Standing ovation. Il suo aspetto è normale, sembra un uomo come un altro.
La presentatrice legge che nel tempo di leggere due pagine, nel mondo una donna viene uccisa, e per la maggior parte dei casi si tratta di un femminicidio.
L’atmosfera nell’aula del teatro è seria, c’è silenzio, tutti sono attenti ad ascoltare. In questo teatro ci sono tantissimi ragazzi adolescenti, e mi stupisce la calma, il silenzio. La presentatrice fa una battuta su un collaboratore molto disponibile che si è lasciato «torturare»; la presentatrice sorride con un sospiro che tradisce imbarazzo; io guardo il padre di Giulia: non vedo nessuna reazione. Io sento qualcosa di freddo e lungo che mi attraversa. Guardando gli occhi del signor Cecchettin mi sono chiesto se Giulia sia stata solo uccisa, o se prima sia stata torturata.
Le mie donne; le donne della mia vita. Si corregge: non sono le mie donne, sono le donne della mia vita. Il pianto. Pianse per la prima volta al funerale di suo papà, lo stesso padre che gli insegnò che un uomo non debba piangere. Quello che osservo nel signor Cecchettin è un uomo normale, cresciuto in modo normale, che viene travolto da un femminicidio, e coglie il dolore per trasformarlo in energia positiva. Dividere il dolore dalla sofferenza. Il dolore ti mette quasi in comunicazione con la persona che manca. Non lo fa per Giulia, ma per le Giulia del futuro, e anche per i Filippo del futuro; sì, mette dentro anche lui. Fare attenzione ai modi di dire e di fare. Era a fare colazione, c’era brutto tempo, e un signore dice un proverbio veneto: «Il tempo, le donne e i signori fanno quello che vogliono». Il tempo non lo comanda nessuno; i ricchi pure; e le donne? Perché non possono fare quello che vogliono? Tutti si erano messi a ridere, donne comprese.
«Perché le donne non possono fare quello che vogliono?»
«Vedi, anche tu l’hai capito! Le donne possono fare quello che vogliono!»
«E scusi, non dovrebbe essere così?»
Capito che era un’obiezione, lo guardò storto. In quel proverbio c’era la visione della disparità. Tra moglie e marito non mettere il dito. I panni sporchi si… si lavano in famiglia. Proverbi appartenenti a un’epoca passata. Le donne possono fare davvero quello che vogliono.
Il signor Cecchettin, intorno a sé, ha un’aura. Riesco a percepire, pure in modo minimo, la dimensione della tragedia. L’energia di questo lutto è così ampia che io, che pure amo scrivere, mi sto trattenendo dal digitare, lo faccio piano, e lentamente. Come se ogni lettera che io digiti sia pericolosa; come se ogni parola sia l’ago della bilancia. Mi accorgo che è proprio così.
Il signor Cecchettin parla in modo asciutto, calmo, stabile; accento nordico, che rinfresca l’aula. Diffonde un’energia pacifica. Sulla mia pelle sento quest’aura gelida che mi ammanta.
Ci sono cose che non possiamo controllare, preoccuparcene è tempo sprecato. Cosa posso fare io, d’ora in avanti? Devo proteggere la mia famiglia dallo tsunami mediatico. Bisognava trovare un alleato. L’alleato era Giulia. «Anch’io dovevo fare come Giulia, che era un’altruista di prim’ordine». E quindi l’associazione da lui fondata. L’idea che un altro genitore potesse provare il suo stesso dolore gli dava pena.
«Ma dopo un lutto non si va in tv! Non si scrive un libro!», ma il fine è di migliorare la società in cui si vive, come cittadino attivo. Anche per evitare che qualcuno faccia lo stesso errore che ha fatto Filippo.
«Chi si assume il conflitto, si assume anche l’autorità», dice il professore che intervista Cecchettin, facendo una citazione.
Trovo che sia bello il provare questa sensazione di ghiaccio. Bello perché sto empatizzando con Gino Cecchettin. Io so cos’è la morte, e so cos’è viverla in prima persona: a sedici anni mi ero deciso a lanciarmi dal Palazzo Grattacielo. E provavo la stessa, gelida, calma sensazione che provo adesso. E se quel salto fatale non lo feci mai, fu perché qualcuno riuscì a umanizzarmi. Allo stesso modo in cui Gino Cecchettin sta umanizzando tutti noi in questo momento.
Mi stupisce ancora di più che di almeno duecento posti, nessuno fiata. Una massa di studenti in silenzio, non vola una mosca. Questa è la potenza di ciò che stiamo facendo tutti assieme.
I miei pensieri intrusivi mi spingono a dire qualcosa al signor Cecchettin a voce alta, mi viene in mente perfino una battuta sulla sua somiglianza con un altro personaggio pubblico. Ho voluto trascrivere questi miei pensieri, perché l’LSD mi ha insegnato che bisogna lasciare scorrere. Occhio: non bisogna lasciar correre. Lascia scorrere, con la esse.
Il mito di Gino Cecchettin era Clint Eastwood, il maschio alfa, che si impone anche con la forza. Il modello maschile vincente. E James Bond, che ha due, tre donne per film come fossero oggetti. E Schwarzenegger, e altri.
L’unica volta che disse: «Questa sera mi sento solo», fu la sua ragazza Monica a invitarlo a uscire, dopo che per molto tempo le aveva fatto la corte facendo il maschio alfa. Mesi a fare il maschione: niente; per una volta che mostra il suo lato umano e fragile: lei lo invita.
Bisogna lavorare non per far guerra ai maschi, ma per risolvere il maschilismo tossico [sic] che è fra tutti noi. Mi stupisce che abbia detto «maschilismo tossico», mi fa pensare all’altra locuzione, quella usata da molti: «femminismo tossico». A tal proposito colgo l’occasione per parlare di un fatto linguistico fondamentale: maschilismo non è il contrario di femminismo; femminismo non è il contrario di maschilismo. Se osserviamo bene, i due -ismi hanno radici diverse: femminismo deriva da femmina, maschilismo deriva da maschile. Femminismo deriva dal sostantivo, maschilismo dall’aggettivo. Il femminismo, per definizione, si occupa della sostanza, dell’essere femmina; il maschilismo si occupa invece della qualità, della caratteristica maschile, dell’essere maschile. Non si parla mai di femminilismo, anche se pur esiste una certa cultura su cosa debba essere femminile; né si parla mai di maschismo, perché della condizione del maschio in sé non c’è molto da dire, evidentemente. Di ciò che riguarda i maschi si può dire moltissimo: i morti sul lavoro, i suicidi, lo stress di una società che sui maschi punta tutto; eppure si parla invece della maschilità, non del maschio in sé: sii maschio, predicato nominale, che diventa un tutt’uno con la frase «sii maschile», sono sinonimi. Mentre invece: «sii femmina», non è proprio la stessa cosa di dire «sii femminile»; per alcuni è la stessa cosa, per altri essere femmina significa essere donna. Ma essere uomo, ed essere maschio, sono due concetti abbastanza diversi. Potrei continuare per ore, ma spero che si sia compreso quanto il femminismo e il maschilismo non siano affatto l’uno il contrario dell’altro.
Se una ragazza attrae fidanzati, molti insulti.
Se un ragazzo attrae fidanzate, non si può insultare. Il professore fa notare questa cosa.
Dal dolore non si esce, perché ritorna il pensiero che ciò che è successo non è giusto. Quindi lavorare a livello educativo, perché è un investimento che si fa sul futuro. Lavorare sulle pene è un’azione immediata, ma che non risolve il problema. I programmi educativi devono guardare ai prossimi vent’anni per essere realizzati.
La sua voce mi infonde una profonda calma. Parla dell’inesistenza della «teoria del gender». La paura che fare educazione sessuoaffettiva faccia diventare tutti i ragazzi omosessuali. I ragazzi iniziano a parlare e non smettono più. Fa un appello ai genitori: donate ai vostri figli il vostro tempo: «Cosa posso fare per te?», a livello emotivo. Ecco, avrei voluto che qualcuno lo dicesse ai miei genitori dieci anni fa, quando il ragazzo ero io.
Sai una cosa, caro lettore? Sto provando un senso di colpa. Nella mia vita ho subito moltissima propaganda da tutte le parti. A me fa male che molte persone, soprattutto online, soprattutto donne, mi dicano che io, in quanto uomo, sia pericoloso, e malintenzionato. Come la procugina del mio ex, il quale mi ha lasciato dopo aver ceduto alle insistenti pressioni di tutta la famiglia, perché io sono un uomo, «e sono pericoloso come tutti gli altri». La procugina in questione ha quindici anni, e ha quindici anni il mio ex. 26 anni, 15 anni, un pericolo di per sé, giusto? Uno squilibrio evidente di potere e di possibilità. È Marsala nel 2026, molto simile alla Giarre del 1980, dove un’altra coppia omosessuale è stata spezzata: il più grande aveva 25 anni, il più piccolo 15, praticamente la stessa età mia e del mio ex. La coppia di Giarre fu spezzata con due colpi di pistola, mentre quella in cui sono stato io con due messaggini. Ma l’idea che il più grande fosse pericoloso di per sé, che l’età in sé fosse un fattore di rischio, rimane. Che essere maschio in sé sia un fattore di rischio. Queste sono quelle cose che allontanano i maschi da questa lotta, perché se a Jack Torrance dici che è pazzo, anche se non lo è, magari lo diventa davvero. Questa è la lotta contro l’ageismo, che si unisce a tutte le altre. Infatti, più tardi, ho fatto un intervento sull’intersezionalismo di questa lotta, perché l’altra discriminazione a cui sono soggetto, quella omobifobica, ha le stesse radici: la paura che il primato del maschio normale definito dalla cultura conservatrice venga messo in discussione; che la normalità sia anche diversa da quella a cui si rifà la cultura dominante. E che le varie propagande, alla fin fine, parlano sempre di nemici vaghi, «niente di personale», quando è nel momento in cui guardiamo l’altro negli occhi che capiamo chi abbiamo davanti.
In tv: uomini completamente vestiti che parlavano e donne seminude che sorridevano; e questa è già educazione di genere. Una educazione da invertire.
La gelosia non è segno d’amore, è già una forma di controllo, dice il professore. Non potrei essere più d’accordo.
Che cos’è l’amore? Le farfalle sullo stomaco, in termini egoistici. Nell’esperienza di vita, poi, se sei sincero e guardi all’altra persona come uguale a te, capisci che c’è una disimmetria; quello che vale per te non vale per lei; i modi di fare e di dire sono sfasati, con un vantaggio anche verso l’uomo. Stava subendo un intervento chirurgico, e nel letto vicino al suo c’era un signore di una certa età, che appena ha scoperto che il chirurgo era una donna ha detto: «Mi rifiuto di farmi operare».
Vedeva Monica che aveva cucinato, e lo dava per scontato, non la ringraziava. E Monica dava per scontato che a cucinare fosse lei, perché proveniva da una famiglia patriarcale. E la parola usata, «patriarcale», spande energia fortissima nella sala.
Monica gli chiese aiuto in casa al terzo figlio, e lo ringraziava: «ma se mi ringrazi siamo punto a capo». Dice che biologicamente, bisogna ammetterlo, gli uomini sono più forti. È un dettaglio importante, che non mette in discussione alcune cose. A me dispiace profondamente che molte persone, credendosi nel giusto, usano la parola femminismo per dileggiare la dignità umana. Un esempio di femminismo è Gino Cecchettin in questo momento che parla a noi tutti. Gli sono grato.
Chiedere scusa, e accorciare i tempi. Perché in certi momenti, poi ci si ritrova che tua moglie è sul letto, incapace di muoversi, e anche se non sei credente, preghi di poter donare la tua vita a tua moglie. Ma la vita non è un film, i miracoli sono meno frequenti nella vita. Ma la domanda è rimasta: è questo l’amore? L’asintoto dell’amore? Lezione di grammatica di un suo amico professore: amare è un verbo transitivo attivo. Se fatta bilaterale, è come un atto di fede per qualcosa che poi ti ritorna con gli interessi. Amare non è ricevere, ma è amare a sé stessi. Lo facciamo con i nostri figli, ma non con il partner, da cui spesso anzi pretendiamo.
Il professore cita un aneddoto raccontato da un suo amico medico di Alcamo. Un giorno venne in ospedale una signora con degli ematomi:
«Signora, suo marito le ha dato legnate?»
«Duttù, quannu è giusto.»
