Le luci dell’aereo verso Marsala si spengono, io chiudo gli occhi, mi lascio cullare dalle piccole turbolenze e dal ronzio che per me è un rumore bianco. Il mio 2025 è stato un grande viaggio, lungo varie città della Danimarca, da Copenaghen ad Aarhus fino a paesini sperduti nella campagna, dopo anni passati a Malta, la New York dei poveri, un Paese che mi ha dato tanto, che mi ha tolto altrettanto, e che per contrasto mi ha ispirato ad andare nella terra dello hygge. Mentre la mia mente si annuvola verso il sonno a migliaia di metri d’altezza, comincio a ricordare i primi giorni in Nord Europa, in un ecovillaggio dello Djursland; un ricordo del mio diario, datato 8 febbraio 2025:
«I Supertramp sono una forza della natura, sentire ogni colpo di batteria, i riff e le voci valgono già il prezzo del biglietto Bergamo-Copenhagen sul cui aereo salii alla fine di gennaio. SonLo estasiato dalla bellezza di tale musica, dal loro settimo album, quello dell’85 o giù di lì. Me l’ha detto Larisio, che ha un ottimo gusto in fatto di musica. Prima, nella community house di Ravnen, giravano le canzoni dei System Of A Down, di Bob Marley, dei Tool, Queens of Stonehenge, insomma il meglio della musica mondiale. Adesso mi trovo al tavolo di legno imbiancato, da solo nella dining room, sono felice e libero da ogni impegno, e sono solo le sedici. Stanotte ho dormito abbastanza, perché il Workaway ti richiede appena venticinque ore alla settimana, cinque al giorno, e il resto, libero. Non guadagno una lira, ma non ho nemmeno spese, è tutto coperto dall’host di turno. E questo è il modo migliore per viaggiare nel modo più snello e comodo possibile.
Mi chiamo Riccardo Alessio Oliva, ho mollato il posto fisso per vivere viaggiando. E sono ancora vivo.
Il volume della musica è bello alto, e occupa tutto il volume della grande casa comunitaria, dove stamattina abbiamo dato una deep cleaning a tutte le stanze. Noi abbiamo pulito le finestre, e io ho dato spettacolo facendo le mie solite imitazioni dialettali. Immagina una persona in mia compagnia, miss Little. Sono grato e felice di averla con me, perché la compagnia di una persona che ti ama è forse il più grande tesoro di tutta la vita e in quanto tale bisogna averne cura, se si vuole mantenerne il valore. Poesia a parte, è appena successo che sono rimasto l’unico nella community house. La musica non c’è più, gli unici tre suoni sono i miei ticchetti sulla tastiera, lo strano cinguettío della caraffa rossa di caffè (mezza vuota), e il suono del condizionatore. Ho controllato che fosse mezza vuota, prendendola e scuotendola dolcemente. Aveva smesso di cinguettare. Ora che è passato un minuto, ha ripreso. Avevi mai visto una roba del genere? Io no. Come non avevo mai visto la tranquillità della gente mentre passeggio per il centro di Copenhagen, o lungo qualunque delle stradine danesi in cui mi sono imbattuto finora. Non avrei mai pensato di dire che mi manca la tossicità di Marsala, del Sud, dell’Italia in generale. Nessuno qui mi fissa in cagnesco, nessuno mi ha urlato qualcosa di minaccioso, nessuno mi ha chiesto soldi né ha tentato di vendermi qualcosa. Io, che sono un figlio della Sicilia occidentale, vivo queste cose come un vero cultural shock. Le persone qui sono gentili, ma per davvero, non vedo la minima tensione nel sorridermi o nell’aiutarmi. Non sento che tale gentilezza sia qualcosa di forzato, ma anzi, sento che sia tutto genuino. Proprio tutto: infatti ci sono delle differenze di comportamento che mi fanno mancare Roma e Napoli, per esempio: per la mia breve esperienza danese finora, non ho vissuto la caciara, la rumorosità di noi italiani. Il mio cuore è in bilico fra Roma e la Danimarca, fra la caotica allegria e la composta felicità. È bello avere l’imbarazzo della scelta, a volte.
