Itaca Ebbra
Itaca Ebbra è un titolo che già da solo spalanca un orizzonte simbolico, ricco, perturbante.
Itaca, Itaca, l’isola del ritorno, la terra del compimento, viene qui fatta vacillare, resa ebbra: non più approdo stabile e sicuro, ma luogo tremante, smarginato, saturo di emozioni che traboccano.
Fabiola Cusumano trasforma così “uno dei miti fondativi” dell’immaginario occidentale, in una metafora privata e universale al tempo stesso, in cui il viaggio non è soltanto movimento geografico ma esperienza interiore, ferite e desiderio. La bravura dell’autrice emerge fin dalle prime pagine, nella capacità di tenere insieme il mito e l’intimità, la memoria collettiva ed il vissuto personale.
La sua scrittura si nutre di contrasti, la solidità di Itaca contro la sua ebbrezza, l’ordine del verso contro la sua vibrazione emotiva, la lucidità del pensiero contro l’onda della passione. Ne nasce una poesia che sembra navigare con una bussola che accetta lo smarrimento come parte del percorso.
- L’ebbrezza come stato dell’anima
L’ebbrezza evocata da Cusumano non è abbandono al caos, ma un modo per lasciar filtrare ciò che normalmente tratteniamo: fragilità, nostalgie, solitudini che il linguaggio quotidiano copre. L’autrice eccelle nel restituire questo movimento oscillatorio tra controllo e perdita, come se il soggetto poetico camminasse su una linea di costa dove il mare della memoria continua a lambire e a riscrivere il terreno. Il suo è un lirismo consapevole, che non indulge al sentimentalismo ma sceglie la precisione delle immagini e una musicalità essenziale, capace di vibrare per sottrazione. Ogni poesia è sempre un piccolo approdo temporaneo, un luogo in cui sostare per riprendere fiato prima di rimettersi in viaggio.
Tra i temi dominanti spiccano la ricerca di sé, l’identità come approdo mai definitivo, il desiderio di un ritorno che si rivela sempre incompiuto. Ma è proprio in questa impossibilità che l’autrice trova la forza per costruire un discorso poetico autentico: Itaca rimane un punto di riferimento, ma è ebbra perché continuamente reinventata dal movimento interiore della voce poetica.
Cusumano mostra una particolare abilità nel rendere il viaggio non come una progressione lineare, bensì come una spirale di avvicinamenti e allontanamenti, una cartografia emotiva dove il mare- simbolo ricorrente- rappresenta ciò che unisce e separa, ciò che trattiene, spinge oltre.
Una delle qualità più evidenti della poetessa è la capacità di creare immagini che restano nella mente come frammenti luminosi: maree interiori, orizzonti che barcollano, porti che tremano. Le sue metafore non sono mai decorative, hanno il peso specifico di ciò che nasce da un’urgenza autentica. Questo fa sì che il lettore non rimanga spettatore ma venga coinvolto nel processo stesso della ricerca, come se condividesse l’incertezza e la speranza del cammino. La poesia di Fabiola possiede una voce definita, riconoscibile: intensa, ma mai gridata, capace di un lirismo controllato, di una limpidezza che non rinuncia alla complessità.
La sua scrittura sembra sul punto di svelare un segreto e forse il segreto è proprio l’oscillazione continua tra il bisogno di radici e la spinta verso d’altrove. Itaca ebbra è una raccolta che chiede al lettore di sostare, di farsi attraversare. Non racconta un ritorno, ma il desiderio stesso del ritorno, un desiderio che rende l’isola interiore una meta sempre rinnovata, sempre “Ebbra” di vita.
La bravura di Fabiola sale: rendere la poesia al tempo stesso intima e archetipica, fragile e luminosa, come un’onda che torna a riva senza mai essere la stessa.
Itaca Ebbra è una raccolta che si sottrae a ogni facile interpretazione. .Specificamente, il titolo, già di per sé è rivelatore, suggerisce un’oscillazione costante tra ordine e smarrimento, tra desiderio di approdo, necessità del viaggio. Il mito di Itaca, simbolo del ritorno della riconciliazione, viene qui scosso dalle vibrazioni dell’emozione, del ricordo e della ricerca interiore. Mito, psiche e lirismo, muovono con delicatezza e determinazione, lambendo l’essenzialità senza mai cadere nell’aridità. La sua Itaca non è solo un luogo ma un campo di tensioni, una costellazione emotiva.
Nella psicologia analitica di Carl Gustav Jung, il viaggio eroico “verso la propria totalità interiore” è un cammino simbolico, fatto di prove -perdite- metamorfosi.
Itaca, attraverso una lettura junghiana, diventa l’archetipo del sé, la meta ultima dell’individuazione. Ma Cumano la definisce ebbra: questa scelta linguistica trasforma il mito in uno spazio psicologico in movimento.
2. L’isola che non è fissa
Per Jung il sé è dinamico, mai pienamente raggiunto, un centro verso cui tende. Cusumano sembra interpretare questa attenzione psicologica attraverso la metafora dell’ebbrezza: Itaca ondeggia, sfuma non si lascia possedere. L’ebbrezza non rappresenta un disordine caotico, bensì lo stato percettivo in cui emergono contenuti inconsci, come se il lettore fosse invitato a guardare dentro il proprio mare interiore, con un’attenzione più liquida, più porosa.
