La raccolta poetica “Itaca ebbra” di Bia Cusumano si colloca in un limbo ideale della poesia
contemporanea, in quanto non corrisponde ai dettami del modo comune e classico della
scrittura tradizionale. Le sue liriche sono scarne ed efficaci; in esse le cose, gli oggetti, la casa
sono dei pretesti vuoti e inanimati, un mezzo che serve a descrivere una realtà amara, fatta di
sofferenza interiore riferita a qualcosa che si è irrimediabilmente perduto per sempre. La figura
femminile è qui portata alla sua estrema glorificazione. Vuole fuggire da un mondo falso e
bugiardo, fatto di soprusi, violenze, menzogne e insanabili incomprensioni. C’è nei suoi versi
tutta l’amarezza dei momenti di crisi ma c’è anche una consapevolezza estrema di una
redenzione che prima o poi arriverà a sconfiggere paure e momenti bui. Il verseggiare di Bia
esprime spesso baratri di tragica violenza fisica e verbale e c’è traccia evidente di una carnalità
che non è mai fine a sé stessa ma scaturisce da una sincera passione ormai sopita e spenta.
Ogni parola è pesata e ponderata come se fosse la tessera di un mosaico che crollerebbe
inesorabilmente qualora venisse a mancargli un sostegno. Manca totalmente l’enfasi retorica
presente in gran parte della poesia contemporanea, soprattutto nelle poesie “dedicate a…”
Anche queste liriche confermano la mancanza totale di tutto ciò che è scontato e banale. Solo
l’autrice e le destinatarie delle poesie a loro dedicate possono accostarsi interamente al loro
significato profondo ed ermetico, cogliendo sfumature che invadono discretamente la sfera
del privato e dell’intimità tra chi le scrive e chi le riceve.
Le liriche appartenenti al poemetto “Itaca ebbra” sono la rappresentazione di un dramma
familiare (quello tra Ulisse e Penelope) che supera i confini del mito e dell’eroe. Ulisse è
raffigurato con tutte le sue debolezze umane; è un eroe sconfitto e le sue imprese non sono
affatto un lavacro che giustifica la sua assenza ventennale. E adesso che è tornato a Itaca
riuscirà a ritrovare se’ stesso, la sua donna e la sua famiglia? C’è in queste liriche un senso di
impotenza verso il fato che agli eroi a volte non è benevolo e che non giustifica nel modo più
assoluto il tradimento dei doveri familiari. E dietro la figura di Penelope c’è anche la condizione
della donna di ogni tempo, costretta a vivere sempre in attesa dell’arrivo di un Godot che (per
dirla alla Beckett) forse verrà o forse no, atteso invano da tutti, poveri illusi figli di un mondo in
disfacimento che nei millenni rimane immobile e statico, schiavo dei suoi egoismi e di
pregiudizi duri a morire. Ho ritrovato in molte delle poesie di Bia il verseggiare tipico di Cesare
Pavese e in particolare della raccolta “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” che ho sempre
considerato il vertice assoluto della poesia del ‘900.
Franco Giacomarro






