«Il racconto mostra l’ipocrisia del razzismo attraverso l’unione di realismo sporco e oniricismo.
Il protagonista è un uomo qualunque, animato da pulsioni razziste fomentate dai social network. Recatosi nella sua amata spiaggia marsalese un bel giorno d’estate, si ritrova davanti l’occasione di una vita: inseguire dei naufraghi africani appena sbarcati, con l’intento di vendicare una presunta usurpazione della propria terra. Dopo aver messo a nudo la grottesca atrocità del suo sentimento sdoganato, egli si ritrova in un capovolgimento karmico della sua pigrizia mentale».
‘La mia vita è un insieme di pochi fattori: lavoro, casa, supermercato. Gran parte del tempo libero lo utilizzo guardando alcune applicazioni: Facebook, Instagram, YouTube. Uso spesso anche il motore di ricerca, su cui leggo molte notizie online. Non sono particolarmente istruito, né possiedo chissà quale analisi critica. Sono solo una persona che odia i negri. Non c’è un motivo vero e proprio. Il mio cazzo è abbastanza grande, non ho problemi fisici evidenti. Sono alto un metro e ottanta. Quello che odio, ancor più dei negri, è che oggi la giornata era bellissima. Il mio unico giorno libero, un piacevole giovedì nella spiaggia meravigliosa di Marsala. Il tratto di spiaggia libera dello Sbocco è il mio preferito. Sembra di stare in una località tropicale. E invece siamo in Sicilia, nel caldo torrido, ma con l’acqua pronta a rinfrescarmi quando mi va. Sono arrivato in spiaggia alle nove del mattino; tardi, per il mio standard. I posti auto più vicini all’entrata sono già occupati. Non disdegno fare una breve camminata, comunque. Quello che io desidero più di ogni altra cosa è rilassarmi. Negli ultimi sei giorni ho corso per sessanta ore. Dieci ore al giorno, compresa mezz’ora di pausa per mangiare, da venerdì a mercoledì. Il principale è un signore rispettabile, paga anche più onestamente degli altri. Non ha mai evitato di pagarci, e non ci chiede turni di dodici ore. Tutti gli altri sfruttano. Ho un amico che lavora quindici ore al giorno, nel bar Magnitudo, accanto l’autolavaggio Perla Di Mare. Graziano è un ragazzo troppo buono. Non lavorerei mai tutto quel tempo; per così poco, perlomeno. Lo pagano appena venticinque euro. Io prendo trenta euro e lavoro cinque ore e mezza in meno.
Riesco a trovare una fessura fra due cubi di tufo sgretolato, davanti un cancello che sarà stato aperto l’ultima volta quando io ero piccolo. Spengo la mia Yaris del 2005 e mi giro verso i sedili posteriori, agguantando in un singolo slancio lo zaino e la sedia pieghevole. Quest’ultima colpisce il collo di metallo del sedile del passeggero.
Non amo indossare la crema solare. Mi fa sentire arruso. Io credo che un uomo non debba mai sembrare troppo interessato al proprio aspetto esteriore. Importa quello che sono dentro di me.
Mentre cammino con lo zaino in spalla e la sedia sottobraccio, vedo due ragazze spuntare da un angolo, dirette verso la spiaggia, nella mia stessa direzione. Sono una bionda e una mora. La bionda sembra una modella: alta, già abbronzatissima, sculetta con eleganza e sicurezza. Oltre al crop top bianco e ai pantaloncini adidas gialli, indossa un cappello da baseball anch’esso bianco. Un fascio dei suoi capelli perfetti sbuca dalla cinghia posteriore. Non mi piace questo dettaglio, la ragazza dev’essere strana. Mi attrae di più proprio in virtù di questa peculiarità. Porta una gran borsa di beige chiaro mezza piena che trasmette leggerezza. La borsa perfetta per il mare. La sua amica, al contrario, è una cessa inguardabile. La sua t-shirt è troppo grande, sembra un lenzuolo. Dovrei definire capelli quell’ammasso spettinato, malamente nascosto dal cappello da mare? Sembra averlo rubato a mia zia. Di paglia, con un fiocco nero intorno. Porta uno zainetto Eastpack verde. Ma la sua amica bona non si vergogna? Indossa anche le infradito. La bionda, perlomeno, porta delle ballerine, bianche crema. Odio il fatto che le donne di oggi non vogliano farsi belle per noi, ma aspettano che siamo noi i primi a essere belli, per degnarci di uno sguardo.
Inizialmente le seguo, ma poi desisto: voglio rilassarmi, oggi. Raggiungo la zona con la spiaggia più ampia di tutto lo Sbocco. È una parte rialzata della spiaggia, che forma una curva, come una stempiatura del mare. Mi trasmette una gran pace. La sinuosità di quel punto me lo fa preferire. È davanti ad esso che butto lo zaino, apro la sedia e mi ci siedo, chinandomi ad aprire la zip da cui estraggo il telo. Lo scuoto e mi ci butto subito sopra. Davanti a me ora c’è solo l’azzurro del cielo, senza nuvole. Non sento altro rumore che il chiacchiericcio leggero della gente, il vento sempiterno della mia città e lo scruscio del mare.
Io odio quando le cose non sono giuste. Io lavoro, mi spacco la schiena, e dovrei campare a quelle scimmie che vengono qui a rubarci il lavoro e a farsi campare dallo Stato? Sono disgustato dal potere di questa gente, che finge di essere povera, ma si fa aiutare da chi preferisce dare una mano a loro piuttosto che ai propri connazionali. Questi pensieri mi annebbiano, sento una grande carica elettrica dentro la mia testa, ma anche un peso allo stomaco. Fino a un attimo fa stavo guardando l’unica striscia di gas tagliare il cielo e allontanarsi. Sentivo l’inizio di un profondo rilassamento. Ma poi, immediatamente dopo la consapevolezza del momento, un clic nella mia testa. L’attimo successivo stavo girando giù la bacheca del mio Facebook. Una sequela apparentemente infinita di crimini commessi da questi qua. «Immigrato 27enne ruba…», «Nordafricano rapina…», «Immigrato commette reato», e sempre così. Ma perché continuano a chiamarli in questo modo? Sono stufo degli eufemismi. A me che me ne frega se uno è nigeriano, cinese o brasiliano? I crimini li compiono solo i negri. E allora basta chiamarli per quello che sono. I giornali, pure quelli che dicono di essere contro l’immigrazione, usano sempre ‘sti termini calmi, concilianti. Sento il mio respiro appesantirsi. Ho gli occhi sgranati e sento come una pressione verso il basso, a ogni notizia che leggo. Se ne leggo un’altra che parla di un negro che delinque m’incazzo come una iena quant’è vero che mi chiamo Antonino.
Ma quella non è la stessa bionda di prima? Ho sentito il suo odore di pacchio cotto passarmi davanti, con lo stesso cappello e la stessa andatura. Corpo mozzafiato, nel bikini azzurro. Non c’era la sua amica, ringraziando a Dio. Vorrei parlarle, ma che devo fare io? Non mi sento abbastanza sicuro di me. Penso al mio corpo e mi arrendo. Non sono brutto, solo che queste qua vogliono l’uomo ricco, coi soldi, e che sta sotto di loro. Vogliono l’uomo speciale, quello che sembra delle pubblicità. La spio allontanarsi, cammina come una regina, ma chi si crede di essere?
Ed è proprio in questo momento che sento una voce chiara, distinta nel brusio della folla di famiglie che mangiano l’anguria, di bambini che urlano e mi scassano la minchia, e di mille altre cose.
«Baiccùne!».
La parola risveglia un’emozione dentro di me. Sembra che abbia detto barcone. No, aspè, ha detto balcone. Non ci penso più e mi sdraio, chiudendo gli occhi e cadendo in un piacevole sonno, dicendomi che farò un bagno appena sveglio. Un po’ dopo sento un’esclamatura dentro il mio sogno che non ricordo, e apro gli occhi, ridestato. Tutto è più azzurro, per qualche secondo, e poi si scurisce, riprendendo i suoi normali colori, più gravi, più tristi. Mi piace il momento dopo che riapro gli occhi, è tutto più luminoso.
