Pubblicità

Pubblicità

Varie

“Chissà che storia c’è dietro quel disegno”. “Soccattrova”. Episodio 1 (di e con Riccardo Oliva)

‘Dentro il mini-bus a metano il mio berretto azzurro comincia a farmi sentir caldo, mentre fino a un attimo fa, in piedi alla fermata, mi stava riparando da freddo certo. Anche qui nella provincia del centro Italia mi sono dato all’autostop, seppur di striscio, dato che, se tanto il bus ci mette tre quarti d’ora, tantovale investire sull’autostop. Saranno passate dieci macchine in tutto, e nessuna di esse si è fermata: un numero troppo basso per stabilire se questo paesino è hitchhiker-friendly o no. Prima di raggiungere la fermata ho dovuto camminare per un quarto d’ora su una stradina quasi a una carreggiata, tanto che è stretta; lo sfondo è grigio, come del resto adesso che sono in bus: nebbia bianca/grigiastra che fa sembrare tutto come se venisse dall’oltretomba. C’è un che di spettrale e meraviglioso. L’aria freschissima ha un retrogusto dolciastro. Mentre scendo lungo la curvetta che mi porta alla piazzola di sosta della fermata, mi giro e cammino all’indietro, molleggiato da fare quasi dei piccoli salti, mentre il fantasma di un treno, da dietro gli alberi, sfreccia stridendo il suo metallo sui binari, ma il cui rumore è attutito dalla nebbia, e così le auto nella strada in mezzo, sotto il cavalcavia.
Chiamo il servizio clienti per chiedere se ci sono ritardi; una voce finta mi dice che il tempo d’attesa è quattro minuti. Mi guardo in giro e trovo dei pezzetti di carta a terra, sotto l’insegna della fermata. È il disegno di un bambino, piegato e strappato. Mi accovaccio, prendo i pezzi, li apro; è un puzzle! A uno a uno rimetto tutti i frammenti al loro posto, e mentre rimetto a posto il disegno, mi domando che storia ci sia dietro, chi lo abbia strappato e perché: forse il bambino era arrabbiato? Ma un bambino non piega un disegno per strapparlo, lo strappa e basta; oppure sì, che ne so; non lo saprò mai; bullismo? Del resto siamo alla fermata del bus… Taccio le ipotesi e immortalo questo quadro surreale in quanto assolutamente reale.
Si ferma quindi un altro bus, che non è quello previsto, è un altro, pare quasi abusivo, è un furgoncino adibito a bus, che mi ricorda la stanza dove ho vissuto a Malta, venduta come camera da letto ma che era palesemente un ex sgabuzzino, con l’unica finestra che dava sul balcone della stanza accanto. Trasformo il mio pollice in una semplice mano aperta, quindi il signore alla guida rallenta fino a fermarsi, mi dice qualcosa mentre lo sportello si apre.
«Come ha detto?»
«Devo andare a fare il metano», mi risponde facendo il gesto del pollice in giù, lo stesso che ho fatto fino a un minuto prima, quando gli automobilisti mi sorpassavano ignorando la mia richiesta di passaggio. Hai capito, il bus a metano!
«Se devi andare in città adesso…», fa una reticenza per intendere il ritardo, con il viso appesantito dal frangente, il sorriso arretrato dietro le le labbra a ingrossare le guance.
«Quanto ci mette?»
«Dieci, quindici minuti…»
«Va bene, allora salgo.»
Un euro per un biglietto che sembra una tessera d’iscrizione; in un certo senso lo è. Il logo mostra un pullman con scritto «Turismo Vattelapesca», con aggiunti codice fiscale, partita iva, un codice a cinque cifre timbrato a mano, mentre l’anno segnato è il 2022:
“Il presente biglietto è valido per effettuare una sola corsa sulla linea prevista. Prima di ogni partenza deve essere convalidato dal personale di bordo.
L’uso del biglietto non covalidato, o con precedente convalida relativa ad altra corsa, prevede il pagamento di penalità.
Nei casi di abuso si applica quanto previsto dal Codice Penale.”

Un euro, il codice penale, me’ cojoni. Non posso che pensare ai biglietti dei bus di Marsala, che a differenza di questo che è di carta plastificata, erano di carta ruvida, di quella che ti taglia, e che per convalidarli dovevi darli al conducente che semplicemente li strappava lasciandoli biforcati, e valevano per un’ora e mezza. Quindi riutilizzarli, già convalidati, con un semplice trick: sali sul bus, estrai uno dei quindici biglietti biforcati:
«Ma è già convalidato! Devi comprarne un altro.»
«No, l’ho convalidato prima!»
«Ma prima dove!?»
«Nell’altro bus!»
«E quando lo hai preso!?»
«Mezz’ora fa!»
Il conducente marsalese, non potendo dimostrare la gran balla che gli ho detto (che però il primo giorno era pura verità), si limitava a darmi uno sguardo a occhi sbarrati, quindi strizzandone uno, il ritratto della sfiducia, per poi chiudere tutto ridandomi il biglietto e lasciandomi accomodare, e fu così che il 14enne di turno spezzò le catene del matrix bigliettistico.
Invece adesso, unico passeggero di questo mini-bus, con due mini-estintori agli estremi; le tenaglie della batteria coi cavi rosso e nero; la radio rimovibile e la dashboard che trasuda anni ‘90, un bel bestioncello Iveco che fa il suo lavoro e mi fa sentire al calduccio. Il cielo è una tavola bianca e sfumata, anche se fino a un attimo fa, giusto il tempo di un’occhiata, ho potuto vederlo azzurro con qualche nuvoletta a malcelare il monte che sovrasta l’intera valle. Uno dei tanti monti che ci circondano. Chi lo sapeva che ‘sti monti verso il tardo pomeriggio diventano viola?! La luce e il pulviscolo, attorno alle cinque di pomeriggio, conferiscono ad essi un’aurea violacea. Giusto un paio di giorni fa, il primo dei miei giorni presso il canile, io e la mia host abbiamo osservato tale visione:
«Sembra un film…»
«A me pare proprio un green screen», aggiungo, e ci facciamo una risata.

