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Varie

«La sottile linea di confine fra un flirt e un commento inappropriato». Soccattrova n.3 di Riccardo Oliva

Dalle 7 alle 12 ho fatto il lavoro in modo scorrevole e funzionale: aprire le gabbie, coccolare i cani, un giro completo di tutto il canile; quindi gli umani vanno in garage a preparare il «cibo» per i cani: una moltitudine di ciotole divise per forma, corrispondenti a ciascun cane; prima passata di acqua mista agli avanzi del giorno prima, per dare sapore all’acqua, secondo la host, infatti l’acqua passa da trasparente a giallastra; dunque si aggiungono i croccantini e le polpette umide. Io, che sono vegano, sono distaccato e dispiaciuto mentre stacco i pezzi di gallina, «chicken», dalla latta che ritrae un cane felice con gli occhi che brillano; anche gli occhi della gallina brillavano. Per superare questa cosa, immagino il contrario: una lattina con una gallina felice, con scritto «Cane e riso», e qualcuno che dica: «Ma in che senso “cane”?». Eppure, la host stessa è vegetariana, è contro la caccia e contro le pellicce. Poco prima, in cucina, le chiedo in che modo riesca a fare convivere il suo vegetarianismo con il fatto di comprare quelle cose e dare una dieta non vegana ai cani, lei mi spiega che il motivo per cui compra gli animali fatti a pezzi è che a parità di peso, i croccantini vegani costano 65 euro, mentre quelli con gli animali dentro appena 25. Annuisco e riconosco il problema, aggiungendo che il perché di questo squilibrio di prezzo è che lo Stato italiano, come del resto tutti gli stati europei, danno soldi alle varie aziende cosiddette «zootecniche», che quindi possono vendere il latte vaccino a pochi spicci mentre quello di soia costa tre euro. Conveniamo che è un problema esclusivamente politico e che il cibo vegano dovrebbe quantomeno essere altrettanto conveniente che quello fatto di animali. Questa è la vera cosa da cambiare rispetto alla dieta. Ancora una volta, se uno non si occupa della politica, avviene il contrario, così che nella propria ignoranza ci si lasci identificare dai prezzi che lo Stato decide.
Accettando la tragedia, continuo a spezzare la gelatina, tre pezzi per ciotola, con due cucchiai: il secondo per togliere i resti attaccati sul primo; dopodiché, affondare il misurino di plastica nella confezione di croccantini, da dosare diversamente per ogni cane; sembra fatto a caso, invece c’è un livello di precisione e dedizione che, per me che sono arrivato settimana scorsa, è ancora impossibile, infatti lo fa la host. Alla fine, mescolare il tutto, e il piatto è pronto. Croccantini inumiditi da acqua e polpette fresche: viene appetito anche a me, novello Shaggy di Scooby Doo.
Tutte e tre prendiamo molte ciotole e andiamo; ognuna di noi ne ha almeno cinque.
Piccola pausa dal racconto per descrivere l’utilizzo del femminile sovraesteso: la mia è una protesta contro la politica della lingua italiana che prevede che anche un solo maschio in un gruppo di femmine costringa a passare al maschile per indicare tutte. Io la penso diversamente: non è un obbligo, posso usare il maschile come il femminile, come mi pare e con buona pace dell’identificazione di un gruppo di sole femmine, che è possibile, al contrario di un gruppo di soli maschi che non ha un suo corrispettivo unico; al diavolo tutto questo: se i sessi sono misti, allora è mista la scelta di quale sesso usare, senza che debba per forza essere l’uno o l’altro. Credo nella fluidità di genere applicata al pensiero e quindi al linguaggio. Qualcuno sarà infastidito: dai classici conservatori alle radfem anti-maschio, ma questo è Soccattrova, e non è scritto per fare contento qualcuno; siete tutti i benvenuti, accomodatevi.

I cani sono dolcissimi, e ognuno di essi ha il proprio carattere. Finora quello che più di tutti si è fatto ricordare è sicuramente Benji, che abbaia di continuo, senza finire, verso di me che sono nuovo; poi diventa amichevole, un patatone, e poi torna ad abbaiare; il nostro cane neurodivergente, sì, ma è anche traumatizzato: ha otto mesi e fino ai cinque non ha incontrato una persona in vita sua; immagina che infanzia vuota abbia avuto! Ti credo che esci con un disturbo borderline di personalità, per quanto possa essere applicato ai cani; io lo capisco di sicuro.
Dare da mangiare a settanta cani è come sfamare un esercito. I cani sono divisi per recinti: ce ne sono poco più di una dozzina e ospitano cani accomunati da qualcosa, per esempio: c’è il recinto con i Pazzi, che fanno salti di un metro e sono in pratica dei cani a molla. Vederli in fondo al giardino che schizzano in alto, col sole dietro che li illumina, mentre mi guardano volando, mi fa sentire in un circo, o nel Paese delle Meraviglie. Di fronte a me, Lisa, bellissima, con lo sguardo di ghiaccio, bionda naturale, bellezza slava, che è anche una donna alfa, sa quello che vuole, è molto risoluta, e non riusciamo a trovarci: ieri abbiamo flirtato, e m’ha fatto anche ridere il modo in cui lei lo faceva e come io le rispondevo, e viceversa. Non sono bravo coi flirt, sono più un tipo che ti dice: «Hai classe», ti dice l’essenziale con lo sguardo sottile e ti invita a fare una passeggiata; quello che mi è successo martedì scorso a San Lollo, con un bel ragazzo (serata che racconterò). Lei invece sembra volere la frase a effetto, come se ci fosse una chiave da trovare; probabilmente mi sto solo facendo un botto di pippe mentali… Comunque, ormoni a parte, la sto seguendo lungo le varie gabbie, ci separiamo e ci ritroviamo, è un piccolo viavai di coppia. Ci sono vari piccoli sentieri, ogni recinto ha una o due vie d’accesso e se si è nuovi è facile perdere l’orientamento, ma passa subito dopo aver fatto il giro di ogni via una mezza dozzina di volte. Siamo immersi nel verde: l’erba cresce libera, sembra di essere in un giardino fatato con un canile: alberi di melograno che crescono fuori da un recinto ma lo oltrepassano dall’alto, tanto che Lisa deve arrampicarsi per prendere i frutti, coi cani che la guardano straniti. Mentre scrivo, la mano destra mi fa ancora male per quel pugno ultrasoddisfacente che ho dato alla macchinetta di Trenitalia; «Quanno ce vo’, ce vo’», e altre frasi violente, però in quel momento era vero. Lisa, infatti, al mio raccontarle quel fatto, ha subito preso a dirmi che i miei problemi di rabbia repressa non sono suoi, e che sono una cosa tipicamente maschile. Messo all’angolo così, innanzitutto nego di averne… Ma dopo qualche minuto lo ammetto. Mica uno ha torto se si arrabbia. Certo però che perdere la calma fa indebolire, anche appunto letteralmente con ‘sta mano destra a cui forse ho rotto qualche osso: mi si è gonfiato il carpo anulare-mignolo e al manipolarlo fa un crack molto divertente. La stessa rabbia che ho visto accadere a Inadatto qualche giorno fa (che forse racconterò).
Cani a pelo lungo, cani grandi che saltano come cuccioli e mi travolgono, i sei cuccioli che corrono e saltano in tutte le direzioni e sembrano delle palle pazze, brulicano come vermi in un cesto, ma sono pucciosi, morbidi, affettuosi, ti credo che sono anche quelli che vengono adottati di più, c’est la vie. Nella casetta dei cuccioli, in particolare, tocca spazzare via la paglia fuori e lavare il pavimento.
Alla fine del turno, alle 12, ho la giornata libera, salvo due cose da fare: alle 16:30 buttare mezza balla di paglia nella casetta dei cuccioli e livellarla; alle 19 invece mettere tutti i cani a nanna, facendoli entrare nelle loro case premiandoli col biscottino a forma di osso.

*

Dicevo, la ragazza che mi piace, Lisa?
Il maestro di teatro ha dato a tutti noi dei monologhi per la prossima lezione. A me è toccato un estratto de Il ritratto di Dorian Gray, libro tra i miei preferiti, grazie al quale accettai definitivamente la mia sfera omosessuale, letto a 16 anni, i miei nefasti 16 anni che raccontai in altra sede. Sai, no, la sottile bellezza di quando sei nella tua stanza, tornato da scuola, ma anziché studiare, leggi Oscar Wilde; al di là della porta c’è tua madre cattolica bigotta, mentre a lavoro c’è tuo padre fascista; il resto della famiglia proviene direttamente da una puntata de I Griffin, anzi: la zia è la regina di cuori, che cannibalizza quelli degli altri ogni volta che grida «A tavola!»; l’altra zia è la signorina Rottermeier, ossessionata dal controllo e dalla pulizia e con lo sguardo di ghiaccio col sorriso accennato e finto; la cugina ha la fascia della Lega giovanile antisesso in quanto fanatica cattolica che vede il volto della Madonna sulla propria patente, mentre il cugino è uno ossessionato da Call Of Duty, dalle armi e odia i gay (salvo poi molestarti da piccoli). Il più piccolo di tutta la famiglia, quindi il più schiacciato. Un libro di due secoli fa che a ogni verso, pur ancora censurato, trasmette linfa vitale, il flusso di energia dorato, ma che dico: ambrato, che mantiene in vita, dagli occhi che leggono attraverso l’iride direttamente al centro del cervello. In questo modo Oscar Wilde, nel settembre-ottobre del 2015, mi salvò la vita. Dieci anni e qualche settimana dopo, sto provando il monologo nella mia stanza in un paesino a qualche mezz’ora da Roma. Fra una prova e l’altra, Andrea Laszlo De Simone, nel suo capolavoro Uomo Donna, canta parole semplici:
«Sei così bella che voglio baciarti.»
Negli stessi minuti, leggo un altro estratto dal capolavoro di Wilde, che invece riporta:

Ognuno nella vita tende a realizzare la propria natura, per questo si nasce, ognuno dovrebbe vivere una vita piena, dare forma ad ogni sentimento, ad ogni espressione, ad ogni pensiero, realizzare ogni sogno…
Ogni impulso che noi sopprimiamo intossica la mente…
L’ unico modo di liberarsi da una tentazione è il cedere.
Resistendo, l’anima ne soffre e brama la cosa che ha vietato a se stesso. Non c’è niente che guarisce l’anima, eccetto i sensi, come non c’è niente che curi i sensi eccetto l’anima.
Gli dei sono stati propizi con lei. Lei ha una meravigliosa giovinezza, l’ unica cosa grande nella vita.
Oggi non se ne rende conto,ma un giorno sì,e amaramente. Gli Dei si riprendono in fretta quello che danno…
Il tempo è geloso di lei Sig. Gray, non sciupi l’oro dei suoi giorni, viva, non perda niente, non abbia paura di niente, la sua giovinezza durerà così poco che non tornerà più.
Invecchiando siamo ossessionati dal ricordo delle squisite tentazioni che non abbiamo avuto il coraggio di concederci.
Il mondo è suo per breve tempo, sarebbe tragico se si accorgesse troppo tardi, come succede a molti, che c’è solo una cosa che val la pena di avere: la giovinezza!

Quindi Lisa mi manda un messaggio: andiamo a sfamare i cuccioli e a mettere la paglia. «Certamente, alle 16:30», rispondo. Non la trovo, quindi vado nella stalla piena di paglia; due metri di paglia ai muri, con le grandi finestre che filtrano luce soffusa. Il profumo secco e dolciastro della paglia morbida, che ovviamente nella mia testa assume il luogo comune di due giovani che ci si sdraiano e ci fanno l’amore; cosa per me avvenuta solo in tv (o nei porno) in quanto nella contrada da cui vengo non ci sono fattorie. Poco dopo, eccoci in garage. Solo io, Lisa e due cani: Monika, sempre accigliata, con lo sguardo teso, che ti osserva senza fidarsi, e che infatti non è detto che non morda mai, cosa che ha fatto in passato; e il pacioccone, di cui non ricordo il nome. Solo io e Lisa. Glielo dico, mi dico. Non glielo dico. Come glielo dico? Come potrei dirglielo?
Stiamo riempiendo le quattro ciotole per i cagnolini. Il garage adibito a sala di preparazione del cibo, ma anche a lavanderia e ripostiglio, ha un suo fascino arduo da cogliere. Mi mostra dove trovare i croccantini: ci sono due armadietti: a sinistra per i cani adulti, a destra per i cuccioli. Apre a sinistra, prende un misurino e lo svuota a terra con un gesto plateale, per Monika e il pacioccone. Croccantini che volano come riso agli sposi. I cani si lanciano a loro volta col muso a terra a mangiarli tutti.
«Puliranno», mi dice.
Quindi riempie un misurino, si reca al tavolo davanti alla saracinesca alzata, dove le ciotole stanno, e versa sulla prima ciotola. Le ha già colmate con l’umido e l’acqua. Mi propongo per farlo io, e finalmente sto versando ‘sti croccantini.
Mo’ siamo in piedi in silenzio al tavolo, l’uno davanti all’altra, lei mi guarda mescolare il cibo nelle ciotole. Quattro ciotole, quattro momenti per dirglielo. L’aria si carica di tensione. Lei non parla, io non parlo. Siamo immobili. Sembra che stiamo aspettando qualcosa. L’unico rumore è il cucchiaio che sbatte contro i croccantini e l’umido, pezzi minuscoli di gallina uccisa e smembrata; spezza e spappola. Il primo, andato. Prendo il secondo, ora sono accanto a lei.
Sento che il mio corpo sta comprimendosi. Le mie spalle si incassano, il mio collo sparisce sotto le spalle. Lei dice qualcosa che non ricordo, parlava dei cani, di un video divertente. Nella mia testa, in piena bufera:
«”You’re so beautiful that I want to kiss you”… No, senza “that”, vai diretto. Ma come glielo dico? Faccio una pausa nel mezzo o glielo dico tutto d’un fiato? Ma se glielo dico troppo veloce poi mi rifiuta. Non lo so, come diavolo glielo dico? E se le dicessi solo “You’re so beautiful”? Sì, come quando lo dissi alla mia coinquilina, e lei non capì che stavo flirtando. No, bisogna essere chiari.»
Nel frattempo ho finito anche la seconda. Prendo la terza. Sto per sprecare l’ennesima occasione. Prendo fiato, e mi butto. Mentre mescolo, con la voce più serena e sexy che mi sia mai uscita di bocca, con un sorriso malizioso e gli occhi sottili, le dico quasi sussurrando:
«You’re so beautiful I want to kiss you.»
Lei mi sente, quindi i suoi occhi si accendono di una luce che non ho mai visto in questi giorni. La vedo di striscio perché non sono fisicamente in grado di guardarla negli occhi.
«I-I-I didn’t… well, better not, I-I’m like your manager here», mi risponde tutta febbricitante d’un tratto. Vabbè, andata così. Fino a ieri ha fatto una serie di allusioni sessuali:
«Dovresti donare il tuo sperma»
«Voi uomini avete sempre problemi a trovare il bottone», parlando del tasto della torcia che non trovavo perché era spaccata;
«La batteria dura così poco! Cinque minuti?!», riferendosi alla torcia, ancora.
Mi invita a bere il vino di continuo, anche senza chiedermelo, e mentre parlavamo di un miracolo da compiere, che non ricordo che risposta avevo dato, che però conteneva la frase «fare miracoli», lei beve il vino e dice: «Dovremmo farlo noi». Con il tono, lo sguardo, il linguaggio del corpo, la prossemica, l’intenzione di un’allusione sessuale. Di quel momento col vino: dice «dovremmo farlo», e s’incassa seduta sulla sedia, sprofonda il culo quasi sporgendo di sotto, mi guarda di lato con un sorrisetto, il naso dentro il calice; silenzio e tensione. Che, mi sono immaginato tutto questo, o è avvenuto realmente? Non soffro di psicosi, quello che vedo è reale.
E fu così che il nostro rapporto cambiò e peggiorò inevitabilmente. In amore, come nel sesso, non bisogna mai mostrare le proprie carte. Per nessun motivo. Con persone che poi si rivedono, come colleghi, coinquilini o altro. Se deve succedere, succede senza parole, succede in silenzio. Ogni volta ottengo conferme che questa è la verità. Non farò mai più questo errore: non mostrerò mai più interesse romantico o sessuale verso persone con cui devo condividere il mio spazio mentale. Solo a serate, online, in piazza, cose a caso. Mannaggia al mio ormone che cede alle provocazioni e poi mi fa ritrovare in queste situazioni. Lei ci ha provato spudoratamente con me ieri, mentre oggi pare che l’abbia molestata. Non dirò «le donne», però lei dice «gli uomini». Vabbè, non doveva essere il diario di viaggio di me che ci provo con le ragazze. O forse sì; perché no? Anche questa è una cosa da trovare. La via nuova è anche un nuovo flirt.