3. Il mare come simbolo dell’inconscio
Il mare, elemento onnipresente nella raccolta, è forse il simbolo più chiaramente denso. Per Jung il mare è la massa dell’inconscio collettivo: istintivo, primordiale, ciclico. Cusumano lo utilizza come sfondo e come interlocutore, come minaccia e come promessa.
3.1 Il mare che separa e unisce
Tradizionalmente il mare è ciò che divide l’eroe della metà. Ma in Cusumano, il mare è anche ciò che crea la meta, perché attraverso le sue onde che l’io poetico si trasforma. L’acqua è metamorfosi, soglia, destino. E’il grembo e la prova, l’origine la dispersione.
3.2 il mare come luogo dell’emergere dell’Ombra
Nella visione junghiana l’Ombra rappresenta ciò che non vogliamo vedere di noi stessi. Il mare della raccolta sembra continuamente riportare alla riva del testo frammenti oscuri, dolenti, marginali, che non esibisce con enfasi ma li lascia emergere come correnti sotterranee.
Cusumano mostra grande maturità nel trattare l’ombra non come avversaria, ma come parte integrante del cammino: l’ebbrezza diventa allora la possibilità di accogliere ciò che si sottrae alla rigida coscienza.
4. Il viaggio come processo di individuazione
il viaggio di Itaca ebra non è lineare, somiglia piuttosto a un movimento a spirale, dove ogni ritorno è una variazione, ogni porta è un paesaggio, ogni sosta un punto di partenza.
4.1 L’io in metamorfosi
Cusumano non costruisce un personaggio-eroe classico, ma una voce che attraversa gli stati dell’essere. Per Jung l’individuazione è un processo, non un risultato, è un continuo sconfinare e rientrare. La poesia dimostra proprio questa natura temporale del divenire del sé.
4.2 Il femminile archetipico: anima e acqua
in molte poesie si avverte la forza del femminile inteso non come identità di genere ma come qualità psichica, ricettività, profondità, oscillazione.
L’acqua è l’elemento tipicamente associato all’anima conferisce alla raccolta una tonalità emotiva morbida ma potentissima. Cusumano riesce a far emergere un femminile complesso, un femminile che si frantuma e si ricompone, che vaglia che ascolta.
5. I temi ricorrenti nelle poesie sono: il tema della memoria della perdita della riconciliazione
La memoria non è archivio, ma materia liquida: si muove, si ritrae ritorno. Musulmano la tratta come un’onda che lascia all’arrivo del presente i suoi residui preziosi e dolorosi.
La perdita come destino creativo: le mancanze, le ferite, i vuoti non le esperienze da superare ma spazi in cui la poesia respira.
La riconciliazione è mai definitiva: Itaca non è la certezza raggiunta, ma la consapevolezza che un approdo definitivo non esiste.. E proprio per questo che il viaggio continua e con esso la poesia.
L’autrice muove uno stile incarnato di densità simbolica e precisione lirica, un lessico essenziale che sa evocare piuttosto che descrivere, dove ogni immagine è un sigillo emotivo. Questo rende la lettura di Itaca Ebbra un’esperienza interiore, quasi rituale.
Tra tutti affascinante è il tema della memoria “la dimenticanza..
“Dal testo La dimenticanza è il potere dell’amore: se scordi l’altro si dissolve di incanto”.
Questa affermazione è molto potente, la dimenticanza non è presentata come un fallimento ma come una forma di potere dell’amore, come un modo per trasformare o distruggere la memoria dell’altro. Tuttavia la dimenticanza lascia fuliggine d’oblio che si adagi dolente come una cicatrice.. Parole citate nella prefazione. Questo gioco tra oblio- cicatrice suggerisce che la memoria perdura anche quando sembra assente la ferita rimane, anche quando viene dimenticata e diventa parte integrante della psiche.
Intenso il tema della morte della colpa e della femminilità, in una poesia citata “racconta la morte, donna…” emergono temi forti di morte/colpa e identità femminile: “siamo sole, ora: lui non veda, si muore ogni giorno di oblio.. Le femmine al mondo fanno figli.. Non libri”
Qui Cusumano sembra riflettere sul ruolo tradizionale della donna, criticando una visione limitata del femminile, reclamando l’identità più libera e creativa anche nella sofferenza. Anche il tema dell’idea della colpa..” La colpa non ha bisogno di prove”.. È significativa non serve che gli altri giudichino, la colpa esiste già internamente come peso che grava sulla donna. ..
La morte poi diventa anche simbolo di trasformazione, nella lingua poetica, morire significa lasciare andare parte di sé, rinascere o semplicemente riconoscere la fine di una condizione.
Avvolgente quel principio di ricostruzione e riparazione attraverso la parola… la parola non è solo lamento ma denuncia è cura riparazione. .La parola un mezzo per ricomporre le crepe dell’anima.
Usatele con cura le parole aggiunge ancora la dottoressa Marino, esse esprimono un’etica della responsabilità! Il linguaggio un fenomeno esistenziale, Husserl, fenomenologia del linguaggio.
Dott.ssa Iva Marino






