Pubblicità

Pubblicità

Varie

Per la rubrica “Terra di Mezzo”… “Nel segno e nel nome di una muta Musa”, di Marco Grosso

“Muta Musa” è il titolo del poemetto con cui si apre la silloge omonima che pubblicai con Aracne Editrice nel 2013. Tutta l’opera, e questo testo in particolare, esprime un duplice tentativo: tracciare in versi una sorta di “poetica del silenzio” e risalire liricamente alla radice stessa della mia scrittura e ricerca poetica. La passione-pathos del poetare la vivo e la sconto dentro una costante “lotta-danza” con una Musa muta e inafferrabile. La mia Musa muta in due sensi distinti e per me coessenziali: perché muta metamorficamente, incessantemente, ri-velandosi sempre qui e insieme altrove; e muta perché si esprime nella più straniera delle lingue, quella del Silenzio e, precisamente, degli infiniti silenzi di-versi.

Cos’è infatti poetare, nella sua accezione più alta e vertiginosa, se non un modo di obbedire (nel senso originario di ob-audire, “ascoltare dietro, oltre”) al soffio di una Musa che “ditta dentro” e articola nella voce viscerale di un poeta la lingua stessa del Silenzio? Cos’è poetare se non giungere, per forza d’abbandono ancor più che per sforzo d’intenti, a tradurre e quindi a tra-dire il più fedelmente possibile l’Indicibile? Cos’è poetare se non riuscire a funambolare tra suoni e sensi sul filo di un ineffabile abisso su cui ne va di sé stessi e della scommessa di dire l’Indicibile?

I silenzi con cui si misura la poesia non sono mai quelli che le parole della prosa si limitano a interrompere e frantumare per poi illudersi di ricomporli. Soltanto l’autentico canto lirico è in grado di prolungare e misteriosamente restituire un silenzio nell’atto stesso in cui lo semantizza e lo interrompe. Mi riferisco ad ogni intraducibile e irrepetibile silenzio di cui facciamo esperienza e che è sempre un evento-epifania: il silenzio di un paesaggio, di un volto, di una stanza, di una notte, di una nuvola, di una stella, di un bacio, di una lacrima, etc.

Tutti gli infiniti silenzi del mondo e dell’anima solo il poeta può tradurli senza limitarsi a tradirli e a perderli, ma può farlo, a mio parere, solo connettendosi ad alcuni Silenzi originari:  i silenzi-grembo (da cui sorgono e vengono alla luce antiche e sempre nuove le parole poetiche), i silenzi-spazio (in cui ogni parola ri-suona, si espande e dilegua scrivendo la sua scia), i silenzi-intervalli (del bianco vuoto che separa-congiunge sillabe, parole, versi, strofe, testi o li circonda, li sospende, li trapassa), i silenzi-custodia (in cui le parole si ritraggono per difendersi o per custodire l’eccedenza segreta del loro Dirsi su ciò che è soltanto detto), infine il Silenzio-naufragio (verso cui le parole poetiche discorrono come torrenti destinati al loro oceano).

Ecco allora dove dimora per me la Musa: in tutto ciò che tacendo sa dirsi e dicendosi sa tacersi.  

Muta Musa

I.

Entro nel tuo inquieto riposo

nel dimesso splendore

di ciò che lasciando apparire dispare

e nella tua piaga mortale

t’apprendo schiava e signora del tempo

dispersa in tutte le cose

e d’improvviso raccolta

in un solo frammento.

Certo a noi tu vieni sfuggendo

in perpetuo passaggio, vano e sfinente

che solo ci perde

o come in silente ritrarsi di donna

prodigo di profumi e di cenni

che schiude sentieri vergini

e antichi dilemmi.

Scenderà sul nostro cammino

la tua notte felice e rischiosa

verrà a spegnere i nostri occhi

a nasconderci in te

a guidarci ad albe mai sorte

a lasciarci finalmente soli

a lasciarci vedere

solo ciò che vorrai

E dimmi, sei tu il dolore e il solo lenimento

delle ferite che siamo?