Questo è sì un diario di viaggio, ma è anche e soprattutto uno spazio per quelli come noi, che siamo fottuti, che i nostri equilibri sono fragili, che non vogliamo la vita da impiegato che lavori 40 anni nella stessa azienda, ponendo la sicurezza al primo posto e rinunciando alla scoperta, alla curiosità, alla bellezza. L’ordine che spazza via la creatività. Per quanto nobile, dignitoso e tutto, semplicemente non fa per me, e io mi deprimerei nel vivere in tale modo. In questo esatto momento vorrei andare via dal posto dove sto facendo il volontario, perché è successa una cosa spiacevole. Il mio disturbo borderline sta ingigantendo alcune cose successe tutte insieme. Quando mi succede qualcosa, e poi un’altra e ancora un’altra, fai che la somma è tre; nel mio cervello diventa trenta. Ogni cosa si decuplica e il mio cervello va in merda, mi sento sopraffatto, incapace anche solo a sdrammatizzare, e mi chiudo nella mia stanza. Questo è ciò che ho fatto. Ecco un nuovo episodio di Borderline, la serie tv interna ai miei racconti, la serie tv che oltrepassa i confini di ogni cosa che scrivo, e che puoi trovare in qualunque mia opera, incluso Soccattrova.

11 nov, 14:14

Sul treno per Roma Termini. Salgo e c’è una ragazza bellissima, la prima cosa che vedo sono i suoi jeggings chiari; telefono in mano, zainetto, insieme a un uomo brizzolato pieno di bagagli che sembra suo padre ma anche il suo facchino. Riesco a sentire solo una frase di lei:
«Non innamorarti! Sono una brutta persona…», dice, e sul suo viso vedo un sorriso raggrumato e contorto, un misto d’imbarazzo, ironia, malizia, idem negli occhi strizzati, gli stessi che mi guardano, perché lei si gira verso di me, pur avendo parlato a lui. Cerco di salire le scalette, ma lei è in mezzo; resto fermo un attimo, quindi lei si sposta e mi lascia passare. Salgo e ci sono quattro altre ragazze che parlano dei tatuaggi che hanno e che si faranno. Presto il treno si riempie di pischelli, giovani adulti; del resto sono le due, ora di punta. La mia anima estroversa vuole parlare agli sconosciuti, e perché no, flirtare con chi mi piace. Allora perché non lo faccio? Ottima domanda. La ragazza si siede assieme all’uomo. C’è un ragazzo che sale con tre sue amiche, parla acuto, si muove sinuoso, sciolto, è la quarta ragazza del gruppo. Mi guarda mentre lo guardavo, io distolgo lo sguardo, succede di nuovo. Il ragazzo mi piace, e se quando ero pischello io, non ci provavo con gli altri ragazzi, a Marsala, perché c’era il rischio di prendere legnate, ora non lo faccio per un semplice motivo: «Su internet c’è molto odio verso chi è attratto da chi è più giovane». La ragazza seduta accanto a me parla all’uomo:
«Che carinooo! C’è un micro-cagnolino lì davanti», con il viso tutto corrucciato di fronte a tale pucciosità che ho visto riflessa nei suoi occhi.
«Io ho quasi quarant’anni, non mi crede nessuno». In effetti non si nota, gliene davo 30 o 35. Ha un aspetto molto più giovane. Il modo in cui l’ha detto, così gratuito, all’improvviso, e oscillando un secondo verso di me. Mi chiedo: «Ma ci sta provando con me?». Vorrei farlo io, mettermici a chiacchiera, ma ho la lingua essiccata, non ho bevuto nulla. La donna si sta accarezzando i capelli, guarda davanti, guarda la finestra, sta evitando di guardare me. Quello che ho fatto io con il ragazzo: mi piaci, ma non ti guardo. Vedi che psicodramma può avvenire in una semplice corsa di un treno? In fin dei conti sto solo cercando un trombamico, o una trombamica; è sbagliato? Irrispettoso? Sembra che io abbia detto qualcosa di immorale. E magari lo è. Chissenefrega? Io ho la coscienza a posto. Com’è difficile essere libertino in una società dove la lussuria è condannata con l’inferno. Ma io credo nella mia libertà sessuale; in quella di tutti. Facciamolo: diciamo alla donna: «Mi piaci, tieni il mio numero». L’ansia che l’uomo accanto a lei sia il suo sugar daddy e voglia rompermi in due. La donna è in piedi senza alcun motivo apparente, appoggiata alla maniglia del sedile, così che io possa vedere il suo bel culo davanti a me, sulla stessa linea; si accarezza i capelli in un gesto che a me risulta sexy. Sorride; perché non lo faccio? È forse una molestia, o solo un flirt? Dovrei smettere di guardarla, sto sbagliando? Ma soprattutto: perché non mi degna di uno sguardo? Ecco, se una non mi guarda, io mollo. Per me tutto inizia con uno sguardo; se non c’è quello, non può esserci nulla. Osservo le sue dita: ha due anelli, solo alla mano destra: uno grande al medio, uno sottile all’anulare. Non sembra un anello di fidanzamento, né tantomeno uno da matrimonio; pure io indosso anelli all’anulare, ma mica sono sposato. Chi è l’uomo con lei? Ecco, io che sono cresciuto a Marsala, ho installato nel cervello che anche solo guardarla mi caccerebbe in un mare di guai: «Oh! Taliaste ‘a me zita?». Come liberarmi di questa gabbia? Se prima era la Chiesa a bloccarmi, ora è l’odio anti-uomo che imperversa online. Come del resto la cultura che flirtare sia sbagliato. «The male gaze»; «oggettificazione»; oh Cristo, ma basta! Che poi il «male gaze» rimane tale se guardo un maschio? Esempio perfetto del doppio standard. Risultato uguale. «Che male c’è?», mi domando. Vivo lontano dal centro del paesino, non ci sono serate a cui posso andare. Il treno è il posto dove conoscere la gente. La donna si siede e continua a ignorare i miei sguardi. La sento dire all’uomo che il suo ex l’ha picchiata, e che i dolori li ha ancora. Capisco subito perché sta in piedi, ecco il motivo. Ah, beh, e mo’ come farei a provarci con lei? Magari non mi associa al suo ex, magari sì. Io non ho mai tirato un pugno a nessuno in vita mia. Lasciamo perdere, va’. Stasera in piazza a San Lollo conoscerò qualche bella ragazza.
In Danimarca non esiste che si parli con qualcuno sui mezzi di trasporto, è un tabù sociale: se lo fai, vieni bollato come psicopatico; infatti lo fanno solo gli stranieri, e comunque pochissimo. A Roma è l’opposto: in bus ci fai amicizia. L’altra sera m’ero messo a chiacchiera con due signore, tutte e tre sedute sotto i sedili, sedute dove in teoria dovresti metterci i piedi, ma hey, è un gradone, e lo si può trasformare. Mo’ io però non sono a Roma, ma in un paesino del Lazio; non vedo le persone parlare fra loro senza già conoscersi. Nella mia mente riecheggia il racconto di Kerouac dei viaggi di Sal Paradise, dove addirittura conobbe una che divenne la sua fidanzata; ho sempre adorato l’idea di conoscere qualcuno in viaggio e legarmici. Solo che non è il 1947; è il 2025, e io mi ritrovo a dirmi: «Non parlare agli sconosciuti nel treno, li spaventerai». I mesi passati in Danimarca mi hanno segnato, da questo punto di vista. Sono contento di stare attorno a Roma perché questa mia attitudine potrà riavere il suo spazio.
Oggi andrò al corso di teatro presso il centro sociale. Mi piace fare teatro, anzi: ha salvato la mia anima quand’ero ragazzo. Mi ha preso che ero a terra e mi ha dato l’energia per rinascere.
Alla fine è successo: abbiamo parlato. Abbiamo conversato, tutti e tre. Sulla fila di otto sedili, quattro coppie che si guardano, formiamo un triangolo: lui alla prima coppia, lei alla seconda, io alla terza oltre il vuoto del corridoio. Presto mi sono accorto che l’uomo stava facendo un video alla donna: mano che tiene il telefono sul cruscottino sotto la finestra, in una posizione innaturale con l’obiettivo rivolto verso di lei. So bene come funzionano queste cose perché in passato le ho fatte. Ora non le faccio più, perché sono guarito, perché ora piuttosto che fare un video a una ragazza di nascosto, le parlo e mi offro. Per questo bisogna liberarsi, perché se ci si reprime, poi si diventa dei mostri. Io la repressione la conosco molto bene; forse le misandriche no. Comunque, Con lo sguardo glielo faccio intendere. Lei parlava, guardava un po’ me e un po’ lui, formavamo un triangolo, e ogni volta che guardava me io alzavo la punta esterna delle sopracciglia indicando con la faccia il telefono, ampliando il gesto finché lei non nota quello che stava succedendo e mi fa okay con gli occhi e guarda il telefono di lato con sospetto; la conversazione si sospende per qualche secondo. Pochi secondi dopo l’uomo stacca il telefono e lo posa, mentre l’atmosfera della chiacchiera rimane. Lo faccio, non lo faccio, lo faccio.
«Ma che hai fatto il video?», domando.
«Il video? No, non ho fatto nessun video», risponde sorpreso e imbarazzato, ma la sua risposta è abbastanza celere.
«Ah, perché era strano, sembrava glielo stessi facendo.»
L’uomo accende lo schermo, riafferma di non starlo facendo, lo vedo che apre la galleria ma non l’ultima cattura, ma la donna sta cambiando discorso, ritornando a parlare dell’argomento di prima, quindi lascio stare. Tutto quello che so è che mi sto pisciando addosso, ma se mi allontano poi rischio di perdere l’attimo.

