Presentata la 44^ edizione del Festival delle Orestiadi di Gibellina, dal 27 giugno al 3 agosto al Baglio di Stefano e al Cretto di Burri
Ritornano le Orestiadi dal 27 giugno al 3 agosto nei diversi luoghi d’arte di Gibellina, tra teatro, musica, libri e arti visive, con una grande Anteprima (il 27 e 28 giugno) che vuole festeggiare il prestigioso riconoscimento ottenuto dalla città, nel 2026 Gibellina sarà infatti la prima Capitale dell’arte contemporanea italiana. Il Festival delle Orestiadi, per accogliere e preparare questo momento, inizierà il suo viaggio attraverso un racconto nello spazio e nel tempo che ci guiderà, “ascoltando il passato/guardando al futuro”, verso il 2026, con due edizioni speciali, con la direzione artistica di Alfio Scuderi, volte a valorizzare e rilanciare un Festival che è nato dalle macerie del terremoto, grazie al sostegno della Regione Sicilia, Assessorato al Turismo e Assessorato dei Beni Culturali e dell’identità siciliana, del Ministero dei Beni Culturali e del Comune di Gibellina.
Le Orestiadi 2025, giunte alla loro 44° edizione, anima da sempre del progetto artistico che ha guidato Gibellina in questo mezzo secolo, saranno ancor più volte a raccontare, attraverso progetti originali e inediti, un territorio che è rinato grazie al suo inscindibile rapporto con la contemporaneità. L’arte, il teatro, la narrazione, la musica a Gibellina da sempre convivono in sinergia con i luoghi unici di questa città, come il Baglio di Stefano e al Cretto di Burri.
La Fondazione Orestiadi si conferma, con la sua storia, avvalorata anche dal prestigioso riconoscimento ottenuto dal Ministero, Polo del Contemporaneo siciliano e il suo Festival rappresenta sicuramente un momento fondante di quella storia in cui i linguaggi della contemporaneità si mettono da sempre in dialogo tra di loro, fondendosi.
Le Orestiadi accenderanno, ancora una volta, la città di Gibellina ed i suoi luoghi d’arte facendoli “vivere” attraverso i diversi linguaggi della contemporaneità. Una grande novità sarà data dall’anteprima del Festival, una vera festa del contemporaneo che il 27 e 28 giugno farà “risuonare” Gibellina in maniera unica grazie al dialogo tra musiche e opere d’arte, dichiara il Direttore artistico Alfio Scuderi.
L’assessore al Turismo della Regione, Elvira Amata dichiara: il turismo in Sicilia è storia, cultura, natura e, grazie ad un esempio virtuoso come Gibellina, il turismo nell’isola è anche arte contemporanea. Il Festival delle Orestiadi giunto alla sua 44° edizione, rilancia oggi la sua storia e la proietta verso un 2026 che segnerà la consacrazione di Gibellina, Città italiana del Contemporaneo, grazie al prestigioso riconoscimento ricevuto dal Ministero della Cultura italiana.
Francesco Scarpinato, Assessore ai Beni culturali e dell’identità siciliana, dichiara: le Orestiadi di Gibellina da sempre sono sinonimo di arte e teatro contemporaneo, grazie e quel progetto visionario di Ludovico Corrrao che, all’indomani del terremoto, ha immaginato la ricostruzione della città con il prezioso contributo degli artisti e delle loro arti. Il Festival delle Orestiadi, giunto oggi alla sua 44° edizione, testimonia il risultato di quel progetto nel tempo, un progetto che ha messo insieme il territorio, l’arte contemporanea e il teatro, in un sodalizio inscindibile e fortemente identitario.
Francesca M. Corrao, presidente della Fondazione Orestiadi, dichiara: quest’anno la programmazione voluta dal direttore Alfio Scuderi mette al centro il dialogo tra arte e teatro per evidenziare il successo di una scommessa lanciata da Corrao che ha visto per protagonisti i più grandi artisti italiani e stranieri: l’arte per ridare speranza e ragioni per vivere a una popolazione devastata dal lutto.
L’Anteprima del Festival – aspettando la capitale: 27 e 28 Giugno
La notte del Contemporaneo – Gibellina Città Teatro
Il 27 giugno: una giornata dedicata all’artista Emilio Isgrò, uno dei padri fondatori del Festival che ispirato dalla sua Orestea, prese il nome, con la presentazione del suo ultimo libro e alcune letture dal suo testo “San Rocco legge la lista dei miracoli e degli orrori” a cura di Vincenzo Pirrotta.
Il 28 giugno, dal tramonto, a Gibellina: Una novità, una festa, una lunga notte del contemporaneo in cui la città di Gibellina si metterà in scena, attraverso i suoi luoghi simbolo. Le opere d’arte urbana che raccontano la storia della città vivranno in un percorso originale fatto di performances tra arte, musica e teatro. Il Sistema delle Piazze di Franco Purini e Laura Thermes con i suoni elaborati da Angelo Sicurella “Suoni dalle piazze” (ore19), il Palazzo di Lorenzo di Francesco Venezia grazie al solo di Alexander Balanescu (ore 20), l’Anfiteatro della Chiesa Madre di Ludovico Quaroni con le musiche di Ennio Morricone nell’originale omaggio di Ferruccio Spinetti e Giovanni Ceccarelli “More Morricone” (ore 21), la Città di Tebe di Pietro Consagra prenderà nuova vita grazie alle canzoni di Lucio Dalla nella particolare interpretazione di Peppe Servillo, Javier Girotto, Natalio Mangalavite “L’anno che verrà” (ore 22), e la Porta verso il Cremlino con l’originalissimo percorso sonoro ispirato all’immaginario filmico di David Lynch a cura di N.A.I.P “Silencio – omaggio sonoro a David Lynch”(ore 23).
Il Festival delle Orestiadi, tra arte, musica e teatro, dal 4 luglio al 3 agosto:
Il classico diviene ancora una volta contemporaneo a Gibellina, grazie alla performance intorno al testo di Shakespeare “Macbeth vs Macbteh” a cura di Sergio Rubini (il 4 luglio). Il nostro viaggio, iniziato con l’anteprima, intorno alle musiche del nostro tempo, prosegue sotto la Montagna di Sale di Mimmo Paladino, grazie alle note di Pino Daniele reinterpretate per l’occasione da Fabrizio Bosso e Julian Olivier Mazzariello nel concerto-omaggio “Il Cielo è pieno di stelle” (il 5 luglio). Il mondo delle favole, si conferma un tassello fondamentale, poetico del nostro Festival, grazie a “Il canto della sirena” di Emma Dante (il 6 luglio), “una storia, drammatica come sono le favole, ma leggera com’è la brezza del mare”. Un progetto originale, uno spettacolo teatrale in forma di cunto, poesia e musica sarà il “Cunto saraceno” di Gaspare Balsamo, in prima nazionale a Gibellina (il 10 luglio). Il Regista Luca Guadagnino porta in scena lo “Stabat Mater” di Antonio Tarantino (l’11 luglio) con Fabrizia Sacchi. Ritorna a Gibellina Ascanio Celestini con il suo nuovo spettacolo “Poveri Cristi” (il 12 luglio) per trovare le parole per raccontare questi poveri cristi che non hanno una lingua per raccontarsi che non sia quella della pietà. Ugo Giacomazzi e Luigi Di Ganci presentano il loro nuovo lavoro con la compagnia di ragazzi e ragazze Down (Ivan Dragotta, Alberto Esposito, Salvatore Leone, Giuseppe Lucchese, Simona Mirelli, Giorgia Mirelli, Matteo Richiusa, Vincenzo Sicola) “Mezzi sogni d’estate” (il 12 luglio alle 19,30).
Antonio Latella (per la prima volta alle Orestiadi) con il suo “Wonder women” (il 18 luglio), un testo scritto con Federico Bellini, per raccontare la storia di una ragazza vittima di stupro che lotta per la verità, come la Wonder Woman dei fumetti si batte per la giustizia.
La narrazione di Davide Enia, per non dimenticare quel 19 luglio, attraverso le parole del suo “Autoritratto”. L’omaggio ad Andrea Camilleri, nel centenario della sua nascita, avrà inizio al Baglio di Stefano (per poi proseguire sul Cretto il 31 luglio) con un doppio appuntamento tra teatro e musica (il 25 luglio): il testo di Andrea Camilleri “Gran circo Taddei” nella mise en espace di Alessio Piazza e l’omaggio musicale di Olivia Sellerio “Zara Zabara” con le canzoni scritte per Montalbano. Un progetto site specific dentro i diversi luoghi del Baglio di Stefano per mettere in scena l’arte “Il racconto dell’arte, l’arte si racconta” (il 26 luglio), raccontare quell’inscindibile dialogo tra teatro e arti visive, matrice da sempre del nostro Festival, affidato a Silvia Ajelli con la performance “La parte per il tutto” di Manlio Santanelli e a Carlotta Viscovo con “Il corpo della lotta” drammaturgia di Angela Demattè.
Un altro appuntamento, tra musica, immagini e parole, per celebrare un regista visionario come David Lynch, a pochi mesi dalla sua morte (dopo la performance di N.A.I.P nell’anteprima del 28 giugno), Roy Paci al Baglio di Stefano (il 27 luglio) commenterà con la sua musica il video a cura di Umberto Cantone e la partecipazione degli attori Fabrizio Romano e Aurora Falcone.
Ed in chiusura al tramonto, al Cretto di Burri (31 luglio, 1 e 3 agosto):
Il Festival chiude come di consueto al Cretto, con tre appuntamenti unici ed imperdibili al tramonto: per festeggiare il centenario della nascita di Andrea Camilleri, l’amatissimo autore siciliano, Luca Zingaretti leggerà il suo ultimo testo “Autodifesa di Caino” (il 31 luglio);
un rito condiviso che, oggi come ieri, grazie alle parole dell’Orestea, in un dialogo creativo unico, affronti il tema della riscrittura contemporanea dei classici in più forme, “Un’Orestea contemporanea” (l’1 agosto), due performance inedite sul Cretto, con la partecipazione di Isabella Ragonese, con le musiche di Rodrigo D’Erasmo e Francesco Scianna; per terminare il viaggio iniziato con le note di Dalla e Morricone passando per Pino Daniele, la nostra chiusura (il 3 agosto), sarà affidata a Danilo Rea con il suo omaggio a Fabrizio De Andrè.
INFO per biglietti: I biglietti sono acquistabili online sul sito www.fondazioneorestiadi.it
L’ANTEPRIMA DEL FESTIVAL
#orestiadilibri
27 Giugno ore 19,00 – MAC Museo d’Arte Contemporanea “Ludovico Corrao”
IO NON CANCELLO, LA MIA VITA FRAINTESA
presentazione del libro di Emilio Isgrò
Solferino editore – 2024
a seguire
Letture da
SAN ROCCO LEGGE LA LISTA DEI MIRACOLI E DEGLI ORRORI
Testo di Emilio Isgrò
Letture di Vincenzo Pirrotta
#aspettandolacapitale
28 Giugno dalle ore 19,00 – itinerante per la città di Gibellina
Il Sistema delle Piazze – Palazzo di Lorenzo – Anfiteatro della Chiesa Madre
La città di Tebe, Piazza XV gennaio 1968 – La porta del Cremlino, Orto botanico
LA NOTTE DEL CONTEMPORANEO – GIBELLINA CITTA’ TEATRO
un progetto a cura di Alfio Scuderi
con la partecipazione musicale in o.a. di:
Il sistema delle piazze: Angelo Sicurella “Suoni dalle piazze”
Palazzo di Lorenzo: Alexander Balanescu “Solo”
L’anfiteatro della Chiesa Madre: Ferruccio Spinetti e Giovanni Ceccarelli “More Morricone”
La città di Tebe: Peppe Servillo, Javier Girotto e Natalio Mangalavite “L’anno che verrà”
La porta del Cremlino: N.A.I.P “SILENCIO – omaggio sonoro a David Lynch”
PROGETTO SITE SPECIFIC
IL FESTIVAL
#classicocontemporaneo
4 luglio ore 21,00 – Baglio di Stefano
MACBETH vs MACBETH
da William Shakespeare
con SERGIO RUBINI
musiche originali eseguite dal vivo da Michele Fazio
adattamento, traduzione e regia di Sergio Rubini
#orestiadilibri
5 luglio ore 19,30 – Baglio di Stefano
IL SOGNO MEDITERRANEO
di Ludovico Corrao
conversazione con Baldo Carollo
Terza edizione 2025 – Ernesto di Lorenzo editore
#musichedelnostrotempo
5 luglio ore 21,00 – Baglio di Stefano
IL CIELO È PIENO DI STELLE
omaggio a Pino Daniele
FABRIZIO BOSSO e JUAN OLIVIER MAZZARIELLO
#orestiadilibri
6 luglio ore 19,30 – Baglio di Stefano
VITE DI ROSALIA
presentazione del libro
di Davide Camarrone e Francesco De Grandi
Silvana editoriale – 2024
#favoledioggi
6 luglio ore 21,00 – Baglio di Stefano
IL CANTO DELLA SIRENA
liberamente tratto da “La Sirenetta” di H.C. Andersen
testo e regia di EMMA DANTE
con Viola Carinci, Davide Celona, Stephanie Taillandier
favola per bambinƏ e adultƏ
#storiedigiufa
10 luglio ore 21,00 – Baglio di Stefano
CUNTO SARACENO
Morte di Gesù Giufà Orlando
di e con GASPARE BALSAMO
musiche originali scritte ed eseguite dal vivo da Cesare Basile e Giovanni Aprea
PRIMA NAZIONALE
#orestiadilibri
11 luglio ore 19,30 – Baglio di Stefano
IL TARANTISMO MEDITERRANEO
Una cartografia culturale
Presentazione del libro di Vincenzo Santoro
ItineArti edizioni
#storiedidonne
11 luglio ore 21,00 – Baglio di Stefano
STABAT MATER
di Antonio Tarantino
con FABRIZIA SACCHI
adattamento in napoletano di Stella Savino e Fabrizia Sacchi
regia LUCA GUADAGNINO e STELLA SAVINO
#classicocontemporaneo
12 luglio ore 19,30 – Baglio di Stefano
MEZZI SOGNI D’ESTATE
Capitolo I: Piramo&Tisbe
drammaturgia e regia
LUIGI DI GANCI e UGO GIACOMAZZI
con la compagnia di ragazzi e ragazze down: Ivan Dragotta, Alberto Esposito, Salvatore Leone,
Giuseppe Lucchese, Simona Mirelli, Giorgia Mirelli, Matteo Richiusa, Vincenzo Sicola
Progetto realizzato con i fondi dell’otto per mille della Chiesa Valdese
PRIMA NAZIONALE
#storiedioggi
12 luglio ore 21,00 – Baglio di Stefano
POVERI CRISTI
di e con ASCANIO CELESTINI
Musica dal vivo di Gianluca Casadei – fisarmonica
#orestiadilibri
18 luglio ore 19,30 – Baglio di Stefano
GIBELLINA. IDEOLOGIA E UTOPIA
Presentazione del libro di Giuseppe La Monica
Edizione aggiornata a cura Marcella La Monica
Franco Angeli – 2025
#ilteatrosifacivile
18 luglio ore 21,00 – Baglio di Stefano
WONDER WOMAN
di Antonio Latella, Federico Bellini
regia di ANTONIO LATELLA
con Maria Chiara Arrighini, Giulia Heathfield Di Renzi,
Chiara Ferrara, Beatrice Verzotti
#orestiadilibri
19 luglio ore 19,30 – Baglio di Stefano
IL COCCODRILLO DI PALERMO
presentazione del libro di Roberto Andò
La nave di Teseo – 2025
#pernondimenticare
19 luglio ore 21,00 – Baglio di Stefano
AUTORITRATTO
di e con DAVIDE ENIA
musiche composte ed eseguite da Giulio Barocchieri
#camilleri100
25 luglio dalle ore 20,30 – Baglio di Stefano
GRAN CIRCO TADDEI di Andrea Camilleri
regia di ALESSIO PIAZZA
con Alessio Piazza, Marcella Favilla, Francesco Vittorio Pellegrino e Matteo Pipitone
a seguire
ZARA ZABARA
canzoni per Montalbano
scritte, arrangiate e interpretate da OLIVIA SELLERIO
musicisti: Lino Costa, Dario Salerno, Paolo Pellegrino, Alberto Fidone
Per il centenario della nascita di Andrea Camilleri
#peramoredell’arte
26 luglio dalle ore 20,30 – Baglio di Stefano
L’ARTE SI RACCONTA – IL RACCONTO DELL’ARTE
IL CORPO DELLA LOTTA
performance site specific ispirata a Camille Claudel
tratta dallo spettacolo L’ESTASI DELLA LOTTA
progetto di Carlotta Viscovo
con CARLOTTA VISCOVO
e lo scultore Ettore Greco
drammaturgia Angela Demattè
a seguire
LA PARTE PER IL TUTTO
storia d’arte e d’amore
di Manlio Santanelli
con SILVIA AJELLI
PRIMA NAZIONALE
#omaggiolynch
27 luglio ore 21,00 – Baglio di Stefano
UN EQUILIBRISTA SQUILIBRATO, DAVID LYNCH
musiche immaginifiche per un film immaginario
a cura di ROY PACI
STAVEDERE LYNCH
a cura di Umberto Cantone
con la partecipazione di Aurora Falcone e Fabrizio Romano
PRIMA NAZIONALE
IL CRETTO, AL TRAMONTO
#camilleri100
31 luglio ore 19,00 – Cretto di Burri
LUCA ZINGARETTI
legge AUTODIFESA DI CAINO
di Andrea Camilleri
Per il centenario della nascita di Andrea Camilleri
#classicocontemporaneo
1 agosto ore 19,00 – Cretto di Burri
UN’ORESTEA
appunti per un’Orestiade contemporanea
AGAMENNONE con FRANCESCO SCIANNA
CLITENNESTRA con ISABELLA RAGONESE
musiche originali composte ed eseguite dal vivo da Rodrigo d’Erasmo
PROGETTO SITE SPECIFIC
#musichedelnostrotempo
3 agosto ore 19,00 – Cretto di Burri
DANILO REA – piano solo
Omaggio a Fabrizio De Andrè
Il 28 giugno dal tramonto a Gibellina:
L’Anteprima del Festival – aspettando la capitale
La notte del Contemporaneo – Gibellina Città Teatro
Una lunga notte del contemporaneo in cui la città di Gibellina si metterà in scena, attraverso i suoi luoghi simbolo. Le opere d’arte urbana che raccontano la storia della città vivranno in un percorso originale fatto di performances inedite tra arte, musica e teatro. Il Sistema delle Piazze di Franco Purini e Laura Thermes, il Palazzo di Lorenzo di Francesco Venezia, l’Anfiteatro della Chiesa Madre di Ludovico Quaroni, la Città di Tebe e la Porta verso il Cremlino di Pietro Consagra, prenderanno nuova vita grazie ai suoni delle Piazze elaborati da Angelo Sicurella, alle note di Morricone nell’originale omaggio di Ferruccio Spinetti e Giovanni Ceccarelli, di Lucio Dalla nella personale interpretazione di Peppe Servillo, di Alexander Balanescu, dell’originalissimo N.A.I.P con un percorso sonoro ispirato all’immaginario filmico di David Lync.
Una creazione unica che annuncerà e anticiperà Gibellina Capitale dell’arte contemporanea 2026. Una staffetta tra musica e arte che sonorizzerà l’intera città di Gibellina, facendo risuonare le sue opere dal tramonto alla notte:
- Ore 19,00 il Sistema delle Piazze di Franco Purini e Laura Thermes:
Angelo Sicurella “Suoni delle piazze”
- Ore 20,00 Palazzo di Lorenzo di Francesco Venezia:
Alexander Balanescu “Solo”
- Ore 21,00 Anfiteatro della Chiesa Madre di Ludovico Quaroni:
Ferruccio Spinetti e Giovanni Ceccarelli “More Morricone”
- Ore 22,00 La Città di Tebe di Pietro Consagra:
Peppe Servillo, Javier Girotto, Natalio Mangalavite “L’anno che verrà”
- Ore 23,00 La porta del Cremlino di Pietro Consagra, Orto Botanico:
N.A.I.P “Silencio – omaggio sonoro a David Lynch”
#classicocontemporaneo
4 luglio ore 21,00 – Baglio di Stefano
MACBETH vs MACBETH
da William Shakespeare
con SERGIO RUBINI
musiche originali eseguite dal vivo da Michele Fazio
adattamento, traduzione e regia di Sergio Rubini
Sergio Rubini affronta in scena un vero corpo a corpo con il personaggio di Shakespeare.
Un adattamento originale curato da Sergio Rubini a partire dal celebre dramma shekesperiano, in cui Rubini sceglie di trasformare tutti i personaggi dell’opera in proiezioni del protagonista, sue voci interiori, suoi doppi, interpretazioni dei più diversi stati d’animo.
L’ardente brama di potere, i laceranti sensi di colpa di Macbeth rivivono quindi attraverso la voce di un attore capace di dare forma anche ai demoni più nascosti. Una spirale di sangue, ambizione, inganni, trame che da oltre quattrocento anni affascina il pubblico di ogni latitudine, mettendo a nudo la caduta di tutte le virtù sotto il peso dell’ambizione e della corruttibilità che rendono l’uomo schiavo dell’ossessione per il potere.
A rendere più vivido il dramma del crudele generale e della spietata Lady Macbeth, precipitati nell’abisso della follia dalla loro stessa ambizione, vibra nelle musiche originali di Michele Fazio.
#musichedelnostrotempo
5 luglio ore 21,00 – Baglio di Stefano
IL CIELO È PIENO DI STELLE
omaggio a Pino Daniele
di FABRIZIO BOSSO e JULIAN OLIVIER MAZZARIELLO
Fabrizio Bosso, tromba
Julian Oliver Mazzariello, pianoforte
Accompagnato dal pianista Julian Oliver Mazzariello, Fabrizio Bosso ripercorre le diverse traiettorie musicali di Daniele, cercando di restituire un ritratto inedito del cantautore napoletano, puntando soprattutto sulle interpretazioni originali dei suoi celebri brani. L’intenzione non è una semplice rilettura, bensì (ri)vestire una musica già grande ma con colori nuovi e autentici, facendo risuonare melodie straordinarie con la timbrica e la poesia di due eccezionali protagonisti del jazz contemporaneo.
Il repertorio del concerto abbraccia un’ampia rosa di brani, dall’immancabile Napule è (1977) alla trascinante Je so’ pazzo (1979), la magia di Quanno chiove (1980); ma anche le più recenti Quando (1992) e le due perle del 1993 Allora sì e Sicily, quest’ultima registrata all’epoca con il jazzista americano Chick Corea, autore della musica alla quale Pino Daniele aggiunse il testo.
La musica e la poetica di Pino Daniele – afferma Fabrizio Bosso – hanno influenzato generazioni di musicisti, me compreso. Nelle sue melodie non c’è mai una nota fuori posto e non c’è solo il blues, il rock o il funky ma anche tantissimo jazz. Tutti abbiamo cantato Pino Daniele nella nostra vita.
Con “Il cielo è pieno di stelle”, Bosso e Burgio celebrano un genio della musica che ha influenzato intere generazioni di musicisti, e che continua a ispirare e rinnovare il panorama musicale anche a distanza di anni. Un incontro imperdibile tra il jazz e la tradizione musicale partenopea, che rende omaggio a un artista che ha cambiato il corso della musica italiana.
Il cielo è pieno di stelle è anche il nome dell’album pubblicato dalla Warner nel 2024, e registrato a insieme a Mazzariello, presso lo storico Splash Recording Studio di Napoli.
#favoledioggi
6 luglio ore 21,00 – Baglio di Stefano
IL CANTO DELLA SIRENA
liberamente tratto da “La Sirenetta” di H.C. Andersen
testo e regia di EMMA DANTE
con Viola Carinci, Davide Celona, Stephanie Taillandier
Luci Cristian Zucaro
Coordinamento e distribuzione Daniela Gusmano
favola per bambinƏ e adultƏ
Produzione Atto Unico / Sud Costa Occidentale
“Ogni volta che un bambino muore, scende sulla terra un angelo, prende in braccio il bimbo morto, allarga le grandi ali bianche e vola in tutti i posti che il bambino ha amato.” H.C.Andersen
“Il canto della sirena” racconta la storia di una sirena che se ne sta ore e ore su uno scoglio a contemplare il mare. L’umido del mare le trapassa le ossa e raffredda il suo corpo che ama invece la terraferma da dove il mare è una distesa bellissima con un odore buono. Ogni sera, Agnese, la più piccola di sei sorelle, con la pelle delicata come petali di rosa e gli occhi chiari come laghi profondi, canta a riva sotto le stelle, finché un giorno, a causa di una terribile tempesta, vede affondare una nave. Agnese si tuffa e salva un principe che sta per affogare. Lo riporta a riva e se ne innamora perdutamente. È a questo punto che la sirena fa la sua scelta: rinunciare alla coda di pesce per inseguire il grande amore. È disposta a tutto Agnese e chiede alla strega del mare il sortilegio. Avrà due gambe per correre dal suo principe e in cambio darà alla strega la sua voce. Ma non è tutto, il rischio è più grande: se il principe non ricambierà il suo amore, Agnese diventerà schiuma del mare. La sirena accetta tutto, anche di morire, e in una mutazione dolorosissima la sua coda si divide in due, generando le gambe di una donna senza voce. Il suo principe sarà disposto ad amarla? E la sirena si sentirà a casa sulla terraferma, oppure comincerà ad avere freddo? Si salverà Agnese o cadrà nell’abisso profondo del suo triste destino?
Lo scopriremo ascoltando la sua storia, drammatica come sono le favole, ma leggera com’è la brezza del mare.
#storiedigiufa
10 luglio ore 21,00 – Baglio di Stefano
CUNTO SARACENO
Morte di Gesù Giufà Orlando
di e con GASPARE BALSAMO
musiche originali scritte ed eseguite dal vivo da Cesare Basile e Giovanni Aprea
Alessandro Arena, light designer – Paolo Consoli, Grafica – Luca Recupero, fonica
PRIMA NAZIONALE
Cunto saraceno è uno spettacolo teatrale in forma di cunto, poesia e musica. Il testo è costruito e si ispira liberamente ad alcune parti delle “Novelle saracene” dello scrittore siciliano, più volte candidato al Nobel per la letteratura, Giuseppe Bonaviri. Una ispirazione letteraria e orale in cui confluiscono secoli di storia fatta in Sicilia da siculi, greci, arabi, normanni, spagnoli. Una storia insolita attraverso una lingua nativa, materna, vibratile, mobile e emotiva per oracolare essenzialità. È davvero la scoperta di un’area, spesso ignota, della favolistica siciliana su cui autori, scrittori, folkloristi non hanno sempre lavorato. Ambientato in un Medioevo siciliano al contempo reale e assurdo, troviamo i nostri protagonisti, Gesù e Giufà, stranamente saraceni, e il paladino Orlando perseguitati dal Re Federico II Re e dal Papa santità difensori della cristianità. Un viaggio, le cui coordinate spazio-temporali annullano ogni certezza e convenzione storica, e dove la fantasia lirica e la narrazione sapienziale magico-contadina evocano e raccontano il ribaltamento di un mondo antico e fantastico che narra di saraceni siciliani scacciati dalle loro terre e dalle loro case e la cui ribellione al potere costituito si trasforma in un percorso alla riscoperta del sé. Un ribaltamento effettuato dal racconto in scena, dove la religione cristiana e quella musulmana si rovesciano l’una nell’altra per contaminazione favolosa e dove le figure simboliche dei personaggi si dislocano dai loro contesti mitici, tradizionali e letterari: Orlando paladino che corre in soccorso di Gesù saraceno che è simmetrico all’amico Giufà nero e gigante a cui è pure concessa la podestà di fare miracoli. Lo scenario della cacciata e della persecuzione di un popolo dalla propria terra e la cancellazione della propria matrice culturale, argomento oggi più che mai attuale e tragico, irrompe nello spettacolo violentemente e drammaticamente come un grido e una bandiera di pace e speranza attraverso un cunto civile e sacro che tenta in questa particolare prospettiva di dare anche una risposta alternativa all’appello di Papa Francesco quando chiede agli artisti di consegnarci un nuovo volto di Gesù.
Saraceno, l’aggettivo che compare nel titolo, non è solo decorativo e ornamentale. Un popolo di saraceni: contadini, crapai e pecorai, fabbri, cicorai e ricottari, artigiani si agitano sul palcoscenico di una Sicilia ombelico del mondo dove una nuova trinità saracena, Gesù Giufà Orlando, rappresentano emozionalmente una cultura e una tradizione che hanno dapprima visto il Mediterraneo sedimentarsi in sé e ora sopravvivere quasi clandestino al mondo dominante. Sfidano le menzogne e le omissioni del passato, del presente e del futuro con durlindane, miracoli naif, illusioni, bastoni e distruzioni. Simboleggiano che si può rimanere padroni della propria matrice culturale nelle evoluzioni delle cose, e per questo, “Cunto Saraceno” è il nostro cunto civile contemporaneo.
Il progetto artistico, di nuova produzione, vede impegnati nella realizzazione dello spettacolo l’attore, autore, regista e cuntista Gaspare Balsamo, il cantautore Cesare Basile e il contrabbassista Giovanni Arena, in una dimensione scenica in cui si evocano e sperimentano alcuni linguaggi teatrali e musicali che appartengono alla matrice culturale siciliana e mediterranea quali il cunto, la musica e la canzone d’autore e varie sonorità ricreate secondo le sensibilità artistiche e le esperienze autoriali degli artisti coinvolti.
#storiedidonne
11 luglio ore 21,00 – Baglio di Stefano
STABAT MATER
di Antonio Tarantino
con FABRIZIA SACCHI
adattamento in napoletano di Stella Savino e Fabrizia Sacchi
regia LUCA GUADAGNINO e STELLA SAVINO
una produzione Argot Produzioni
in co-produzione con Teatro delle Briciole – Solares – Fondazioni delle Arti
e Fondazione Sipario Toscana onlus – La città del Teatro
in collaborazione con Pierfrancesco Pisani e
Isabella Borettini per Infinito
Stabat Mater è una preghiera di origine medievale che fa riferimento alla permanenza di Maria di Nazareth ai piedi della croce del Cristo, titolo ricorrente in letteratura e in arte, topos metaforico di una condizione di sofferenza estrema che designa il lato profondamente umano dell’episodio evangelico. La Madre che sta ai piedi del figlio morente è parte fondante dell’iconografia e della stessa religione cristiana, ma è anche – in termini laici – simbolo della maternità che vive la innaturale situazione di vedere un figlio morire dinanzi ai propri occhi. Maria Croce è una donna sola, emigrante del sud a Torino, che urla, vomita al mondo, soprattutto all’amore della sua vita, a Giuvà, la sua disperazione, e lo fa con grazia e sarcasmo, nel suo dialetto, in napoletano. In questa divertente e agghiacciante litania non risparmia nessuno, perchè lei “mica tiene scritto sali e tabacchi in fronte?” e tutti sono coinvolti nel mistero della sua vita e di suo figlio, quando capirà la verità sarà la sua natura ad agire di conseguenza. La scrittura è forte, compatta e concentrica, piena di malaproprismi linguistici, commistioni dialettali, frasette ripetute a loop che conferiscono alla Maria tutta la sua popolana irriverenza.
#classicocontemporaneo
12 luglio ore 19,30 – Baglio di Stefano
MEZZI SOGNI D’ESTATE
Capitolo I: Piramo&Tisbe
drammaturgia e regia
LUIGI DI GANCI e UGO GIACOMAZZI
con la compagnia di ragazzi e ragazze down
Ivan Dragotta, Alberto Esposito, Salvatore Leone,
Giuseppe Lucchese, Simona Mirelli, Giorgia Mirelli, Matteo Richiusa, Vincenzo Sicola
Progetto realizzato con i fondi dell’otto per mille della Chiesa Valdese
PRIMA NAZIONALE
Dopo Stralunati, l’insolita storia di Giulietta&Romeo, la compagnia Teatrialchemici/Dadadàun prosegue la sua ricerca sulle orme di Shakespeare rimescolando le carte del Sogno di una notte di mezz’estate con questo primo studio dal titolo Mezzi Sogni d’estate, capitolo 1: Piramo e Tisbe
Una banda di artigiani/attori morti di fame per racimolare quattro sghei si presentano ai festeggiamenti per il matrimonio di Teseo e Ippolita imponendo agli invitati alle nozze una bizzarra e originalissima messa in scena della tragica storia d’amore di Piramo e Tisbe. La loro proverbiale impreparazione scatena effetti comici imprevedibili e il pubblico anziché assistere alla famosa tragedia si ritrova inaspettatamente a divertirsi della sua esilarante parodia. In scena ad interpretare il Muro, il Leone, Piramo, Tisbe, la Luna e gli altri personaggi della storia troviamo gli attori e le attrici down della compagnia palermitana dalla ormai quasi ventennale esperienza.
In realtà c’è molto di più. Gli spettacoli della compagnia Teatrialchemici/Dadadàun affrontano temi che avendo a che fare sempre col Teatro hanno sempre a che fare con la Vita in una sorta di doppio piano in cui realtà e fantasia, sogno appunto, si mischiano di continuo. La nostra ricerca avanza nella conquista di un linguaggio espressivo autonomo ed originale, gli attori e le attrici si riconoscono sempre più creatori di un progetto che ha ormai un linguaggio saldo e riconoscibile pur nella sua imprevedibile restituzione davanti a un pubblico che è attratto dal disequilibrio costante della messa in scena.