La dining room ora è ferma, immobile come il laghetto di fronte alla tiny house in cui sto da due settimane e che per un’altra sarà la mia piccola casa dove avrò cura del mio tempo libero. Amo cogliere la liminalità di una stanza ora silente, dopo essere stata piena di persone riunite attorno al tavolo, ai divani, che formicavano in tutte le direzioni a costruire e riparare questo gioiellino. Davanti a me vedo un fracco di finestre enormi, le cui traverse formano una T maiuscola, ed entra molta luce dal cielo plumbeo, uggioso, grigio, il solito sfondo danese, quello dove non hai sole, non hai ombra, e vedi tutto alla stessa tonalità. Quello che vedo io oltre le finestre è un insieme di tre singole cose: arbusti, luminarie e oggetti di legno. Nessun pezzo di cemento né plastica, nessun asfalto, Malta con i suoi circuiti di Formula 1 improvvisati è solo un ricordo. La scritta Børneliv a caratteri cubitali è l’unico vero elemento in plastica, attaccato alla finestra, che copre una parte d’albero dietro per dirmi che a marzo qui ci sarà un evento per bambini. Infatti a Ravnen vivono quaranta famiglie, circa ottanta persone, e, stando al cartellone turistico all’entrata, una crescente popolazione di bambini. Nel 2002 un gruppo di pionieri ha cominciato a costruire le prime case, messo insieme le travi e le fondamenta e nel 2025 eccoci qui ad ammirare quella che si definisce una comunità intenzionale nel cuore dello Djursland, nel nord dello Jutland, la maggiore penisola dell’arcipelago maltes… danese, scusate. La Danimarca infatti è strapiena di isolotti, che in danese si descrivono con una sola parola, e a me ha fatto sempre spaccar dal ridere. In italiano non ricordo alcun sostantivo con una singola lettera, anzi da piccolo andavo in visibilio a scoprirne una nuova che ne avesse appena tre. Qui so’ smart pure sulle parole. Forse sto sviluppando una sorta di simpness verso la Danimarca. Alla mia sinistra ho un fumetto originale di Hopalong Cassidy, di William Boyd; mai sentito. È il numero 46 e risale, pensa, al novembre del 1953. Stalin era ancora vivo. Forse anche Charlie Chaplin. Forse anche Hitler. Lol. Sì, il mio podcast deraglia un po’; forse è per questo che sono venuto qui in aereo. La carta del fumetto è talmente vecchia che… fa odore di cioccolato. Ci hai mai fatto caso? Alcune, inspiegabilmente, fra le più antiche, fanno questo odore. Il fumetto è tutto in danese, e la copertina è figlia del proprio tempo, con un carisma immortale, anche se oggi verrebbe definito stantío, oppure gimmick: una sorta di giustiziere con un completo blu, camicia a righe oblique bianche e blu, un cappello anch’esso blu, ondulato e con una fascia nera, con la revolver fumante che dalla sua mano oltrepassa lo sfondo arancione della copertina la quale sembra essere rimossa via, con il retro grigio adesivo arricciato, e una penna stilografica macchiata di rosso che spunta da destra e scrive una frase di cui solo vagamente posso pensare al significato: Dødens underskrift. Forse nemmeno vagamente. Strano che la o tagliata in realtà abbia solo mezzo segno, dall’alto, chissà che diavolo significa. La pistola punta alla penna e il nostro eroe ha i capelli grigiobianchi, gli occhi azzurri e strizzati e uno sguardo serio ma di quelli che solo gli attorucoli riescono a mettersi addosso, cioè, mi fa ridere, è inespressivo, con gli occhi spremuti, la bocca serrata, e con lo sguardo sembra star dicendo “ecco la mia pollastrella!”. La sua faccia somiglia a quella del padre interista della mia compagnetta interista delle elementari. Le storielle dentro però sono simpatiche, me lo porto in casa per provare a capire un po’ di più questa lingua. La stanza ha un suo carisma hyggelig: i divani sono armoniosamente l’uno davanti all’altro, così come le poltrone, formano un rombo; dietro una poltrona, una lampada a forma di vaso, e una chitarra acustica. Piatti, posate, e un pilastro di legno con scolpite facce di vecchi saggi di villaggio che sembrano risucchiati nel vaso di Pandora: sono fatti di intonaco bianco e hanno le facce stravolte, urlano e stanno girando intorno alla colonna. Non l’ho già vista in Jumanji una cosa simile? Anche le lucine delle lampade qui al tavolo sono gentili e spandono la luce in modo uniforme, l’atmosfera mi invita a rilassarmi. Io e miss Little abbiamo pulito tutte le finestre. Io ho ironizzato sul gran lavoro intellettuale che ci spettava, però è stato divertente per davvero, pulire le finestre ha un certo fascino feng shui, non so, mi piace, ti aiuta a vedere meglio le cose, letteralmente. Tre anni a fare lo stesso lavoro d’impiegato, piegato a una sedia, uno spaventapasseri parlante, sotto mille manager, con l’oppressione del posto di lavoro che addormenta ogni sentire; liberatomi di questo, anche pulire delle finestre diventa bellissimo, soprattutto se lo si fa in un contesto di comunità, dove ognuno mette il suo e tutti insieme costruiamo qualcosa e stiamo bene assieme.
Mentre eravamo riuniti al tavolo a mangiare, un signore ci domanda: avete pulito le finestre? Ottimo lavoro, così possiamo vedere quanto è grigio fuori! Ci siamo fatti una risata. Mi piace questo senso dell’umorismo, non prevarica, è autoironico. Forse io sono nato nel posto sbagliato. Non decidiamo dove nascere, ma possiamo decidere cosa diventare e dove vivere. Make it happen».