Raggiunta la stazione del bus, chiedo al conducente:
«Dov’è la stazione dei treni?»
Mi guarda per un attimo, quindi indica oltre il finestrino con un mini-scatto:
«Lì!»
C’era proprio il palazzo istituzionale, con i mega-archi che c’hanno un retrogusto fascista, con il logo di Ferrovie dello Stato gigante; mi sono sentito un po’ scemo, ma è pur vero che ci ho messo comunque meno chiedendo che facendo da solo. Ci salutiamo, entro in stazione. Dopo aver dato il mio documento a un poliziotto che me lo ha addirittura chiesto per favore (+1 Fiducia nelle forze armate) per poi augurarmi buona giornata (+1), scendo le scale per andare al binario 5 e ascolto due signore parlare; noto che parlano una lingua mista fra il romano e il napoletano; come del resto la parlava il conducente del bus, solo che osservare due persone che la parlano fra loro diventa un’esperienza mistica: il romoletano. La parola che si trova a metà da entrambe le lingue, per eccellenza: «Mo’».
Destinazione Roma, dunque, alla volta della Discoteca Laziale, che non è una discoteca, bensì un negozio di musica. Il 31 ottobre infatti ero ancora a Roma, dopo gli strascichi del caso di Poggio Mirteto (che racconterò). Era anche il giorno del lancio di Orbit Orbit, il nuovo album di Caparezza, che però è anche un fumetto. Ho letto e ascoltato il disco-fumetto ieri pomeriggio e sono carico per incontrare la leggenda vivente, che però non vuole essere definita tale. Come sono finito a incontrare Caparezza? Per puro caso, sempre presso il negozio:
«Buongiorno!»
«Salve, buongiorno», mi accoglie la signora sulla settantina con un sorriso.
«Oggi è uscito l’album di…», con la coda dell’occhio vedo una tripla pila con Caparezza in tuta da cosmonauta che cammina serioso dietro la sua roulotte-navicella, che c’ha proprio l’apparenza dell’eroe che va via dall’edificio che esplode alle sue spalle.
«Ah, eccolo», mi sovrasto.
La signora mi spiega il catalogo, quindi compro il cofanetto con il CD, gli adesivi e il fumetto. Mi sono appena accorto che odio la parola «cofanetto», così come «regime forfettario». Ti succede mai che alcune parole ti fanno arrabbiare senza una spiegazione logica? Boh, a me queste che ho citato fanno sentire un finto aristocratico che poggia il suo cofanetto sul mobile rococò in legno massello coi guadagni del suo regime forfettario. Vabbè, ho deragliato; quando scrivo deraglio, anzi mi sto pure trattenendo; del resto questo pezzo di narrativa di viaggio si fa anche su treno. Il titolo della hit di Orbit Orbit è Io sono il viaggio, e allora io sono proprio il treno, damoje così.
Insomma, compro ‘sto cofanetto e, nel salutare, la signora, assieme allo scontrino, mi porge un braccialetto blu:
«A venerdì!»
Io strabuzzo gli occhi e mi fermo.
«Cosa c’è venerdì?»
«Cosa c’è venerdì!?», mi fotografa la signora, «C’è l’incontro con l’autore!»
Ostregamaduninapazzurda.
«Ma in che senso!?», sbarro gli occhi.
«L’artista incontrerà i fan, firmerà le copie, farà le foto; non so se parlerà ai fan, ma chissà!»
«Ma bellissimo! Non lo sapevo!»
«L’incontro è alle quattro, ma con la ressa che ci sarà, ti consiglio di essere qui alle dieci, per evitare la fila.»
«Nessun problema, mi accampo proprio, con la tenda, la notte prima.»
La signora si abbandona a una bella risatona di quelle che ti ridanno la salute.
«Mi sei piaciuto, hai una bella energia, e complimenti per la maglietta!». Indossavo la mia t-shirt dei Queen, fatta da Fruit of the Loom, comprata in un negozio fichissimo a tema rock, a Torino nel 2014, e ancora è intatta, immacolata, soltlanto un po’ sbiadita perché troppe volte la misi a lavare senza averla rivoltata.
E mo’ andiamo in fila per vederlo.
È la seconda volta che incontro Caparezza a caso: all’Etna Comics del 2023 me lo ritrovai proprio davanti, due minuti dopo aver scoperto che era ospite per un’intervista: gli ho pure dato il cinque, lasciamo perde. Stavo vagando per l’area della fiera, che poi in realtà stavo cercando un ragazzo col cosplay da maid che m’aveva attivato, anche perché c’eravamo scambiati uno sguardo di sesso che ciaone proprio; non trovai più il bonazzo di turno, ma, beh, mi ritrovai davanti a un giga-poster che in fondo, e scritto abbastanza piccolo, recitava: «Incontro con Caparezza discutendo di fumetti». Io andai in visibilio, credo che mi ubriacai d’aria, fui travolto dall’entusiasmo, come i cagnolini che rivedono il padrone dopo che era sparito per settimane. Davanti al portone che portava all’aula dell’intervista, io parte del semicerchio di persone, si sentì un uomo dire a un altro, con la voce tremolante:
«Ec-ecco Michele…»
Quindi davanti a me c’è il metro e novanta di uomo, più zazzerona riccia, un Michele Salvemini esausto ma sorridente; io volevo salutarlo in una maniera più sobria, ma mi metto a scodinzolare, a momenti facevo pure le capriole; mi piego sulle ginocchia, mi faccio ancora più basso di lui, quindi braccia in cielo e testa un po’ all’indietro, ubriachissimo:
«GRANDE CAPA!!!» e lancio la mia mano, lui strabuzza gli occhi per un istante, quindi risponde, e ci diamo il cinque all’americana. Quindi lui passò, e io in qualche modo mi intrufolai dentro assieme ad altri anche se ufficialmente non c’erano più posti; e invece c’erano. Uno di quei ricordi che mi strappano sempre un sorriso, perché fu una cosa inaspettata e improvvisa, non ebbi il tempo di capirla, la vissi di botto, nuda vita, che poi è il motivo per cui amo viaggiare: ero a quell’Etna Comics abusivamente, perché m’ero preso un volo Malta-Catania durante tre giorni liberi, cosa che da regole aziendali non potevo fare, ma questa la tengo per un’altra volta. Unico rimpianto di quel momento? Indossavo un guanto, che era anche molto figo e tutto, a strisce grigie e nere, di quelli che ti coprono il palmo della mano fino al gomito; l’avevo comprato a Bancomatta, un negozio al centro di Pescara, dove fui stato per vedere dal vivo Eleazaro, che mi fece sì molto ridere, ma mi deluse abbastanza: si svendette per i soldi di Mediaset, ma vabbè, ne parliamo un’altra volta. Ecco, questo è il primo colpo di Soccattrova, il racconto del mio nuovo stile di vita da viaggiatore, che spero possa servirti per trovare l’energia e fare quella cosa che vorresti tanto ma che temi. Il mondo è molto più facile e sicuro di quello che viene raccontato, perlomeno dal mio punto di vista di maschio bianco italiano.
Mentre sento la bella voce di una donna parlare alla sua amica con accento romano, che amo, tutto cantilenato e semiserio, osservouna le montagne, ai cui piedi sta un conglomerato di casette rosse e bianche, e tante altre sparse lungo tutto il tappeto verde; verde ovunque, a perdita d’occhio, nuvoloni dietro la montagna, e altre cime, pezzi di altri monti, che è tutto così simile al paesaggio della mia provincia, quella di Trapani, eppure completamente diverso, più leggero, più nuovo, più da scoprire. Guardo le cose che sono davanti a me che sfreccio: un furgoncino bianco completamente esploso, carbonizzato, accanto a un campetto da calcio; una tenda rossa da circo, ma con gli ostacoli dell’equitazione ai lati; il cielo diviso in due: bianco delle nuvole, blu delle montagne, nessuna sfumatura, il disegno di un bambino. Quello che mi sento quando scopro un nuovo posto, una nuova opportunità. Ringiovanisco, il mio cervello si riattiva e percepisco il mio corpo nello spazio. Non sono bravo a chiudere gli articoli, perché oh, è pur un flusso di coscienza, a tratti. Chissà come sarà l’incontro con Capa’.

Scopri di più da Loft Cultura

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere