Nota di lettura su Itaca Ebbra di Bia Cusumano: “La poesia è una scia di fuoco nel buio”, di Daniele Ricardo Vaira
“La poesia non è fatta per comprendere, ma per essere compresa”. Così scriveva Paul Valéry, e in Itaca Ebbra di Bia Cusumano questa verità si fa carne. La parola poetica diventa luogo di Epifania e di dannazione, voce che emerge da una ferita e si fa canto mistico, ossessione, viaggio. La poesia non è solo scrittura: è un atto necessario, un luogo dell’anima, un risveglio dell’essere. Cusumano ci conduce attraverso versi vibranti e intensi, dove la parola è respiro, è carne, è memoria di un amore che ferisce e salva, che squarcia e ricompone. In questa raccolta, il viaggio non è solo un ritorno, ma una ricerca perenne, una rotta che non si chiude mai. L’amore è un’Itaca instabile, inebriata dal desiderio, luogo di approdo e di smarrimento. “La poesia è una scia di fuoco nel buio”, racconta Bia Cusumano, e leggendo Itaca Ebbra non si può che darle ragione. I suoi versi bruciano, illuminano, lasciano una traccia che non si spegne. La sua scrittura non è semplice espressione: è rivelazione, viaggio, possessione. La poesia è ferita, ma anche resurrezione. È un’ossessione che spinge oltre il tempo e oltre la logica, avvicinandosi a un canto ancestrale, materno e misterico.
Questa raccolta è una navigazione tra le tempeste del desiderio e della memoria, dove Itaca non è solo un ritorno, ma uno stato d’animo. L’amore è una rotta, ma anche un naufragio, un approdo che si trasforma in abbandono, una meta che diventa chimera. Come Ulisse, il lettore viene trascinato in un viaggio senza certezze, tra parole che salvano e parole che feriscono.
La poesia come ferita e rivelazione
“Non si nasce se non dal dolore,
non si dona se non per mancanza,
non si cerca l’acqua se non per l’arsura.”
Bia Cusumano scrive dalla ferita, ma non per compiangersi. La parola poetica nasce dal trauma, dal segno lasciato da un’esperienza irriducibile, e in questo somiglia a quanto affermava Jacques Derrida: la scrittura è sempre traccia di un’assenza, testimonianza di qualcosa che è stato e che, nella parola, continua a essere. Il dolore non è solo privazione, ma anche creazione. La poesia è un atto di resurrezione, un luogo in cui il poeta si ricompone dopo essere andato in pezzi:
“Così sono risorta
dalle mie stesse ceneri.”
La scrittura è salvezza e condanna insieme. È sigillo e lama, arma e rifugio. La poetessa lo dice esplicitamente:
“Le mie parole sono
sigilli e spade.”
Questo dualismo accompagna tutto il libro: la parola custodisce e tradisce, unisce e separa, è necessaria ma insufficiente. Nella tensione tra questi poli, si sviluppa la voce poetica di Cusumano.
Nel mondo poetico di Itaca Ebbra, la parola non è solo espressione, ma rivelazione. La voce della poetessa si carica di una tensione mistica: è voce ancestrale, memoria di un canto originario. La poesia non è solo scritta, è pronunciata, quasi invocata, e si fa corpo:
“Ho vissuto alle periferie del corpo,
sono stata una bambina trasparente.
Solo le parole m’hanno amata
baciandomi le ginocchia sbucciate
rimboccandomi le coperte.”
La parola è materia vivente, che custodisce il sacro e il profano, l’umano e il divino. C’è un senso quasi liturgico nella scrittura di Cusumano, una dimensione rituale che richiama le antiche sacerdotesse, le sibille, le mistiche. Come un’indovina, chi scrive è posseduta dalla parola:
“Ora so perché bambina ruppi
il silenzio di un grembo sterile:
perché parole mi aleggiano
intorno e tracciano scalini
in una notte senza stelle.”
Scrivere non è solo un’azione, ma un destino, una condizione dell’anima. Il poeta è un veggente ferito, che attraversa le profondità dell’essere per portare alla luce ciò che resta invisibile.
L’amore come viaggio, ferita e salvezza
“L’amore è piacere o ingorgo.”
In Itaca Ebbra, l’amore è un destino inevitabile, un oracolo che condanna e redime. È ciò che spezza e ciò che guarisce. La poesia esplora tutte le sfumature dell’amore: passione e abbandono, desiderio e distanza, legame e perdita. La poetessa ci dice che l’amore è anche oblio, una forza che può dissolvere:
“La dimenticanza
è il potere dell’amore.
Se scordi l’altro
dissolve d’incanto.”
Ma l’amore è anche il luogo da cui si riparte, la rotta che sempre riconduce a se stessi. In questo senso, Itaca Ebbra richiama il mito omerico, ma con una prospettiva ribaltata: Itaca non è il ritorno rassicurante, è un luogo di ebbrezza e smarrimento, di passione e rovina. Non è solo la patria di Ulisse, è la terra di Penelope, che qui non è più la donna paziente che attende, ma una figura potente, consapevole, capace di amare e di lasciar andare:
“Su Itaca spergiurasti amore e abbandono.
Il tuo cuore poligamo ha bruciato le parole.
Chi non sa restare, non sa appartenere.”
L’amore, dunque, non è solo un’esperienza sentimentale, ma una dimensione dell’essere. È una ferita da cui si può rinascere, un’ossessione che diventa viaggio, un destino che trascende il singolo individuo.
La poesia di Bia Cusumano è un incantesimo che attraversa il tempo e lo spazio. Come scriveva Rainer Maria Rilke: “Le parole non sono che vento, ma se accogliamo il loro soffio, ci spingono oltre noi stessi”. Itaca Ebbra è proprio questo: un soffio che spinge il lettore a varcare soglie, a interrogarsi, a perdersi. È una raccolta che brucia e illumina, che ferisce e consola. Un viaggio poetico che non conosce fine, perché ogni lettura è un nuovo inizio.







