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“La regia oscura: il nuovo libro di Davide Pulici su Roger A. Fratter”. Di Fabio Bagnasco

In La regia oscura (edito da Nocturno Libri) Davide Pulici non costruisce soltanto un’intervista, ma un attraversamento, un viaggio dentro l’opera e la visione di Roger A. Fratter, un regista che sfugge alle etichette e che non può essere confinato nel perimetro del cinema indipendente, perché la sua filmografia è un corpo vivo che respira, muta, si rielabora senza sosta. I suoi film – da Sete da vampira ad Abraxas – Riti segreti dall’oltretomba, da Flesh Evil – Il male nella carne a Tutte le donne di un uomo da nulla, fino a Rage Killers – non sono soltanto titoli, ma stazioni di un percorso in cui il cinema diventa carne, immagine che incide e che lascia segni. Pulici restituisce con chiarezza la natura organica di questa filmografia, in cui eros e morte, memoria e infanzia, sacro e profano, si intrecciano come vene in un corpo vivente. L’erotismo, mai ridotto a superficie, è qui forza oscura che attraversa i corpi e li espone, la memoria è magma instabile che trasforma il passato in materia bruciante, l’infanzia è magia e vertigine, serbatoio di paure e meraviglie che non smettono di riaffiorare. Anche i luoghi sono protagonisti: case abbandonate, paesi di provincia, interni domestici, paesaggi rurali che diventano presenze attive, custodi di segreti e proiezioni dell’inconscio. E proprio come curiosità, il libro si chiude con un ritratto intimo che Fratter dedica alle sue attrici, donne che non sono muse idealizzate ma corpi concreti, complici e portatrici di quella vibrazione sensuale e carnale che anima i suoi film: presenze che hanno reso possibile la traduzione dell’immagine in carne e della visione in esperienza. Ma è il titolo stesso, La regia oscura, a suggerire la chiave più profonda. Non si tratta solo di uno stile o di una poetica, ma di un vero atto di navigazione nell’inconscio, di un lavoro dentro la materia oscura che abita l’uomo e che il cinema di Fratter sa evocare con forza rara. Oscura non perché incomprensibile, ma perché sotterranea, perché procede nelle zone buie della mente, nei recessi dove memoria e desiderio si confondono, dove l’infanzia torna come sogno o incubo, dove l’immagine diventa visione primordiale. La regia oscura è dunque questo: un cinema che rinuncia alle superfici rassicuranti per farsi materia viva, attraversamento delle ombre, immersione nell’invisibile che ci abita. Alla fine della lettura non troviamo la radice ultima dell’inconscio, né una verità definitiva che illumini la materia oscura da cui Fratter attinge, ed è giusto così, perché il cuore del libro non sta nella rivelazione di un punto d’origine, ma nel viaggio stesso, nella continua navigazione tra ricordi, paure, desideri, luoghi, corpi e immagini. Quello che resta non è una risposta, ma il movimento, l’attraversamento, il sentirsi immersi in un cinema che non chiude mai, che non offre soluzioni, ma che ci costringe a guardare oltre la superficie e a percepire che l’oscurità non va spiegata: va abitata.

Fabio Bagnasco

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