15:26

Ce l’ho fatta. La realtà supera la fantasia. La tensione, lo spannung, aspetta che mi riprendo e ti lascio tutto. Tutto freschissimo, carne freschissima, appena mozzata, sono proprio appena morto che ancora mi batte il cuore e sono bello che macetato, il sangue che sgorga. Embè? Che me ne frega se il vecchio di turno rosica? LOL, quello stava facendo il video, mentre io ci ho provato, e rido, perché l’ho fatto in modo divertente.
La donna-ragazza non saprà mai che lezione di vita mi ha dato.
Io pensavo che avesse detto quella cosa sugli anni per provarci con me; che si fosse messa in piedi per me. Ecco, vedi quanto è vero quanto si dice intorno all’egocentrismo di noi uomini. Lei non mi stava pensando manco un secondo. Le cose che ha detto le ho travisate tutte.

E vabbè, sono l’unica persona su questo pianeta a cui non frega niente se qualcuno ha 15 anni o 40, fintanto che mi attrae. Ma sono io a essere un maniaco sessuale, oppure sono gli altri ad avere ‘sto limite? Io mi trovo bene con gente di tutte le età, fintanto che l’epidermide non penzoli. Ci sarà un posto nel mondo dove il sesso è libero e lo si vive senza fisime. Non è l’Italia, di sicuro… ma in fondo è anche facile qui, rispetto ai luoghi dei talebani.
Aspetta che colgo i miei pezzi di cervello da terra. «Pathosfera» di Capa nelle cuffie, il mio piede che spunta da sopra il pc, poggiato al sedile davanti, io scafazzato; scarpa tolta, calzino di canapa sul sedile vuoto; un pischello irrispettoso. Beh, sì, mi sento molto tamarro adesso, ma in realtà è solo più comodo, non me ne frega niente se qualcuno si offende. Anzi, godo se insulto un puritano. Questione di rispetto, mi si dice. Ma c’è un confine fra la richiesta di rispetto e la presunzione. Basta che non ti puzzi il piede, per il resto sei libero. È semplicemente comodo, non tolgo spazio a nessuno, lo faccio.
Per minuti interi sono rimasto con il mio telefono in mano e il mio numero scritto al dialer. La osservavo, bellissima, che mandava messaggi in piedi alle sue amiche, dei vocali. Come l’ultima volta, come… ieri! che ero incriccato davanti a Lisa e infine ce la faccio, ce l’ho fatta di nuovo. Ho lanciato la mia freccia, e così sia.
Non riuscivo a dirle: «Voglio lasciarti il mio numero». Era cringe per me, non era cosa, non mi veniva. Allora mi osservo, osservo il quadro: io e l’uomo seduti a formare le basi del triangolo, mentre lei in piedi al centro; lui che aveva fatto il video di nascosto, mentre io che tenevo il numero digitato, e la guardavo di nascosto. Due telefoni verso di lei, le due facce di due telefoni diversi: quello che le dà la scocca esterna sta agendo per immortalarla e rinchiuderne l’immagine, un’azione che non crea un contatto, un’azione illecita; il mio invece le rivolge lo schermo, la parte interna diciamo, un’azione che crea un contatto; un’azione lecita. Ogni secondo pesava sul mio orgoglio, sulla mia autostima. Una tempesta di pensieri, un casino di persone nella mia testa che mi scoraggiano, altre che m’incoraggiano, e che si accusano a vicenda, milioni di opinioni, di like, di commenti, insomma stavo per esplodere, finché…