Una signora sta parlando a voce alta, dice a suo marito di guardare in fondo. Parla con un forte accento siciliano, simile al mio, ma diverso. Non lo riconosco. Sarà di Agrigento?
Sono seduto sulla mia tovaglia quando vedo, all’orizzonte, una macchiolina nera. All’inizio non lo capisco. Sono ancora mezzo addormentato.
Nel giro di un minuto, le voci di guardare in fondo aumentano. Le persone, a poco a poco, si fermano. La macchiolina diventa una macchia, poi si allunga. Lascia una scia d’acqua bianca. È un gommone. Ci sono dei pallini sopra, come delle teste. La gente è completamente catturata da quella cosa nel mare. È come un’apparizione. Vedo quella cosa muoversi e ingrandirsi. Rimango pietrificato. Non riesco più a pensare. L’unica cosa che mi riesce è di restar fermo, seduto, guardandoli. Stanno andando verso destra. Non mi era mai successo. Volevo solo farmi un bagno. E non me lo impedirete.
Mi alzo e mi tuffo in acqua. La mia è una protesta contro di loro, una lotta pacifica. La gente riesce solo a guardare, a spaventarsi. Io non ho nessuna paura di loro. Io voglio solo che se ne stiano al loro paese. Guardo la sabbia sott’acqua, la mia pelle investita di freschezza, nuoto a stile libero verso di loro, ma sono ancora molto lontani. Poi penso al mio zaino con le chiavi dentro. Sotto il sole enorme vedo in controluce gli occhi di uno di loro. Era l’unico girato verso la spiaggia. Gli altri guardano a prua, o comunque non si capisce. Che cosa aveva da guardare? Aveva paura? Allora funziona! Ringrazia che sei lontano, e che devo tornare a riva. Nuoto, quindi, indietro. Non mi asciugo, prendo la tovaglia e la rimetto ancora insabbiata dentro lo zaino, senza piegarla, ma spingendola dentro e chiudendo la zip. Oscillo prima un braccio, poi l’altro, piegandomi a destra e a sinistra, facendoli passare per la spalliera, quindi mi assesto facendo un paio di mezzi salti oscillando ancora un po’, sento lo zaino scivolare sulla mia schiena bagnata; mi giro, prendo la sedia, la piego, la metto sopra un braccio, mi rigiro verso il barcone e caccio un urlo. «Oh!!!». La gente in spiaggia si gira verso di me. Comincio a camminare, poi a marciare. Presto il mio zaino asciuga la pelle che tocca e lo sento sfregare, mi fa male. Mi metto a corricchiare. Non sono in forma. Non sono nemmeno grasso, ma faccio fatica a correre. Però la mia rabbia sta salendo. Non voglio che sbarchino. Non voglio che lo facciano tranquillamente. Non può succedere davanti ai miei occhi. Ma la gente non la sente l’emergenza? Non lo vede il pericolo? Ci stanno invadendo, cazzo! Ti fai sostituire così?!
Continuo a corricchiare, e continuando a urlare il mio «Oh!!!» verso di loro, sento una voce di ragazzino che fa «Oh!!!» a me. M’incazzo tantissimo, lo vedo con la coda dell’occhio, è un picciotto che avrà 13 anni, e io gli urlo un «Oh!!!» ancora più forte e gli dico che deve svegliarsi. Continuo a corricchiare, finché il mio fiato non si appesantisce, e allora vafanculo, abbandono la sedia là sulla sabbia e mi metto a correre per quanto posso. Ora sono più comodo. Non barcollo più con quella sedia a scassarmi la minchia. Le persone sono ferme. Sono l’unico a cui importa della mia terra. L’unico che risponde con fierezza alla minaccia. Posso arrivare prima di loro. L’ho capito dove stanno andando: al lido Pakeka. Una volta ho visto un video dove un altro barcone sbarcava là.