Barzellette sulle suocere; auguri e figli maschi; donna al volante pericolo costante. Noi uomini più furbi e svegli delle donne. Non piangere, non farti mettere i piedi in testa, non portare a casa le legnate. Armatura sui maschi; se ce la togliamo, non muore nessuno. Di nuovo il pensiero: non muore nessuno. Questo è il punto.
Al professore è piaciuto il modo in cui Gino ha parlato di Filippo. Non la responsabilità del singolo, ma della società, che è il brodo di cottura in cui poi avvengono i fatti drammatici. Non si smonta con le leggi, ma nelle relazioni. Pensare a una pluralità di figure maschili: l’eroe guerriero non è l’unico modello di vita; si può anche prendere in braccio un bambino, prendersi cura di una persona anziana.
Sento fresco, ma non c’è vento: sento un fresco dentro il cervello. Il professore si blocca per qualche secondo, non trova le parole, ma non c’è imbarazzo.
«Il femminismo serve per liberare metà del genere umano e aiutare l’altra metà a liberarsi».
Un conto sono i costrutti sociali che ci vengono insegnati, un altro è come siamo veramente. Non ci fanno vivere bene, ci condizionano, ci fanno vivere una vita dissennata. Serve molta più forza a chiedere scusa che non a dare un ceffone. In Veneto l’uomo che va a vivere dalla donna è definito il cappellano, per denigrarlo. In casa tua i pantaloni li porta la donna. Per criticare il fatto che comanda la donna. I conti li teneva Monica in casa, e lui ne andava orgoglioso, e glielo diceva, agli amici che glielo rinfacciano. Andate contro questi stereotipi, e non avete idea di quanto meglio si vive.
Davanti a me c’è un uomo brizzolato con la sua giovane compagna, direi 60 anni e 35 anni, o forse meno. È da prima dell’ingresso del signor Cecchettin che, piegato, sussurra delle cose e ride. Mano sul mento, sul naso, non sembra convinto. Lo vedo teso. Osservandolo, mi accorgo che mi ricorda Silvio Berlusconi.
Presentatrice.
Un uomo, presentato come un viceprefetto, prende la parola. Sento tutta la differenza: mi trasmette ansia, la sua voce trema. Sospira prima di parlare. Sento che c’è qualcosa che non va, lo vedo teso anch’egli. È molto pregnante, ma è comico. Ha una voce comica, con l’accento siciliano che fa sh anziché s. L’atmosfera creata da Cecchettin è completamente andata. «Rispondere a quella chiavata [sic] di occuparsi di educazione». Mi sta agghiacciando, ma per il modo ridicolo in cui parla, troppo pathos, sembra Giuseppe Simone. Urla in faccia a Gino Cecchettin: «FILIPPO NON ERA UN MOSTRO. FILIPPO ERA UNO CHE NON SAPEVA GESTIRE LE SUE FRAGILITÀ». Anche di fronte a questa macchietta tragicomica, Gino Cecchettin era impassibile, stoico. A me sfugge di dire: «Oh, ma tutto a posto?», per fortuna fra me e me.
Per fortuna gli hanno fatto l’applauso, ma io mi sono arrabbiato.
Nel 2018 lessi un libro: «Come essere stoici», di Massimo Pigliucci, che presentava la filosofia di Epitteto.
Importanti anche i saluti del sindaco, che ci tiene a ricordare anche le vittime dell’attentato a Carlo Palermo. La presentatrice ci tiene, nello spiegare a Cecchettin la storia, di dire che i bambini e la mamma furono «fatti a brandelli».
Ora è il momento delle domande. Ne ho una. Il signore che mi ricorda Berlusconi esce con fretta guardando il telefono, è sovrappensiero.
Aggiungi testosterone e i maschi aggredivano quelli più deboli, non quelli più forti. Aumentava l’aggressività verso chi era più debole.
Sottrarsi alla comunanza fra maschi, rigido come una sfinge di fronte alle battute omofobiche e sessiste. Gli altri erano delusi: «Perché non vuoi giocare con me?». Una complicità che ciascuno di noi maschi asseconda senza rendersene conto. Non è che non si possa corteggiare o non si possa più dire niente. Nel 2026 non possiamo permetterci più, come società, di ragionare in questi termini.
Al momento delle domande, un ragazzo dall’ultima fila chiede a Cecchettin, sospirando, se ha mai pensato al perdono.
«Se per perdono intendiamo condonare una colpa, non spetta a me. Filippo ha rotto il patto sociale. Se intendiamo il fatto che io come padre di Giulia ho imparato a non dar peso a quello che ha fatto, così che quel gesto incida, allora sì, possiamo parlare di perdono, fin dal primo momento. Mi ha dato un dolore incredibile che durerà per sempre. Ma tutti gli anni passati a odiarlo, ad augurargli il male, sono momenti sprecati, sono tempo ed energie sprecate. L’ho guardato il giorno del processo. Non rabbia, né ira, solo tanta pena. Per me è stato un passo avanti come uomo.»
Professore:
Il problema non siamo noi uomini, ma il patriarcato; tutti noi lo abbiamo interiorizzato, sia uomini sia donne. È da una cinquantina d’anni che ce ne siamo accorti, e possiamo smontarlo solo assieme. Cosa puoi fare tu, concretamente? Continuare a corteggiare le donne, amarle e rispettarle. Non possiamo, invece, smettere di fare. Mia sorella ha un asilo nido; i bambini si sporcano e, cambiandoli, a un maschietto vengono messi i pantaloni colorati, pantaloni rosa. Il padre, venendolo a prendere e vedendolo, se ne lamentò: che mettere dei pantaloni rosa al proprio figlio potesse condizionarne l’orientamento sessuale.
Tutti i bambini maschi giocano con le bambole. Mamme che se ne lamentano.
«Figlio mio, che stai facendo?
«Gioco a fare il papà.»
E la mamma lo guardò in un modo che sicuramente il bambino non ha dimenticato. Lo sguardo giudicante degli adulti gli ha insegnato che c’è un solo modo di essere uomo.
Smontare lo stereotipo significa abbracciare gli altri uomini. E non certo il dare pacche sulle spalle, o sul sedere. Abbracciare qualcuno, è questo uno dei cambiamenti.
Il fratellino voleva pure lui le unghie smaltate, e la bambina gliele smalta, e anche al professore. Tornati gli amici, la bambina aveva ancora le unghie smaltate, lui sì, ma la madre aveva cancellato le unghie del figlio in una frazione di secondo. Microattività da cancellare.
L’amica: «È disonorevole avere qualcosa di femminile, un vero uomo non può dipingersi o toccarsi».
Cita Zerocalcare: «Amare le donne è da froci». Mostrare le proprie vulnerabilità è qualcosa di profondamente umano.
Domanda dalla platea: «Come introdurre uno spazio dedicato su come si può insegnare sessualità e rispetto? Come introdurre testimonianze di persone che hanno subito le violenze?»
Educazione sessuale globale. La società migliora se la si fa. L’Italia l’unico paese europeo rimasto senza. Ma ‘sti poveri cristi di adolescenti come crescono?
Imbarazzo dai genitori; la scuola la fa poco e male; unica forma disponibile: pornografia per adolescenti e preadolescenti. Una sorta di pruderie, parlare di fare figli, ma anche di piacere sessuale possa traviare gli adolescenti.
Violenza sessuale a Palermo: stuprano una ragazza, uno riprende col telefono: «Abbiamo fatto un film porno». Il porno è fiction, non è realtà.
Quello che sta avvenendo in Italia è la cosa più sbagliata che possa esistere. Nei Paesi dove c’è l’educazione sessuale, aumentano le denunce, ma mica perché aumentano le violenze. C’è più consapevolezza su cosa sia il consenso. 4 uomini su 10 dichiarano di non capire il consenso della partner.
Se una ragazza mi dice no vuol dire forse; se dice forse vuole dire sì; se dice sì non è una donna perché le donne non dicono sì. Questa cosa ti spinge a insistere. Che il no è no va insegnato soprattutto ai figli maschi. L’amore e il sesso è una cosa che si fa in due, non è una cosa che qualcuno fa su qualcun altro. Il fatto che l’Italia non colga questa cosa è un segno della decadenza di questo paese.
Si scusa per non fare firmacopie: non sono uno scrittore, non sono una persona nota. Non riesco proprio a firmare. Sono persona nota per questo fatto di cronaca. Applauso.
Come mi sento ora che sono le nove meno dieci, sulla strada per il ritorno a casa? Mi sento arricchito. Mi sento più tranquillo; più maturo, più addentro. C’è un che di elegante, di fluido, di avvolgente. Il signor Cecchettin non mi ha imposto nulla, anzi ho percepito una tale morbidezza nel tono e nei contenuti. Una morbidezza, comunque, risoluta. Com’è che mi sento più rilassato? È che oggi, in questa sala, abbiamo fatto una cosa giusta. Ci sono alcune cose che sono giuste e basta. Liberarci, tutti insieme, uomini e donne, giovani e vecchi, di vecchi codici di comportamento che non ci servono più, e fanno danni, fanno danni irreparabili. E, per come la vedo io, tutto si riassume in una parola: rilassarsi. Il giorno che saremo tutti rilassati, è il giorno che il mondo sarà davvero il paradiso sulla terra.
Sento l’abbraccio paterno di Gino Cecchettin. Ma ti pare che a rilassarmi profondamente dovesse essere un incontro con il padre di una vittima di femminicidio? Sai una cosa… questo mi fa riflettere che l’allarmismo non serva a nulla, e che soprattutto venga agito per motivi altri rispetto alle emergenze che usa per allarmare. Questa sera Gino Cecchettin e noi tutti abbiamo portato in avanti la società, siamo progrediti come specie, e lo abbiamo fatto con il potere del rilassamento. Che non significa fregarsene, anzi il contrario: la calma è la virtù dei forti.
21 aprile ‘26
Non ho dormito, per due motivi: per la mia diagnosticata dipendenza da telefono, e perché quel gelo sentito sulla pelle non se n’è andato più. Ora sono tornato nel mondo, sono con un amico, guardiamo Cattivissimo me; non l’ho mai visto, roba da non credere. Già; tante cose, che sembrano ovvie, per alcuni sono da non credere.
2 giugno ‘26
C’è una cosa che non ho detto, di quel giorno: la domanda che ho fatto. Ma prima rifletto su quella domanda sul perdono. Perdono e condono fanno rima, però non sono sinonimi. Il condono non è nemmeno qualcosa di virtuoso. La mia domanda, invece, era molto più articolata, intricata e piena di subordinate, ho anche fatto una gaffe, che racconterò un’altra volta; la domanda:
«Io ho vissuto l’attivismo transfemminista online per anni, dai 19 ai 22, con estrema intensità, per ore al giorno, scannandomi con tanti sconosciuti per difendere pubblicamente i diritti delle donne; allo stesso tempo, ho vissuto la negatività di moltissime donne che mi hanno definito, in quanto uomo, un potenziale stupratore, un potenziale femminicida, in quanto uomo in sé, al di là della mia persona di Riccardo Oliva; che provarci con qualcuna sia molestia sessuale. Questo il livello di ciò che mi è entrato fin nelle ossa. Ora, le chiedo, signor Cecchettin: come faccio a rilassarmi?».
Non mi rispose lui, ma il relatore, che non poté che dirmi le cose razionali e sensate: che provarci con una non è un reato, e che essere uomo non implica di essere uno stupratore né un femminicida. Mi è dispiaciuto che non mi avesse risposto Cecchettin. La gaffe è stata che ho testualmente detto: «Vengo dallo stesso universo di Turetta», e la sala, pur a bassa voce, ha inspirato la sorpresa scioccata. Sì, ho detto quella frase per triggherare, ma è anche vera, e va capita: intanto è fattuale, e poi, Turetta e noi tutti usiamo i social, siamo esposti alle stesse propagande, siamo tutti sotto determinate influenze; e io quelle contro le donne, quelle incel, quelle che bisogna mostrarsi sicuri di sé a tutti i costi anche a costo di far male, le conosco, e sono sicuro che sono in larga parte responsabili di quel femminicidio.
Rilassarsi è rilasciarsi. Sono sul bus verso il mio nuovo lavoro in Danimarca; nulla a che vedere con l’incontro col signor Cecchettin; o forse sì: uno dei motivi per cui amo questa terra è che vi percepisco un diffuso rilassamento, dai passanti ai datori di lavoro ai passeggeri degli autobus. Qui c’è anche un diffuso rispetto verso il corpo e i confini altrui. Certi momenti fanno crescere come persona, e quello con Gino Cecchettin fu uno di quelli.