Tu sola ci consoli o sei tu il tremendo?

E ti consuma inesorabile il tempo

o nel tempo porti la croce

della tua eterna promessa?

Da sempre sei maledizione e condanna

benedizione e salvezza

in te solo si toccano beatitudine e tormento

sei l’ambigua e sola certezza

di questo viaggio senza partenza

di questo sogno senza risveglio

E non c’è inferno in cui non sia entrata

e paradiso in cui non ti sia eclissata

e abisso in cui non sia sprofondata

non c’è deserto in cui non ti sia perduta

e devastazione in cui non ti sia rivelata

non c’è volto su cui non sia passata

e dolore che tu non abbia, anche un solo istante,

illuminato

Dei tuoi solitari amanti

sei il destino e la libertà

il dolente abbraccio

in cui tutto si stringe

l’eterno bacio d’addio

tra il cielo e la terra

II.

Scrive la Musa sotto le pieghe dell’anima

mentre siamo altrove, ad inseguirci.

Stanotte richiamami a te, in disparte

col tuo filo di voce avvincimi

liberami dalla sorda chiacchiera del giorno

dall’alito malsano delle parole diurne

schiudimi il grembo notturno del tuo silenzio

consacra il mio respiro, dilata le mie pupille,

affila la mia lingua

e dammi le tue brame, palpiti ed erranze

perché la mia melma è feconda

la mia luna è piena e il mio rivolo esonda.

Stanotte voglio bruciare all’incrocio dei sensi

sfogliare la rosa dei venti e i miei libri non scritti

e voglio parole come uncini o veli dipinti

parole pazienti che nelle cose affondino lente

parole ancora tremanti

che il silenzio lascino a stento

e al silenzio tornino ansiose

parole pericolose

come lame di ghiaccio e tizzoni ardenti

perché la poesia è violenta

e il cielo, si sa, è dei violenti

perché le parole sono armi proibite

per guerre invisibili

e combattimenti notturni

con i demoni raminghi del nostro spirito

con gli spietati mulini a vento

del nostro tempo.

III.

Ma perché implorarti

perché fissare i tuoi occhi senza pupille

baciare le tue labbra taglienti

entrare nel tuo specchio vuoto

perché portare la tua corona di stelle e di spine

indossare le tue vesti lacere

tenere aperte le piaghe che mi hai regalato

perché seminare vento

e continuare a raccogliere tempesta?

Voglio deporre queste ali ingombranti

che non mi fanno camminare

deporre la tua corona infame

rinunciare alle tue glorie segrete

sfilarmi la tua veste santa

voglio provare a vivere lontano da Te

come tutti trovare ristoro

nel cieco fermento della città

accontentarmi di un sorriso gentile

di un compito assolto

di una passeggiata serale

di una stanza ordinata

di un pasto veloce

di una quieta disperazione

voglio provare a vivere sulla terra

prendere parte all’andirivieni

senza nostalgie anonime

né attese stranianti

voglio rinnegare l’inutile

guarire dal trauma d’esserci

e finalmente servire

far bene la mia parte

morire sano e salvo

ogni giorno, come tutti

senza più sentirmi

sentinella del Nulla

anima degli specchi

mendicante di nomi

senza perdermi ogni volta

sulla strada che non ho imboccato

senza restare chiuso a chiave

in case che non ho mai abitato

ma tu, muta, mi guardi e forse sorridi

sai che questa preghiera non potrai esaudirla

che la mia anima non saprò tradirla

che la mia morte, senza te, non potrei morirla.

IV.

Il tuo silenzio è l’ottavo giorno del mondo

vigilia di genesi e apocalisse consumata

è il cielo di una notte benedetta

sceso sulla terra a mettere radici

è il sole sconosciuto che le cresce in grembo

questo lago stellato e il sentiero di luna

sotto la volta narrante

questa notte unanime

così a lungo temuta e anelata

che trasmuta nell’Amata

l’Amato

Scopri di più da Loft Cultura

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere