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La bella solitudine in un normale sabato danese. Soccattrova n. 7, di Riccardo Oliva

9 maggio 2026, le ventidue (settimana #1390)

La piazza del castello di Hillerød o, a essere precisi, di Frederiksberg, è vuota, ampia e accogliente. La grande guglia dell’entrata ha due finestre rettangolari che sembrano occhi, e due finestrelle sopra che sembrano sopracciglia. Delle sfere luccicanti campeggiano in cima, regalando alla vista un aspetto magico. Di fronte ad essa, la grande composizione della reggia: io non sono uno storico dell’arte, quindi non so descrivere bene cosa vedo, ma perfino le impalcature dei lavori di ristrutturazione hanno una propria aura carismatica. Le luci gialle si spandono dai lampioni antichi e da poche stanze che regalano quadratini di luce. Mi sento piccolo piccolo, e nonostante qui ci sia solo io, la solitudine che provo in qualche modo si unisce alla bellezza di ciò che ho davanti, troppo complesso per i miei occhi ignoranti. Beata ignoranza, una volta tanto, sotto il cielo pastello. Oltre al freddo gentile, che non congela, ma si limita a rinfrescare con forza, sento versi di uccelli, che non riconosco se siano di anatra, di cigno, o di chissà che, so solo che sento gracchiare. In lontananza della musica rimbomba, c’è qualche schiamazzo di ragazzi, alcune auto passano su chissà quale strada. Nulla si muove. Sento perfino il ronzio del silenzio, simile a quello delle vecchie tv quando erano accese ma non connesse ai canali. Questa piazza di pietre e granelli è una tela che posso riempire a piacimento, può essere uno dei luoghi onirici che tanto ho sognato nei miei anni adolescenti, e lo sarà, oh sì se lo sarà! Una fontana al centro di essa ospita statue che si rifanno all’immaginario greco, con satiri, bacchi, uomini, ma non vedo bene perché è buio, e non mi va di alzarmi dalla magia che vivo su questa panchina a lato, accanto a uno dei due archi di pietra, da cui ogni tanto passa una giovane coppia. Sono tutti giovani, qui a Hillerød; qui in Danimarca. Ragazze della mia età o più giovani parlano questa lingua dolce, goffa e contorta. Quando mi chiedono: «Riccardo, perché ami la Danimarca?», spesso rispondo: «Non lo so». La Danimarca non fa nulla per attrarmi, non è come Malta: Malta è un Paese che si è prostituito al mercato, non ha più un’identità, e ogni centimetro cubo della sua isola principale restituisce un senso di disagio e divertimento a buon mercato. La Danimarca è l’esatto opposto: è difficile fare amicizia per caso, tutti sono molto impegnati e nessuno ti dà, né si prende, più confidenza del necessario. Io amo questo Paese perché nessuno mi ha mai aggredito, né urlato in faccia; nessuno mi ha mai offeso online, e nessuno ha mai guidato in modo da uccidere qualcun altro. Insomma, la Danimarca è nel mio cuore perché è come quella persona che, pur avendo standard molto alti, non è snob, e di cui ti puoi fidare. La solitudine mi pesa molto meno, in questa piazza vuota, perché riesco a vedere i suoi abitanti, secoli addietro, che vi camminano, e la cui vita sprizza, o forse sono solo mie ignoranti immagini. Ma io la vita la sento sprizzare lontana: ragazze che cantano e ridono. Io so che troverò la mia dimensione, fra questa gente. Da quando sono arrivato qui ho osservato che sono molto più tranquillo, il senso di pace ha penetrato i pori della mia pelle. Quando cammino per le strade danesi, mi sento al sicuro, mi sento calmo, le auto vanno a 30.
Uscendo dal castello, alla mia destra c’è un laghetto che sembra un fiume, o viceversa. E su di esso, un bianco cigno nuota con le ali spalancate, chissà perché; a me fa ridere. E nessuna foto può restituire la magia di questo momento, dove i colori sono soffusi, sembra di essere in un’altra dimensione, sembra di essere in una fiaba. Davanti al fiume, un prato verde, quindi la strada pietrata con lampioni in coppie che mi accompagnano dopo il ponte, perché il castello è circondato dall’acqua. Ci sono dei portici sull’acqua, fra un costone e l’altro della composizione di questa bellezza. Le finestre della parte sinistra sono gotiche, ma poi sono rettangolari, cioè, ma che è? Un po’ alla danese, un po’ alla gotica, e poi le mattonelle rosse come a Bologna. Ignoro la mia stessa ignoranza e mi godo lo spettacolo. Un bambino in bici, col suo casco verde acqua, spunta da un angolo, piccolo e agile, frena e si gira chiamando qualcuno in danese; la sua voce angelica rimbomba fra le pareti; mamma e sorella si avvicinano, anche la sorella ha la bici e mi vede; pesto un cumulo di granelli e mi giro a guardarlo mentre cammino oltre. Non c’è niente, non ci sono stimoli, né appigli. C’è solo una grande solitudine in un’ampia, piccola città.