Il tema centrale della commedia è lo sconvolgimento dei sentimenti, l’ambiguità del desiderio, la metamorfosi del reale — tutto ciò che, nelle credenze popolari, accadeva quando il mondo era in equilibrio precario tra luce e buio, giorno e notte. E ci ricorda molto il periodo storico che stiamo vivendo adesso. Shakespeare ci porta nei meandri dei sogni, dei boschi, in un periodo dell’anno in cui l’inconscio si fa più vivo e presente e reclama di essere riconosciuto come nostra parte fondamentale. I nostri attori/artigiani rappresentano dunque quell’inconscio collettivo che si serve del Teatro per manifestarsi e lanciano segnali di lucidità, di fede in un atto dissacrante quanto necessario, sono lì per dirci che un pensiero diverso, anarchico e sobillatore è necessario specialmente quando una società è ipnotizzata dalla iperrealtà che le viene proposta dalla politica e dalla cultura di massa, sempre più violenta e distruttiva.
#storiedioggi
12 luglio ore 21,00 – Baglio di Stefano
POVERI CRISTI
di e con ASCANIO CELESTINI
Musica dal vivo di Gianluca Casadei – fisarmonica
Chi sono i poveri cristi? Sono l’ultimo della classe quando ci stavano le classi differenziali per i poveri; la pecora nera nel manicomio che risolveva il problema per quelli che stavano fuori, ma non per quelli che stavano dentro; quello che sta inchiodato a qualche malattia senza colpa, ma anche senza futuro, eccetera. E se dico “eccetera” ho detto tutto. Ho detto tutti. L’idea di questo progetto è quella di trovare le parole per raccontare questi poveri cristi che non hanno una lingua per raccontarsi che non sia quella della pietà. E invece il narratore di questo spettacolo li racconta come santi perché ogni giorno fanno il miracolo di restare al mondo. Di essere i migliori del circondario. Ci sono tanti modi per raccontare questa classe sociale, ma la più rispettosa, per me, è quella che usa le loro parole. Così, in questi ultimi 10 anni, sono andato intervistare (intervista significa ‘incrocio di sguardi’) i facchini eritrei che movimentano i pacchi nei magazzini della logistica sulla Tiburtina a Roma, il becchino del cimitero di Lampedusa, la donna che mostra la foto del ragazzo affogato nel naufragio del 3 ottobre 2013, ecc. Poi riascolto tutte queste voci e comincio a raccontarle. Quando mi sembra che ci riesco, le vado a raccontare al musicista Gianluca Casadei, e lui inizia a scrivere la musica sul mio racconto. Tra noi usiamo la tecnica dell’interplay. Nei testi sul jazz è indicata come ‘capacità di interagire all’istante, anche e soprattutto durante le parti improvvisate, tra i diversi musicisti, pronti a ascoltare e reagire cogliendo i suggerimenti impliciti nel suono degli altri membri del gruppo’. Da questo nostro lavoro, di ascolto e interazione tra musica e racconti, nasce lo spettacolo. E questa tecnica di interazione si ripete sempre, ogni sera, in ogni replica col pubblico, come un’improvvisazione su uno standard jazz. Ma c’è un motivo per il quale racconto, le mie storie. Me lo ha detto Sisto Quaranta, rastrellato il 17 aprile del ’44 al Quadraro. Quando gli ho chiesto “Perché non avete mai raccontato la vostra storia?” Lui mi ha risposto “io l’ho sempre raccontata, ma tra noi non c’erano gli scrittori, i registi del cinema”. Cioè non è vero che la Storia la scrivono i vincitori. La Storia la scrive chi la sa raccontare. Perciò è compito nostro, di noi scrittori, di noi autori, scrivere la storia di tutti. Soprattutto di quelli che non la sanno scrivere come Sisto che non era poeta, ma era un bravo elettricista. Qui per me c’è la vera contaminazione culturale, quella tra lo scrittore e l’elettricista, tra l’autore e i facchini eritrei, tra il musicista e il becchino del cimitero di Lampedusa. Quando penso allo spettacolo non penso al “pubblico”. Il “pubblico” è già una comunità. Io penso allo “spettatore”. Cioè a quello che arriva da solo. Il mio spettatore non è il letterato colto che ha letto la Recherche di Proust e cita Pasolini perché il padre è stato menato nel marzo del ’68. Il mio spettatore si è fatto una doccia veloce e ha parcheggiato in seconda fila per vedere il mio spettacolo in uno spazio raffazzonato in periferia. Magari è autunno e mi porta le castagne che ha raccolto tra i boschi dei Castelli Romani o mi dice che lo zio esodato dell’Autovox è morto depresso in una RSA o perché non gli hanno cambiato il catetere e c’ha avuto le vie urinarie in setticemia. E magari mi porta un disco che ha registrato con la parrocchia dove canta un’ave Maria stonata, ma bella. E allora cosa mi aspetto di comunicare al pubblico? Di fargli sentire che sono intonato alle sue canzoni. Che parliamo la stessa lingua, che usiamo le stesse parole, che cantiamo le stesse canzoni. Lo spettatore che sceglie di venire in teatro è sempre preparato. Se sceglie uno spettacolo è perché ha un’aspettativa precisa. Il problema nasce quando non viene risarcito del suo investimento emotivo, cioè se ci resta male. Se si aspettava di ridere e invece ha pianto, viene risarcito lo stesso. Se voleva stupirsi e invece si è addormentato significa che l’artista s’è spiegato male.
Io cerco di scrivere in una lingua comprensibile per tutti. Ma non è una lingua che parlo io. È quella che “trascrivo” dalle interviste che faccio e ho fatto in questi anni. Scrivere e raccontare con la lingua degli altri (vorrei dire del popolo) questo faccio. Questa, per me, è una lingua nuova che scaccia vie tutte le altre lingue. È nuova perché è comprensibile. Le altre sono vecchie perché non si capiscono più. Questo spettacolo sarà un racconto e il racconto è sempre multidisciplinare. Per raccontare una storia ci infiliamo in tanti linguaggi.
1- Il gesto racconta l’oggetto. Lo indica.
2- Lo sguardo racconta l’immagine (guardo in quella direzione perché sto raccontando che qualcosa arriva da quel punto, per esempio).
3- La parola è suono, ma anche ritmo. Eccetera.
C’è una multidisciplinarità ricchissima che passa di continuo tra parola-immagine- suono-oggetto. Cioè passa attraverso il tempo senza fermarsi su un’epoca precisa. Come scrisse Vincenzo Cerami delle mie “fiabe moderne, che comunque hanno il potere di dipingere paesaggi senza tempo (come il nostro tempo)”.
#ilteatrosifacivile
18 luglio ore 21,00 – Baglio di Stefano
WONDER WOMAN
di Antonio Latella, Federico Bellini
regia di ANTONIO LATELLA
con Maria Chiara Arrighini, Giulia Heathfield Di Renzi,
Chiara Ferrara, Beatrice Verzotti
musiche e suono Franco Visioli
movimenti Francesco Manetti, Isacco Venturini
produzione TPE – Teatro Piemonte Europa
in collaborazione con Stabilemobile
Nel 2015, ad Ancona, una ragazza peruviana è vittima di uno stupro di gruppo. Le giudici della Corte d’Appello chiamate a emettere una sentenza decisero di assolvere gli imputati perché la ragazza risultava “troppo mascolina” per essere attraente e quindi vittima di violenza sessuale. La Corte di Cassazione ha ribaltato il giudizio condannando i ragazzi autori dello stupro, eppure rimane nella memoria il precedente indelebile di un giudizio emesso per ragioni che fanno riferimento all’estetica della vittima, come se quella ragazza fosse colpevole del proprio aspetto. Lo spettacolo si muove da questa vicenda affidando a quattro giovani donne il racconto, immaginato e teatralizzato, del caso giudiziario. Vichingo, questo il soprannome con cui, nella realtà, era chiamata dai ragazzi la vittima, diviene una Wonder Woman contemporanea in lotta per ristabilire una verità che viene continuamente negata.
