“Muta Musa” è il titolo del poemetto con cui si apre la silloge omonima che pubblicai con Aracne Editrice nel 2013. Tutta l’opera, e questo testo in particolare, esprime un duplice tentativo: tracciare in versi una sorta di “poetica del silenzio” e risalire liricamente alla radice stessa della mia scrittura e ricerca poetica. La passione-pathos del poetare la vivo e la sconto dentro una costante “lotta-danza” con una Musa muta e inafferrabile. La mia Musa muta in due sensi distinti e per me coessenziali: perché muta metamorficamente, incessantemente, ri-velandosi sempre qui e insieme altrove; e muta perché si esprime nella più straniera delle lingue, quella del Silenzio e, precisamente, degli infiniti silenzi di-versi.
Cos’è infatti poetare, nella sua accezione più alta e vertiginosa, se non un modo di obbedire (nel senso originario di ob-audire, “ascoltare dietro, oltre”) al soffio di una Musa che “ditta dentro” e articola nella voce viscerale di un poeta la lingua stessa del Silenzio? Cos’è poetare se non giungere, per forza d’abbandono ancor più che per sforzo d’intenti, a tradurre e quindi a tra-dire il più fedelmente possibile l’Indicibile? Cos’è poetare se non riuscire a funambolare tra suoni e sensi sul filo di un ineffabile abisso su cui ne va di sé stessi e della scommessa di dire l’Indicibile?
I silenzi con cui si misura la poesia non sono mai quelli che le parole della prosa si limitano a interrompere e frantumare per poi illudersi di ricomporli. Soltanto l’autentico canto lirico è in grado di prolungare e misteriosamente restituire un silenzio nell’atto stesso in cui lo semantizza e lo interrompe. Mi riferisco ad ogni intraducibile e irrepetibile silenzio di cui facciamo esperienza e che è sempre un evento-epifania: il silenzio di un paesaggio, di un volto, di una stanza, di una notte, di una nuvola, di una stella, di un bacio, di una lacrima, etc.
Tutti gli infiniti silenzi del mondo e dell’anima solo il poeta può tradurli senza limitarsi a tradirli e a perderli, ma può farlo, a mio parere, solo connettendosi ad alcuni Silenzi originari: i silenzi-grembo (da cui sorgono e vengono alla luce antiche e sempre nuove le parole poetiche), i silenzi-spazio (in cui ogni parola ri-suona, si espande e dilegua scrivendo la sua scia), i silenzi-intervalli (del bianco vuoto che separa-congiunge sillabe, parole, versi, strofe, testi o li circonda, li sospende, li trapassa), i silenzi-custodia (in cui le parole si ritraggono per difendersi o per custodire l’eccedenza segreta del loro Dirsi su ciò che è soltanto detto), infine il Silenzio-naufragio (verso cui le parole poetiche discorrono come torrenti destinati al loro oceano).
Ecco allora dove dimora per me la Musa: in tutto ciò che tacendo sa dirsi e dicendosi sa tacersi.
Muta Musa
I.
Entro nel tuo inquieto riposo
nel dimesso splendore
di ciò che lasciando apparire dispare
e nella tua piaga mortale
t’apprendo schiava e signora del tempo
dispersa in tutte le cose
e d’improvviso raccolta
in un solo frammento.
Certo a noi tu vieni sfuggendo
in perpetuo passaggio, vano e sfinente
che solo ci perde
o come in silente ritrarsi di donna
prodigo di profumi e di cenni
che schiude sentieri vergini
e antichi dilemmi.
Scenderà sul nostro cammino
la tua notte felice e rischiosa
verrà a spegnere i nostri occhi
a nasconderci in te
a guidarci ad albe mai sorte
a lasciarci finalmente soli
a lasciarci vedere
solo ciò che vorrai
E dimmi, sei tu il dolore e il solo lenimento
delle ferite che siamo?
Tu sola ci consoli o sei tu il tremendo?
E ti consuma inesorabile il tempo
o nel tempo porti la croce
della tua eterna promessa?
Da sempre sei maledizione e condanna
benedizione e salvezza
in te solo si toccano beatitudine e tormento
sei l’ambigua e sola certezza
di questo viaggio senza partenza
di questo sogno senza risveglio
E non c’è inferno in cui non sia entrata
e paradiso in cui non ti sia eclissata
e abisso in cui non sia sprofondata
non c’è deserto in cui non ti sia perduta
e devastazione in cui non ti sia rivelata
non c’è volto su cui non sia passata
e dolore che tu non abbia, anche un solo istante,
illuminato
Dei tuoi solitari amanti
sei il destino e la libertà
il dolente abbraccio
in cui tutto si stringe
l’eterno bacio d’addio
tra il cielo e la terra
II.
Scrive la Musa sotto le pieghe dell’anima
mentre siamo altrove, ad inseguirci.
Stanotte richiamami a te, in disparte
col tuo filo di voce avvincimi
liberami dalla sorda chiacchiera del giorno
dall’alito malsano delle parole diurne
schiudimi il grembo notturno del tuo silenzio
consacra il mio respiro, dilata le mie pupille,
affila la mia lingua
e dammi le tue brame, palpiti ed erranze
perché la mia melma è feconda
la mia luna è piena e il mio rivolo esonda.
Stanotte voglio bruciare all’incrocio dei sensi
sfogliare la rosa dei venti e i miei libri non scritti
e voglio parole come uncini o veli dipinti
parole pazienti che nelle cose affondino lente
parole ancora tremanti
che il silenzio lascino a stento
e al silenzio tornino ansiose
parole pericolose
come lame di ghiaccio e tizzoni ardenti
perché la poesia è violenta
e il cielo, si sa, è dei violenti
perché le parole sono armi proibite
per guerre invisibili
e combattimenti notturni
con i demoni raminghi del nostro spirito
con gli spietati mulini a vento
del nostro tempo.
III.
Ma perché implorarti
perché fissare i tuoi occhi senza pupille
baciare le tue labbra taglienti
entrare nel tuo specchio vuoto
perché portare la tua corona di stelle e di spine
indossare le tue vesti lacere
tenere aperte le piaghe che mi hai regalato
perché seminare vento
e continuare a raccogliere tempesta?
Voglio deporre queste ali ingombranti
che non mi fanno camminare
deporre la tua corona infame
rinunciare alle tue glorie segrete
sfilarmi la tua veste santa
voglio provare a vivere lontano da Te
come tutti trovare ristoro
nel cieco fermento della città
accontentarmi di un sorriso gentile
di un compito assolto
di una passeggiata serale
di una stanza ordinata
di un pasto veloce
di una quieta disperazione
voglio provare a vivere sulla terra
prendere parte all’andirivieni
senza nostalgie anonime
né attese stranianti
voglio rinnegare l’inutile
guarire dal trauma d’esserci
e finalmente servire
far bene la mia parte
morire sano e salvo
ogni giorno, come tutti
senza più sentirmi
sentinella del Nulla
anima degli specchi
mendicante di nomi
senza perdermi ogni volta
sulla strada che non ho imboccato
senza restare chiuso a chiave
in case che non ho mai abitato
ma tu, muta, mi guardi e forse sorridi
sai che questa preghiera non potrai esaudirla
che la mia anima non saprò tradirla
che la mia morte, senza te, non potrei morirla.
IV.
Il tuo silenzio è l’ottavo giorno del mondo
vigilia di genesi e apocalisse consumata
è il cielo di una notte benedetta
sceso sulla terra a mettere radici
è il sole sconosciuto che le cresce in grembo
questo lago stellato e il sentiero di luna
sotto la volta narrante
questa notte unanime
così a lungo temuta e anelata
che trasmuta nell’Amata
l’Amato