«Potresti fare una foto?», le chiedo. Lei mi guarda e sul suo volto si dipinge il ritratto della confusione, del «Che?!», ma sempre con la base di un sorriso, di una curiosità divertita, quindi rivolgo lo schermo del mio telefono, lei si china per guardarlo, vede il numero, e la sua espressione diventa la stessa di quando ha visto il micro-cucciolo. E così, tornando in piedi con un piccolo scatto, mi dice, quasi ridendo e raccogliendo le mani a coppa facendole oscillare:
«Amore, io so’ sposata!»
L’uomo ha un clic come se fosse diventato un punto esclamativo. La donna mi chiede:
«Tu quanti anni c’hai?»
«Che importa?», le rispondo con un tono che mi esce molto più sexy del previsto.
«Non perdono tempo, oggi», dice l’uomo tutto sincopato, quasi singhiozzando.
«Io c’ho quarant’anni!», afferma la donna con lo stesso sorriso che le ho visto prima.
«Embè?»
Lei e l’uomo si guardano, le spalle di lui saltano roteando, quindi aggiunge:
«Eh beh… Oddio…!»
Mi racconta quindi che dopo aver lasciato e denunciato il suo ex, una vecchia fiamma è tornata subito, la tratta benissimo, lei è felice con lui. Le dico che sono felice per lei, mi ringrazia. Quando arriva la sua fermata, ci salutiamo e ci auguriamo buona giornata.
Vedi? Non è successo niente. Nessuno è venuto a minacciarti, nessuno ti ha inviato un messaggio minatorio. Nessuno ti ha rimproverato. Anzi, appena lei è scesa, salutandoci con cordialità, sono andato in bagno. Davanti al bagno, allo sportellone del treno, c’è uno con la felpa viola; mi piacciono le felpe viola. Spingo la porta ed entro: è uguale a quelli dell’aereo o del flixbus in Danimarca. Nel bagno rimango bloccato per qualche secondo, perché la maniglia di sotto, quella per chiudere a chiave, non si girava del tutto, bensì solo a 120 gradi. «Cazzo», mi dico, «dovevo andare in bagno proprio prima della fermata, così resto bloccato e mi rubano lo zaino. Dovevo piscià dopo», quindi comincio a calciare e spallare la porta:
«Come cazzo se apre ‘sta cosa!», e continuo finché dall’altro lato sento una voce mi propone, gentile:
«Prova dall’altro lato…»
Io giro la manopola dall’altro lato; niente. Quindi ci arrivo, e tiro la porta anziché spingerla: si apre magicamente. Lo ringrazio, salgo le scalette e una signora che scendeva se la rideva alla faccia mia. Bene, dai, lascio i miei monologhi di stand-up nel quaderno perché già do spettacolo fuori dal palco.
Dopo averci provato con questa donna che nel corpo ha 40 anni ma nella mente ha la mia età, mi sento ringiovanito io stesso, mi sento otto anni di meno, di nuovo pischello, che la mia testa e il mio corpo ballano con la musica in totale molleggio; mi osservo nel mio outfit, tutto nero ma i pantaloni hanno linee bianche sul cavallo, sulle tasche, sulle congiunzioni, e la t-shirt è una parodia della scritta Thrasher Magazine, che porta scritto invece «Christiania Copenhagen»; giacca blu color laser. Se da pischello mi sentivo vecchio, ora mi sento più giovane che mai. Sarà perché ho finito di servire le istituzioni: la scuola e la famiglia prima, il datore di lavoro poi; e ora che vivo viaggiando, sto una favola. Tutto instabile, ma è bello per questo. Ballo da seduto e vedo l’uomo fermo normale, mi sento brillare, il mio corpo è stimolato dal flirt, sono libero come non mai. La donna aveva la metà dei miei anni in più di me, aveva tre mezzi dei miei anni, i miei anni diviso due per tre, ci siamo capiti. Se ci provo con un coetaneo, mi sento giovane; se ci provo con uno più giovane, mi sento a mia volta più giovane; con una più grande, per contrasto mi sento più giovane. Una situazione win-win-win.
Arrivato al centro sociale mi son fatto una partita a biliardino, come al solito a caso. C’era un tizio che teneva la mano su una maniglia, quella del portiere, che aspettava qualcuno arrivare, ed eccomi qui. Iniziamo in due; lo sto stracciando, quindi si aggiunge un terzo, io contro due, ma avevo già troppo vantaggio e vinco lo stesso; si aggiunge un quarto, si fa una partita seria; arriva altra gente, grandi saluti, pacche sulle spalle, batti cinque e pugno, e io non posso che essere felice di essere qui, perché questo è tutto ciò che volevo dalla vita, ciò che a Marsala non ho mai trovato: uno spazio aperto dove prendersi bene insieme. Pochi minuti prima, appena arrivato, mi ero seduto al tavolo accanto al divano. La sala del centro sociale è un ex garage: entri scendendo una mega curva scomoda, che devi saltellare per non cadere e rotolare; laddove prima c’era un semplice spazio per parcheggiare, ora ci sono un bar, dei divani, tavoli, un’aula studio, insomma un gruppo di persone prese questo spazio morto e abbandonato e l’ha reso il motivo per cui ho deciso di tornare a Roma. Prima cosa che vedo appena entro oggi: c’è un telo blu al centro della stanza, davanti ai gradoni coi cuscini e i divani. Sul divano a lato dei gradoni, accanto a me e di fronte al bar, c’è una ragazza bellissima, quindi le parlo:
«Che fanno oggi?». Lei alza lo sguardo: occhi per cui fare a cazzotti.
«Un podcast», mi risponde con la sua voce da tipica ragazza bellissima. Tempo due secondi e un tizio che sembra il suo ragazzo si siede fra me e lei. Al tavolo con me c’è un altro tizio, dall’aria strana, sembra fulminato, ma anche uno che sappia il fatto suo. Occhi azzurri, capelli grigi medio-lunghi e sparati. Lo osservo, sembra provenire da chissà dove, si fa i fatti suoi, non guarda nessuno, non partecipa, ma so che ha qualcosa d’interessante da dirmi. Gli parlo:
«Lo fai tu il podcast!». Non gliel’ho chiesto.
«Eh sì!», esclama con voce squillante.
«Lo sapevo!»
«Però sono ospite, non sono io a fare le interviste.»
«Ah, ecco, questo era già da capire. E di che parlate?»
«Parleremo di cinema e intelligenza artificiale. Tu invece che fai?»
Prendo un fiato, la risposta non è che sia proprio immediata: io che faccio?
«Beh, io faccio il viaggiatore.»
Gli occhi dell’uomo si sbarrano ancora di più, le sue palpebre sono sparite.
«Ma tu hai vinto! Tu vivi il sogno! C’è un posto che ti consiglio tantissimo: il Ladakh.»
«Che cos’è?»
«È una regione nel nord dell’India, fra Cina e… un altro paese…»
«Pakistan?»
«Pakistan! Esatto. Altitudine minima: 3800 metri…»
«’azzo!»
«’azzo sì, ambientarsi è una botta.»

Ecco una nuova destinazione dove non andrò mai, ma apprezzo l’entusiasmo.
Il corso di teatro è alle sette, sono le sei e mezza, a questo punto ascolto l’intervista. Mi siedo all’ultimo gradone, su tre cuscinoni blu sopra un pouf bordeaux. Comodità massima, sprofondo che è una goduria. Comincio ad ascoltare il podcast, due secondi dopo una ragazza spawna e mi chiede se può sedersi con me. E certo, mi dico. Cominciamo a parlare del più e del meno, ogni tanto parliamo a voce troppo alta da far girare un tizio davanti a noi, la abbassiamo, nel frattempo il podcast diventa un mero sottofondo alla nostra conversazione. Tempo due minuti e ci stiamo facendo i grattini. Ancora una volta, che bello essere qui, dove le cose accadono senza nemmeno provarci, dove si vive molto più fluidi che nella rigidissima cittadina che mi ha cresciuto.

14 nov, 14:52

Viviamo in tempi di dark empath. Ultimamente non me ne va una giusta. Bisogna ammettere che da agosto a questa parte le cose sono sfuggite tutte di mano. Un breve riepilogo:
A fine agosto i padroni del retreat spirituale indiano a Ebeltoft mi dicono che vogliono che io vada via il primo di ottobre, senza dare una spiegazione. E vabbè. A metà settembre mi reco quindi ad Aarhus dal cappellaio matto (da raccontare).
A fine settembre mi dice: «Voglio che tu vada via domani». Taglia quindi di due settimane la mia permanenza.
A ottobre mi reco a Trustrup dal pirata (da raccontare anche questa). Stavolta sono io, per il mio amore pazzo che ho (più?) per Roma, che vado via prima del tempo, e il 20 di ottobre mi reco a Poggio Mirteto, peraltro con una ragazza.
Proprio i problemi che ‘sta ragazza ha nella sua vita sfociano nella mia, così che il padrone di casa ci caccia e ci dice che vuole che andiamo via il giorno dopo.
Riesco a farci ospitare presso il centro sociale, roba mai successa prima, un favore personale, un privilegio che conservo nel mio cuore. Peccato che il padrone del centro sociale (hai letto bene: «padrone del centro sociale») monta un caso sopra al fatto che io mi allarghi; che a Roma significa in sostanza di prendersi troppa confidenza; anche questo da raccontare. Il padrone del centro sociale peraltro l’ho visto l’altro giorno che prendeva a calci il biliardino e il bar, cadendo a terra, dando altri calci, rompendo le pareti di compensato, come se avesse una scimmia impazzita che lo comandasse da dentro. Anche questa da raccontare. Nel frattempo si profila nella mia mente l’idea di smettere di viaggiare, tornare a casa e prendere fiato.
Mi reco dunque a Cassino come grande meta, perché i presupposti per restare a lungo c’erano tutti.
Manco il tempo di cominciare a raccontare com’è lavorare con settanta cani, e com’è rispondere al flirt di un’anglo-polacca donna alfa stacanovista, che Samantha mi viene a parlare:
«Dopo pranzo voglio parlare con te!»
Teccà, notizie in arrivo. Quando una donna ti dice: «Dobbiamo parlare», sei già fottuto. Per questo preferisco i maschietti alle donne.

21:06

Beh, sì, mi ha cacciato. Perché a detta sua avrei fatto «Commenti inappropriati» su Lisa.

  • * *

Settimana prossima entriamo nel dettaglio sul caso dei commenti inappropriati; sull’atmosfera intorno alla protesta del Climate Pride avvenuto a Roma e sullo scrivere appena fuori da un locale con la gente che s’incuriosce e s’avvicina.

“In foto i cuccioli del rifugio, che appena mi vedono scorrazzano e rimbalzano come palle pazze, specie quando mi vedono con la ciotola piena”.

Riccardo Oliva

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