Note di regia: Nello spettacolo, la ragazza vittima di stupro lotta per la verità. Come la Wonder Woman dei fumetti si batte per la giustizia, ma ogni incontro, dai poliziotti di quartiere alle giudici stesse, finisce per rafforzare l’idea di una comunità in cui non c’è spazio né per la pietà né tantomeno per la giustizia stessa. Wonder Woman è un flusso di parole senza interruzioni che corre, palpita e a volte quasi s’arresta come il cuore della ragazza, sottoposta a continui interrogatori, richieste, spiegazioni che la violenza subita non può rendere coerenti, logiche e senza contraddizioni. Eppure, come la Wonder Woman disegnata e creata da William Marston, l’eroina di questo racconto teatrale non si darà mai per vinta, forte della propria volontà interiore, qui metaforicamente simboleggiata dal lazo della verità, l’arma che costringe chiunque ne venga avvolto a non mentire. Oltre ad aver creato il fumetto della super-eroina figlia delle Amazzoni, Marston è conosciuto anche per aver brevettato la “macchina della verità”: una vita, quella dello psicologo, fumettista e inventore, tesa a individuare le storture della società cercando di risolvere, se non di rimuovere, quel confine spesso troppo arbitrario tra verità e menzogna. Antonio Latella
Note di drammaturgia: La scrittura del testo prova a ricostruire con l’immaginazione non solo il fatto in sé, quanto i continui ostacoli affrontati dalla ragazza per cercare di affermare la propria verità; un flusso di parole, spesso senza punteggiatura, che pare assecondare il ritmo, il battito cardiaco e il susseguirsi dei pensieri della giovane, sottoposta a interrogatori o richieste che sembrano non tener conto del trauma subito e del dolore provato. Seguendo queste linee guida, il testo diviene quasi un nastro di registrazione che di continuo si arresta e si riavvolge per tornare al punto di partenza. La deposizione della giovane vittima, intrecciata alla sentenza delle giudici, accetta e raccoglie in sé anche le contraddizioni che caratterizzano ogni testimonianza, in un contesto sociale dove la ricerca della verità, più che promossa, pare piuttosto scoraggiata o strumentalizzata. In questo modo il testo prova a mettere su un ideale banco degli imputati non soltanto gli autori stessi del crimine, ma anche un’intera comunità che non riesce ad evitare di muoversi tra due estremi, l’omertà o la spettacolarizzazione del dolore. Federico Bellini
#pernondimenticare
19 luglio ore 21,00 – Baglio di Stefano
AUTORITRATTO
di e con DAVIDE ENIA
musiche composte ed eseguite da Giulio Barocchieri
scene e luci Paolo Casati
suono Francesco Vitaliti
si ringrazia Antonio Marras per gli abiti di scena
produzione
una co-produzione CSS Teatro stabile di innovazione del FVG, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Accademia Perduta Romagna Teatri, Spoleto Festival dei Due Mondi
19 luglio 1992. Cinquantasette giorni dopo l’uccisione di Giovanni Falcone, un’autobomba esplode in via D’Amelio, muoiono il giudice Paolo Borsellino e i cinque membri della scorta.
A 32 anni dalle stragi mafiose, Davide Enia racconta l’impatto di Cosa Nostra sulla nostra vita di persone, di cittadine e cittadini e traccia «un Autoritratto intimo e collettivo» di una comunità costretta a convivere con la continua epifania del male. Intrecciando cunto e parole, corpo e dialetto, usando gli strumenti che il vocabolario teatrale ha costruito nella sua Palermo, Autoritratto esplora il rapporto nevrotico con Cosa Nostra e il suo devastante impatto emotivo nella vita di ognuno. Autoritratto è una tragedia, un memoriale, un’orazione civile, una interrogazione linguistica, un processo di analisi personale e condiviso, e quindi al contempo intimo e collettivo. “Io non ho nessun ricordo del 23 maggio 1992. Non ricordo dove fossi, con chi, quando e dove ho appreso la notizia della bomba in autostrada che ha ucciso il giudice Giovanni Falcone, sua moglie e alcuni agenti della scorta. I miei parenti, i miei amici, i miei compagni, tutte le persone che conosco hanno un chiaro ricordo di quel giorno. Io ho un vuoto che non si riempie. Le mie difese emotive hanno operato una rimozione tanto profonda quanto dolorosa. Ma non è la rimozione uno degli effetti della nevrosi? In Sicilia praticamente tutti abbiamo avuto, almeno fino alle stragi, un rapporto di pura nevrosi con Cosa Nostra. È un discorso che ha a che fare con la coscienza collettiva condivisa, con la pratica del quotidiano, con strutture di pensiero millenarie. Per diverse ragioni, da noi la mafia è stata minimizzata, sottostimata, banalizzata, rimossa o, al contrario, mitizzata. Ovvero: non è mai stata affrontata per quello che è. E, a questo sfocamento dell’oggetto da studiare, è corrisposta una inconscia introiezione di quelle identiche modalità di comportamento, stesse pratiche, simili scatti emotivi. Per uno sguardo che indugia su un particolare, a Palermo può partire un aggàddo, una rissa. Il padre che impone al figlio l’iscrizione a una data facoltà universitaria moltiplica la logica del patriarca cui si deve obbedire. La difficoltà di nominazione del desiderio e la conseguente consegna alla dittatura del silenzio rende la logica del Potere pronta ad aggredire e a imporsi con maggiore facilità.
Questo è quindi uno dei problemi che abbiamo con Cosa Nostra: in una maniera dolorosa e sconcertante, a volte la mafia rappresenta uno specchio della nostra vita familiare, dei nostri processi decisionali e operativi, del nostro modo di osservare il mondo e intendere le relazioni, del nostro rapporto con la religione. Sono tutte operazioni che scavano a livello inconscio, e che proprio nella comune base linguistica creano le prime cicatrici emotive. In una culla culturale in cui «’a megghiu parola è chìdda ca ‘un si dice”», la miglior parola è quella non detta, che si configura come prima soglia dell’omertà, affrontare per davvero Cosa Nostra significa iniziare un processo di autoanalisi. Non volere quindi capire in assoluto la mafia in sé, quanto cercare di comprendere la mafia in me.
Questo assunto configura così una necessaria intelaiatura biografica nella costruzione del testo. A Palermo tutti quanti abbiamo pochissimi gradi di separazione con Cosa Nostra. Il primo morto ammazzato l’ho visto a otto anni, tornando a casa da scuola. Conoscevo il giudice Borsellino, abitava di fronte casa nostra, sono cresciuto giocando a calcio con suo figlio. E padre Pino Puglisi, il sacerdote ucciso dalla mafia, era il mio professore di religione al liceo. Come me, i miei amici, i miei compagni, i miei concittadini, tutti quanti abbiamo toccato con mano la mafia. Tutti possediamo una costellazione del lutto in cui le stelle sono persone ammazzate da Cosa Nostra.
Ecco una costante dei palermitani: sentirsi ovunque costantemente in pericolo. La nevrosi è inscritta nel nostro orizzonte degli eventi.
Lo spettacolo poi prenderà in esame un caso particolare, un vero e proprio spartiacque nella coscienza collettiva: il rapimento e l’omicidio di Giuseppe di Matteo, il bambino figlio di un collaboratore di giustizia, rapito, tenuto per 778 giorni in prigionia in condizioni spaventose e infine ucciso per strangolamento per poi venire sciolto nell’acido. Una storia disumana che si configura come l’apparizione del male, il sacro nella sua declinazione di tenebra. Siamo in presenza dell’orrore, di una ferocia smisurata, di una linea di azioni così abiette da essere impossibile ogni aggettivazione. E su tutto vibra il sacrificio di una vittima innocente. La verticalità della vicenda ha in sé tutti i requisiti della tragedia, soprattutto nella formulazione di domande che non possono avere risposte. Gli strumenti linguistici a disposizione per affrontare questo lavoro sono quelli che il vocabolario teatrale ha costruito nella mia Palermo: il corpo, il canto, il dialetto, il pupo, la recitazione, il cunto. È dentro questo linguaggio circoscritto che questo problema linguistico va affrontato, sviscerato, interrogato, risolto.
Questo nuovo lavoro è una tragedia, una orazione civile, un processo di autoanalisi personale e condiviso, un confronto con lo Stato, una serie di domande a Dio in persona.
Lo spazio scenico così non può che essere il teatro vuoto: via le quinte, via i fondali, via tutto. Resta la nudità di una struttura eletta come luogo della rappresentazione. Il teatro svuotato diventa così il correlativo oggettivo dell’inconscio, sia individuale che collettivo. Le mura, le assi, i pilastri diventano il fondo su cui si depositano le ferite, i traumi, le vergogne, le rimozioni.
Lo spazio vuoto apre all’evocazione del tempo della memoria, sia del singolo che della comunità. È il campo di forza in cui è possibile ricostruire un immaginario, risignificando lo spazio, lo sguardo, il silenzio, la parola. Per questo, questo rituale è un autoritratto al contempo intimo e collettivo.