Questo pomeriggio, con il bustone di tela pieno di spesa in spalla, chiedo a una ragazza che cosa c’è di carino stasera. Aspetto che lei si accorga di quest’uomo in piedi a tre metri da lei e che stacchi dal telefono per guardarmi. Mi risponde che questo è un normale sabato senza granché di attività: «Just people going out and chilling with friends». Già, gli amici: quelli che mi mancano qui. Tocca trovarne; ci riuscirò: giovedì prossimo c’è un open-mic in un locale, e daje che canterò la mia rabbia in italiano. Per un viaggiatore come me, app come Hinge sono una risorsa importante: infatti ho già trovato qualcuno da incontrare, ma stanno tutti o a Copenhagen o a Aarhus; quindi, oggi, ho fatto una cosa che non faccio mai: ho posto il limite della distanza a 15km, cioè il nulla. Farlo a Marsala significa condannarsi a vedere solo il solito pinco pallino strano e depravato, ma qui, in una città più piccola di Alcamo, sta pienissimo di gente attiva, la Danimarca è tutta così: pure nei paeselli con 8mila abitanti c’è sempre un sacco di gente in giro. E io a vagare intorno alla ricerca della mia cerchia. C’est la vie, ho scelto io di strappare le radici come modus vivendi.
Io ci ho provato a fare delle foto, ma comunque amo il fatto che sono sbiadite, vecchie, che non restituiscono la vera immensità di quello che ho immortalato. E così mi va bene, perché tu le guardi e la bellezza te la devi immaginare. Mi fanno paura le foto in ultrahd, perché uccidono la magia.
Mi alzo e seguo la musica tunz-tunz. Case lontane, private, ma oltre un piccolo sentiero la cui oscurità è contrastata da deboli lampioncini da terra, scorgo schiamazzi adolescenti in mezzo a degli alberi in fondo a un semicerchio di prato. Come avvicinarmi a loro, se io sono più vicino ai 30, rispetto a loro che vanno per i 20? Le solite fisime alla base del mio isolamento sociale. Ma anche perché se mi avvicino a un gruppo a Marsala, quasi mai se ne cavano soddisfazioni. Questo il fantasma che non ho ancora la piena energia di guardare negli occhi.
Torno a casetta, nella super-tiny-house che mi è stata assegnata, calda e accogliente, e metto l’unico artista che riesce a farmi godere la solitudine: Lucio Battisti, che stavolta inizia cantando per me «Amarsi un po’». Me la godo nella luce ambrata di una lampadina usb che mi sorprende per la sua potenza. Invio i curriculum ai vari negozi, locali e quant’altro a cui ho chiesto in giro. Ma ti pare? Io che a Marsala, per fare la stessa cosa, sono andato quasi nel panico e ho dovuto fermarmi dopo appena un negozio, che invece in Danimarca chiedo tranquillamente: «Come posso candidarmi per lavorare qui?», e le risposte negative mi scorrono via come nulla. Stessa cosa con gli inviti per un appuntamento: alla bellissima ragazza argentina che sta facendo la volontaria nello stesso giardino, e con cui lavoro ogni giorno da settimana scorsa, ho chiesto di uscire stasera, ieri sera. E lei mi ha detto prima sì, dopo dieci minuti mi ha detto no, dopo altri venti ha cambiato idea e mi ha ridetto di sì, e dopo mezz’ora alla fine mi ha detto di no una volta per tutte. Tanto il mio cuore è bello allenato alle insensatezze, delle donne come dei ragazzi; allenato a incassare strappi improvvisi, come da solita esperienza all’italiana, alla carlona, dove i tiamo volano come coriandoli, poi il carnevale finisce di corsa e rimane un vuoto che, al contrario della piazza in cui mi trovo, risucchia in un vortice di rimuginazione di fronte alla bellissima foto profilo del mio ultimo ex. Come della mia ultima storia vissuta con intensità offline, e conclusasi con un messaggino improvviso, più simile a un infarto che a una naturale rottura graduale. O come di quella femminista che, ieri per l’appunto, mi ha fatto il solito predicozzo super aggressivo su uno dei discorsi cervellotici che si fanno su Instagram, mentre io ho solo detto che il linguaggio da barricata che semplifica tutto allo slogan «Gli uomini sono nel torto, le donne sono nel giusto» sia un problema, che non riconoscere la dignità del dolore di un maschio sia un problema, e che ci sia un gran bisogno di rilassarsi. Il potere del chilling, che ho imparato qui in Danimarca, e che in Italia manca del tutto. L’aria fredda mi accarezza la pelle, mi solleva come la pelle fresca del fianco e delle guance di una ragazza; della stessa ragazza con cui, su una panchina come questa, mi sono rilassato, ma di fronte allo splendido buio del lungomare del centro marsalese a notte fonda. «La vita è così dura, ma la tua pelle è così morbida», e ridiamo. Perché in fin dei conti, se ci spogliamo delle sovrastrutture, non restano che i nostri corpi, nel silenzio, di fronte alla nudità del cielo.

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