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Libri

Per non morire… gli assassini temono la poesia – poesie da Gaza

di Antonino Contiliano

“Il loro grido è la mia voce – Poesie da Gaza” (Fazi Editore, 2025, pp. 141, € 10, 20) raccoglie trentadue testi scritti da dieci poeti palestinesi dopo il 7 ottobre 2023, molti dei quali uccisi o in fuga sotto i bombardamenti. Il libro, curato da Antonio Bocchinfuso, Mario Soldaini e Leonardo Tosti, è accompagnato dalle parole dello storico israeliano Ilan Pappé, della scrittrice Susan Abulhawa e del giornalista premio Pulitzer Chris Hedges. Per ogni copia venduta, 5 euro saranno donati a EMERGENCY per le attività sanitarie nella Striscia di Gaza.

La raccolta consegna una doppia immagine. Da un lato, la devastazione della Palestina, colpita da una guerra che ha cancellato case, scuole, famiglie. Dall’altro, la forza delle parole: la poesia come resistenza civile, gesto di dignità, spazio minimo e inviolabile di umanità. Come nota Pappé, scrivere durante un genocidio significa riaffermare una presenza, trasformare l’esperienza estrema in una lingua che non si arrende.

Molti testi portano la voce diretta di chi scrive nell’attimo incerto tra la vita e la morte. Per il traduttore Nabil Bey, queste poesie custodiscono “il suono delle strade di Gaza, il pianto dei bambini, il canto degli ulivi”: un deposito di memoria che resiste all’annientamento.

Il caso più emblematico è quello di Refaat Alareer, poeta e docente, ucciso nel dicembre 2023. Sua è la poesia “Se devo morire”, scritta anni prima per la figlia Shymaa e oggi divenuta simbolo globale della resistenza poetica. Anche Shymaa è stata uccisa nell’aprile 2024, insieme al marito e al loro bambino. La poesia resta: fragile e incandescente, contro la violenza che vuole cancellare nomi e storie.

La raccolta ci ricorda che la poesia non è un lusso per tempi pacificati, ma un modo di custodire la vita quando tutto intorno crolla. È questo il nucleo più forte del libro: la capacità delle parole di tenere aperto un varco, anche minimo, verso un futuro immaginabile.

Scrivi a Shymaa:

Se devo morire, tu devi vivere per raccontare la mia storia, per vendere le mie cose, per comprare un pezzo di stoffa e qualche filo (fallo bianco, con una lunga coda), così che un bambino, da qualche parte a Gaza, fissando il cielo negli occhi, aspettando suo padre che è partito tra le fiamme – senza dire addio a nessuno, neanche alla sua carne, neanche a se stesso – veda l’aquilone, il mio aquilone che hai fatto tu, volare alto e pensi, per un momento, che lassù ci sia un angelo che riporta l’amore. Se devo morire, che porti speranza, che sia una storia.

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