Davide Enia
#camilleri100
25 luglio dalle ore 20,30 – Baglio di Stefano
GRAN CIRCO TADDEI di Andrea Camilleri
regia di ALESSIO PIAZZA
con Alessio Piazza Fabrizio Lombardo, Marcella Favilla, Francesco Pellegrino
progetto in occasione del centenario della nascita di Andrea Camilleri
«Davanti alla piazza San Francesco confluivano le corriere. Proprio questa è la nascita di Vigàta: lì al centro di quella piazza, ogni bambino raccontava le storie del suo paese, i fatti, ognuno le proprie cose. Quindi la grande piazza era come dieci paesi siciliani insieme, riuniti, che i bambini raccontavano… ne ho un ricordo vivissimo di scambio di informazioni, di storie…»
(Andrea Camilleri)
Proprio in questa Piazza, sbarca il tendone del Gran Circo Taddei, con la sua coloratissima famiglia: Erlando Taddeis, sua moglie Alinda, le figlie Jana, Juna e Jona, il clown Beniamino e l’assistente Oreste. Il leone in gabbia, con il quale sfilano per Vigata, pubblicizzando lo spettacolo, illumina Pippo Incardona: un ingegnoso piano per liberarsi della vecchia e avara zia Michela, con la quale vive, ereditare tutte le sue ricchezze e poter fare finalmente la bella vita che vorrebbe, mentre intorno a lui i camerati fascisti armano quisquilie campanilistiche. Ma chissà se tutto andrà come previsto.
Una varietà umana recita la parte che assegna loro il burattinaio Camilleri attingendo ai suoi ricordi e colorandoli con la sua fantasia, il suo spirito umoristico e il suo singolare linguaggio siculo-italiano.
a seguire
ZARA ZABARA
canzoni per Montalbano
scritte, arrangiate e interpretate da di OLIVIA SELLERIO
Olivia Sellerio voce – Lino Costa chitarra – Dario Salerno chitarra
Paolo Pellegrino violoncello – Alberto Fidone contrabbasso
In concerto tutte le canzoni che Olivia ha scritto e interpretato per Il commissario Montalbano e Il giovane Montalbano II.
Succede che Olivia sia nata e cresciuta fra i libri, e venga da un’isola in cui ancora risuona il richiamo lasciato all’umanità dalla tragedia greca, e che in questo posto incantato, crudo e meticcio abbia deciso di vivere; succede che abbia una voce, e una voce in capitolo, nel suo specialissimo capitolo, e cuore di carta e sangue d’inchiostro per scrivere canzoni, come queste pagine di vita, che chiama a raccolta e canta nel suo Zara Zabara. Nei brani della cantautrice palermitana, ancora una volta capace di trasformare racconto e sentimento in musica, convivono atmosfere mediterranee, sonorità dell’Atlantico, polvere d’Africa e folk americano, nella sua voce piena di reminiscenze e di parole attente le storie si intrecciano al melos siciliano e a mille radici di altri modi e mondi, a fare spola tra la Sicilia e altrove. Storie d’amore, di spartenza e resistenza, di denuncia, di accoglienza cantate dalla sua voce magnetica, scura, viscerale, una voce matrioska che ne contiene tante. Nel live, ad affiancare il canto di Olivia, Paolo Pellegrino col suono nobile del violoncello, la pulsione del contrabbasso di Alberto Fidone con le chitarre di Lino Costa e Dario Salerno- diverse a seconda dell’umore del brano – in una fitta rete di linee melodiche; un impasto di corde e archi a dialogare coi sapienti effetti della chitarra elettrica, un accordo acustico-elettronico a favorire l’incontro di sonorità più attuali con quelle della tradizione colta o popolare, siano i temi di origine extraeuropea, il jazz o la musica d’autore del secondo Novecento.
#peramoredell’arte
26 luglio dalle ore 20,30 – Baglio di Stefano
L’ARTE SI RACCONTA – IL RACCONTO DELL’ARTE
IL CORPO DELLA LOTTA
performance site specific ispirata a Camille Claudel
tratta dallo spettacolo L’ESTASI DELLA LOTTA
progetto di CARLOTTA VISCOVO
con CARLOTTA VISCOVO
e lo scultore ETTORE GRECO
drammaturgia ANGELA DEMATTE’
supervisione dei movimenti ALESSANDRA CRISTIANI|dramaturg ALICE SINIGAGLIA|progetto sonoro MARCO MANTOVANI|supervisione ai costumi MARGHERITA BALDONI
una co-produzione TrentoSpettacoli | Elsinor Centro di Produzione Teatrale | LAC Lugano Arte Cultura
con il sostegno di Qui e Ora Residenza Teatrale _ Campsirago Residenza_Festival Il Giardino delle Esperidi
“L’artista Camille Claudel abita in me dal 2004, da quando ho visto le sue opere a Parigi. Da quel momento ho desiderato raccontarla, per toglierle il suo ruolo di vittima paranoica e di amante abbandonata. Volevo rendere onore alla sua opera. Colpita dalla forza delle sue sculture sentivo l’esigenza di indagarne la forma attraverso il mio corpo, per coglierne profondamente la pulsione e la potenza.
Nel 2011 ho conosciuto a Padova lo scultore Ettore Greco, grande esperto dell’opera e delle vite di Rodin e Claudel, e il desiderio di raccontare Camille è tornato prepotente.
Nello svolgersi del mio percorso artistico, accompagnato da un impegno sindacale attivo fuori dalla scena, per le rivendicazioni dei diritti degli artisti, oggi credo di capire che ciò che voglio veramente dire e difendere non può che arrivare dal profondo silenzio, dal corpo. Ma la lotta è pur necessaria. La fragilità dell’artista va protetta e difesa. Il caos che le contraddizioni dell’umano provocano nell’ordine della società può essere assunto con amorevolezza e senza panico solo attraverso l’arte. ” Carlotta Viscovo
Il legame tra movimento corporeo e scultura, tra vita e arte, è centrale nel lavoro e nel rapporto tra Camille Claudel e il suo maestro Auguste Rodin. La scultura è mestiere da imparare e libertà creativa da mettere in atto.
Camille Claudel si concede come modella e amante ad Auguste Rodin, ma vuole anche essere riconosciuta come sua collega. L’attrice si pone in scena come opera d’arte e artista. Entrambe vogliono essere creature, creazioni e creatrici.
Da creatura desiderata a creatrice desiderante.
In uno spazio diverso con cui fare i conti ogni volta – da un luogo all’aperto in mezzo alla Natura a una sala museale, da uno spazio urbano all’interno di una chiesa – c’è il corpo della performer che si fa scultura e che dialoga con la scultura, mentre lo scultore disegna o modella la creta ispirato da ciò che accade.
Dietro e insieme a questo, le parole di un personaggio che indaga qual è il rapporto tra corpo e protesta, tra la dimensione intima e il ruolo politico dell’artista, tra l’arte e il mercato, l’ambizione e l’autosabotaggio.
Il compromesso è tra idea e materia e tra desiderio dell’artista e sistema del mondo in cui l’artista lavora. È un compromesso sempre drammatico, che Camille Claudel ha vissuto, a un certo punto, come impossibile da gestire. Indaghiamo il suo dramma per indagare il nostro.
a seguire
LA PARTE PER IL TUTTO
una storia d’arte e d’amore
testo di Manlio Santanelli
con SILVIA AJELLI
PRIMA NAZIONALE
Quale è la motivazione che induce Eufemia Di Frattocchie, matura professoressa di Storia dell’Arte, ad una pubblica confessione, un non richiesto ‘auto da fé? La spiegazione ha un suo movente ‘preciso’, che ‘preciseremo’ a breve.
Intanto, ci preme ricordare che gli atti di ‘visigotismo’, ossia gli infierimenti sulle opere d’arte, il più delle volte sono compulsivi, dettati da una patologica insofferenza per la bellezza, quali che siano le forme da questa assunte. Colto da una vertigine iconoclasta, il ‘visigoto’ non resiste alla tentacolare tentazione di sfigurare l’opera, distruttore in competizione con il creatore, spinto da una parossistica visione dell’antinomia bello-brutto, in obbedienza della quale il bello deve pagare una sorta di ‘pizzo’ al brutto.
Ma, di converso, l’affronto al capo d’opera può essere del tutto casuale (quando, per assurdo, non è voluto dall’opera stessa, che sembra dire ‘sfregiami’). E’ questo il caso della professoressa Eufemia che, in visita ad un capolavoro della scultura etrusca, l’Apollo di Frattocchie, in un momento di estatica contemplazione si ritrova nella mano un pezzo niente affatto secondario del mirabile reperto archeologico.
