei suoi lavori ricorre spesso il tema del confine tra realtà e invisibile. È una scelta consapevole?
Assolutamente sì.
Credo che il cinema possa permettersi di fare ciò che altre arti fanno con maggiore difficoltà: dare una forma all’invisibile.
Non significa parlare necessariamente di soprannaturale. Significa raccontare tutto ciò che non riusciamo a misurare ma che influenza profondamente le nostre vite: il destino, il ricordo, il senso di colpa, la fede, l’amore, la memoria.
Sono elementi invisibili eppure potentissimi.
Cosa rappresentano per lei questi due progetti nel suo percorso artistico?
Rappresentano una naturale evoluzione.
Con La Macchina del Tempo sento di poter esplorare il linguaggio cinematografico in maniera molto personale, mentre Il Triplice Abbraccio mi offre la possibilità di sviluppare personaggi e temi su un respiro narrativo più ampio.
Entrambi, però, nascono dalla stessa esigenza: fare un cinema che non si limiti a raccontare una storia, ma che lasci nello spettatore una domanda.
Se dovesse definire il suo cinema con una sola frase?
Direi questa: il cinema non dovrebbe spiegare tutto.
Quando si esce dalla sala con qualche dubbio in più rispetto a quando si è entrati, forse il film ha davvero fatto il suo lavoro.
Luca Mari