Le persone sono tutte ferme in piedi, guardano quella cosa che, oltre a me, sembra l’unica muoversi. La gente sparisce dietro di me. Sento il vento sulle orecchie. Sento anche un gran caldo accumularsi dentro di me. Entro in una fase di concentrazione profonda in cui non mi sembra nemmeno di essere dove sono. Io sono l’Italia. Io sono la Sicilia. Io sono il Salvatore, l’unica speranza di questa nazione di restare italiana, di restare siciliana, di restare sé stessa in un mondo di gender, di immigrati, di soros, di sostituzione etnica e di distruzione del potere d’acquisto delle famiglie. Ma non lo capite, idioti, che i problemi politici sono causati da questa gente, che a migliaia ogni anno entra e scassa la minchia? E ruba, e commette omicidi? Non lo sapete che tutti gli immigrati commettono crimini? Li commettono tutti loro, gli italiani sono molti di più ma ne commettono molti di meno. Mi sto spazientendo. Il mio respiro si affanna sempre di più, non correvo da molto tempo. Mi metto a urlare alla gente davanti a me, dico di reagire, di ribellarsi, ma niente, stanno tutti fermi, impassibili, come delle mucche al pascolo.
Ora sono quasi arrivato. Finora ho guardato con la coda dell’occhio quel barcone. Abbandono anche lo zaino, e chi se ne fotte. Prendo solo le chiavi e le lascio in mano. Sono senza fiato, ma spingo con la testa per andare avanti. Mi stanno pulsando le tempie. Sento quasi di stare svenendo. Ma io devo fare qualcosa. Nessuno la farà. La polizia non interviene. È tutto in mano nostra. Sono stanco di subire, di fare fare le cose agli altri. È il momento mio. Sarò io il protagonista. Appena arrivo, picchio il primo che vedo. Non c’è più motivo di parlare. Ma se manco parlano italiano, come faremmo?
I tendini dei piedi stanno tirando. Sono fisicamente devastato. La mia lingua è asciutta. Mi sto sentendo malissimo. Ho un leggero conato di vomito. Ma sono arrivato al Lido Pakeka. Vedo il barcone avvicinarsi. Arriverò prima io. Impedirò a questi invasori di invadere la mia terra. Io amo la mia città, amo la mia Sicilia, e amo la mia identità. Questi mi fanno paura. Sono degli alieni, ma neri. E contagiano con la loro povertà. Volevo solo farmi un bagno in santa pace. La pagheranno.
Ma sono troppo stanco. Inciampo e cado a terra. Mi proteggo con le mani, ma sbattono forte e mi bruciano. Respiro molto velocemente e molto forte, ho un conato di vomito che me lo fa pregustare. Non ci sono persone accanto a me. Ho un altro clic nella testa. La mia faccia è rivolta davanti a una cosa chiara. Ho la vista appannata ma intuisco che sia un ombrellone, bianco, chiuso. Prendo un gran fiato e mi rialzo, e mi rimetto a correre. Guardo in mare: niente. Guardo in fondo al lido: c’è una cosa. Sembra proprio il barcone. Non vedo troppo bene, ma lo capisco cos’è. Sento una gran puzza di zolfo. Non mi ha mai fatto schifo quell’odore, né mi è mai piaciuto. È un odore particolare, come quello della benzina. Certe cose piacciono o non piacciono. E a me non piacciono i negri.
Sono sempre più vicino, ormai il barcone si fa sempre più grande. La mia vista si riprende, è più nitida. Ma non capisco dove sono quelli là. Sono già scappati? O sono nascosti per farmi un’imboscata? Smetto di correre, il mio corpo continua inerte finché non rallenta e faccio un paio di piccoli salti in lungo prima di rimettermi a camminare, a pochi passi da quella cosa.
Di fronte a me ho un gommone grigio scuro. È sulle alghe miste a posidonia. Un ammasso di questa è caduta sulla prua. Mi avvicino, tocco il bordo con le unghie, poi con i polpastrelli, quindi con le dita, infine con il palmo della mia mano destra. E quindi di quella sinistra. Non sembrerebbe nemmeno il punto di uno sbarco. Non sembra che quel gommone sia stato usato da loro, è pulito. Mi guardo attorno, presto noto tanti giubbotti salvagente, alcuni gialli, altri arancioni, altri blu, che galleggiano. Saranno là! Si fingono morti in acqua, ma ora vi faccio vedere io. A falcioni cammino sull’acqua bassa, raggiungo i giubbotti, ma niente, nessuna traccia di loro. Immergo la testa, guardo: niente, solo alghe e sabbia. Riemergo nello stesso momento in cui sento un singhiozzo, mi giro subito, guardo il gommone, proveniva da lì. Sarà che uno di loro è sotto e sperava di non farsi trovare? Mi rimetto a correre a gran sgambettate sull’acqua che salta e rumoreggia, e mi fermo davanti alla poppa del gommone, provo ad alzarlo, mi immergo e guardo ancora, ma niente, e riemergo, di nuovo, sentendo un altro singhiozzo. Allora mi reimmergo e riemergo ancora, ma stavolta niente. Lo faccio altre quattro o sei volte, ancora nulla. E mentre il mio occhio ricade sulla montagnola di posidonia sul fronte del gommone, lo sento di nuovo. Ah-ha! Cammino con estrema calma fino a toccarla, mi metto a scavare lentissimamente. Pregusto il momento in cui vedrò la faccia nera di uno di loro. Ma, con mia enorme sorpresa, a poco a poco, scavando, scopro un viso bianco. È una bambina, con boccoli biondi sporcati dalle alghe, molto graziosa. Ha gli occhi cerulei, non riesco a capire il colore, cambia; è chiaro, comunque. Stanno grondando lacrime in continuazione. Il suo naso perde moccio. È tutta rossa, sembra aver vissuto qualcosa di terribile. La mia fronte si corruccia, sento che il mio cuore si stringe fino a farsi piccolo così. La bambina mi guarda.
«Che ci fai qui?».
La sua unica risposta è un urlo immerso nelle lacrime e nel muco, che gli finisce dentro la bocca ogni volta che la apre per gridare. Scavo sentendo dentro di me una profonda urgenza. Devo salvare questa bambina. Potrebbe avere bisogno di aiuto immediato. Riesco in pochi secondi a togliere tutta la posidonia che la sovrasta, forse l’ho graffiata, mi chino verso di lei e la prendo in braccio. Non avrà più di sette anni, piccola creatura. Ma chi ti ha fatto questo? Come sei finita su questo gommone? In quel momento noto che la bambina non riesce a respirare correttamente. Forse ha moltissima acqua nei polmoni, perché sta tossendo molto forte e ogni colpo di tosse ha un suono liquido. Di fronte a me non c’è nessuno. Chiamo aiuto urlando «Oh!!!», ma non sento nessuna risposta. Mi accorgo in quel momento che non ho idea di dove sono finite le mie chiavi. Il telefono non me l’ero portato. Mi metto a camminare, quindi a marciare con lei in braccio. Continuo a gridare aiuto, ma non c’è nessuno. La gente non c’è più. Ma c’erano! Era affollato! Possibile che nessuno stia aiutando questa vita indifesa e innocente in pericolo? Dove sono tutti! Perché nessuno fa niente!?
Mi metto a correre con la piccola fra le mie braccia, che sembra star svenendo. No, bimba, resta sveglia, non addormentarti. Non so come si fa la respirazione bocca a bocca. Non so aiutare chi è in pericolo. Continuo a correre, il sole brucia, la luce travolge il giorno. La bellezza della spiaggia che ho davanti è uno sfregio alla vita di questa creaturina che mi sta morendo fra le braccia.
Continuo a correre, ma nessuno c’è all’orizzonte. Sento che la vita sta abbandonandola. E con lei, sento di star morendo anch’io’.