E che lei, l’onorata insegnate, si voglia confessare non dipende soltanto da quell’inconveniente, per il quale non ha da imputarsi nessuna colpa, ma piuttosto dall’ospitalità che a quel frammento va ad offrire per il resto dei suoi giorni di irriducibile zitella.
Se poi il suo cognome corrisponde a quello dell’Apollo, la coincidenza non è casuale, ma proviene dallo sviluppo della vicenda messa in scena, sviluppo che in questa sede lasciamo sospeso. Ne consegue che il curioso di turno non potrà soddisfare la sua curiosità se non assistendo allo spettacolo.
#omaggiolynch
27 luglio ore 21,00 – Baglio di Stefano
UN EQUILIBRISTA SQUILIBRATO, DAVID LYNCH
musiche immaginifiche per un film immaginario
a cura di ROY PACI
STRAVEDERE LYNCH
astrazioni, anamorfosi e dripping di un demiurgo del cinema
a cura di Umberto Cantone
con la partecipazione di Aurora Falcone e Fabrizio Romano
PRIMA NAZIONALE
Le Orestiadi hanno voluto dedicare due momenti per celebrare un, maestro, regista visionario come David Lynch, a pochi mesi dalla sua morte (dopo la performance di N.A.I.P nell’anteprima del 28 giugno), Roy Paci con le immagini selezionate da Umberto Cantone offrirà una performance “Lynchiana” tra musica e immagini dedicata al Maestro.
Un progetto inedito per le Orestiadi di Gibellina, una selezione video di immagini volte a raccontare l’universo filmico e immaginifico di David Lynch selezionate da Umberto Cantone saranno musicate dal vivo da Roy Paci in versione quartetto.
Hollywood, il più fruttuoso dei miti industriali del Novecento d’occidente, nella rivisitazione originale e mai conciliante di David Lynch. Un montaggio che presenta lacerti del grande cinema (grande anche quando piccolo) del cineasta-artmaker scomparso il 16 gennaio scorso. Hollywood è “il posto dove ognuno brama a diventare qualcun altro e qualcos’altro, che permette ad alcuni sogni di realizzarsi mentre fa a pezzi tutti gli altri”. È la fabbrica ideale che ha permesso a Lynch di lavorare intorno alle proprie ossessioni, di dare concretezza visionaria alla propria idea di realtà.
Lacerti da Mulholland Drive, Inland Empire, Strade perdute, Cuore selvaggio, Fuoco cammina con me, e The Alphabet, Lumière, Dumbland, The Dream of the Brokenhearted. Umberto Cantone
IL CRETTO, AL TRAMONTO
#camilleri100
31 luglio ore 19,00 – Cretto di Burri
LUCA ZINGARETTI
legge
AUTODIFESA DI CAINO
di Andrea Camilleri
Zocotoco Srl in coproduzione con Fondazione Teatro della Toscana, Teatro Nazionale
Per il centenario della nascita di Andrea Camilleri
UNICA DATA IN SICILIA
L’uno giugno del 2018 Andrea Camilleri in prima mondiale recitò al teatro greco di Siracusa “Conversazioni su Tiresia” un testo da lui scritto e che era considerato da tutti il suo un testamento artistico.
Fu una serata magnifica! Andrea, solo in scena, seduto su una poltrona, ammaliò e ipnotizzò il pubblico con la magia della sua voce rauca e la forza delle sue parole.
Alla fine della serata Andrea interruppe gli applausi, che sembravano non avere mai fine, e nel silenzio che ne segui pronunciò le seguenti parole:
“Scusate, vorrei dirvi ancora una cosa. Mi piacerebbe che ci rincontrassimo. Tutti quanti, qui. In una serata come questa. Tra 100 anni! Me lo auguro, ve lo auguro, veramente. Ciao”
Queste parole furono per me un pugno nello stomaco, per vari motivi.
Innanzitutto perché risuonarono come le parole di un uomo, un intellettuale, che sente la fine avvicinarsi e vuole congedarsi dalla vita lanciando un segnale forte, preciso.
In un teatro, che era stato il suo primo amore, e da uomo di teatro che ne conosce bene meccanismi e possibilità, un luogo dove tutto è possibile e dove lo spazio e il tempo non esistono per come li conosciamo, ma sono, al contrario elastici e plasmabili, il suo invito a rivedersi arrivò autentico, reale. Mi ricordo che pensai: “ok, a tra 100 anni allora, qui!”
Poi per l’allegria con cui le pronunciò che faceva sembrare queste parole come un invito a non buttare via nulla della vita, perché la sua bellezza è pari solo alla sua caducità.
Dopo il monologo che aveva incantato i più di 15.000 spettatori che avevano affollato le gradinate del teatro, si congedava dal suo pubblico spiazzandolo ancora una volta, come faceva sempre con la sua arte, e lasciandolo inerme davanti alla fascinazione di quell’appuntamento impossibile.
Nell’anno circa che lo separò dalla morte avvenuta a Roma il 17 luglio del 2019, Andrea scrisse un altro monologo che è quello che oggi presentiamo al pubblico.
Lui non c’è più e questa è una mancanza dolorosa e inconsolabile. Ma sono felice di essere, ancora una volta, strumento del suo talento. Considero questa messa in scena di “Caino”, e spero che vorrete considerarlo anche voi con me, una affettuosa anticipazione dell’appuntamento che ci aveva dato. Luca Zingaretti
#classicocontemporaneo
1 agosto ore 19,00 – Cretto di Burri
UN’ORESTEA
appunti per un’Orestiade contemporanea
AGAMENNONE con FRANCESCO SCIANNA
CLITENNESTRA con ISABELLA RAGONESE
musiche originali composte ed eseguite dal vivo da Rodrigo d’Erasmo
PROGETTO SITE SPECIFIC
Nel 1981, per celebrare la rifondazione della città e segnare l’alba di un destino tutto da riscrivere, sulle rovine della distrutta Gibellina, novella Troia e immaginario Palazzo degli Atridi, Ludovico Corrao riproponeva la recita dell’Orestea nel ‘siciliano poetico’ ideato di Emilio Isgrò: un vigoroso messaggio di rinascita culturale per tutti i popoli minacciati dai sismi della storia e dai non meno potenti terremoti di civiltà operati dalla guerra.
In questi anni tante sono state le riscritture che sono approdate a Gibellina, ma oggi immaginiamo un progetto speciale che metterà il Cretto e l’Orestea in un dialogo creativo unico, una produzione artistica che affronti il tema della riscrittura contemporanea dell’Orestea in più forme e grazie al contributo di più artisti.
Due performances, tra parole e musica, a partire dai testi di Ghiannis Ritzos e Colm Toibin per raccontare due personaggi chiave dell’Orestea: Agamennone e Clitennestra.
#musichedelnostrotempo
3 agosto ore 19,00 – Cretto di Burri
DANILO REA – piano solo
Omaggio a Fabrizio De Andrè
A chiudere il Festival e il nostro viaggio tra le musiche del nostro tempo, omaggio ai grandi autori e cantautori, tra passato e futuro sarà il pianista Danilo Rea e la sua performance musicale, al tramonto sul Cretto di Burri, dedicata alle musiche di Fabrizio De Andrè.
Sono trascorsi venticinque dalla scomparsa di Faber e uno dei migliori pianisti di oggi, Danilo Rea, propone il suo personale omaggio, in un’interpretazione unica per piano solo. Edito nel 2010 in un memorabile disco per la prestigiosa etichetta Act, “A tribute to Fabrizio De Andrè” resta una tra le più originali, ma nel contempo sensibile e fedele, elaborazioni del prezioso lascito del cantautore genovese.
Il live rappresenta un’occasione unica, per ascoltare, spogliate dal significato effettivo della parola, le celebri canzoni di De Andrè che diventano l’ideale ispirazione per la grande forza creativa di Rea che qui si muove fra brani intramontabili come “Bocca di Rosa” e “La Canzone di Marinella”, intense ballate struggenti (“Caro Amore”, “La Stagione del tuo Amore”), al blues e allo swing sincopato (“La Ballata Dell’Amore Cieco”) per arrivare persino a passaggi di puro free jazz (“Girotondo”).
Ne scaturisce un magnifico tributo alle canzoni di De André traboccante di melodia e di tecnica straordinaria, un lavoro del tutto personale e originale e che offre l’opportunità al mondo di conoscere due dei più importanti artisti italiani: Danilo Rea e Fabrizio De Andrè.





